Concerti

A Torino la rivoluzione (rock) dei Depeche Mode

A Torino ci sono i Depeche Mode. Che faccio, non ci vado? Mai nella vita. Li ho già visti un certo numero di volte nel corso degli anni e non mi faccio certo fermare dal fatto che sono andati sold out da subito o che la selezione degli accrediti stampa è stata brutale. In fondo basta applicarsi un po’. Alle otto sono già in coda ed è sempre interessante sentire tutti gli accenti delle persone in fila con me. Una band nata negli anni ’80, passata indenne attraverso quattro decenni di musica (senza mai deviare per seguire mode accattivanti del momento) e che mantiene ancora intatto, per il suo vastissimo pubblico, tutto il suo appeal.

Dalla piccionaia in cui sono seduta riesco a vedere il PalaAlpitour completamente pieno. Il palco è semplice ed è in linea con le strutture a tutta scena (senza quinte) che vanno in questo momento per la maggiore come allestimento. Un grande schermo come fondale, una pedana al centro del palco come allocazione per tutta la band, una passerella laterale (e non centrale) e poi luci. Tantissime luci.
Prima dello show c’è tempo anche per la proiezione della campagna Charity Water. Una causa – quella appoggiata dai Depeche Mode – che promuove un concetto molto semplice: l’acqua sporca uccide più persone che una guerra.  Lo stile della casa prevede più fatti che parole gridate. E io non posso che essere concorde.

Già dalle prime note del concerto mi è chiaro che il rimbombo dei bassi non mi darà tregua. Un inizio che prevede un uso delle luci che non punta sulla band, lasciandoli quasi in penombra, puntando l’attenzione sul maxischermo alle loro spalle. Ma Gahan non ce la può fare a mantenere uno stile dimesso sul palco infatti, dal secondo brano in poi (It’s No Good) si scatena, e con lui i quindici mila che affollano il PalaAlpitour. Guardo attentamente il maxischermo mi rendo conto che Dave si è fatto crescere degli strani baffetti. Qualcuno gli avrà detto che somiglia un po’ a The Jocker ed un po’ ad Hitler? Sarà l’età…

I cori si sprecano e la band li apprezza moltissimo e ringrazia. Arriva anche una versione meravigliosa di Where’s the Revolution, uno dei brani più recenti di questa band che si sta candidando all’immoralità (“Where’s the revolution/Come on, people/You’re letting me down”, suona come un incitamento). Subito dopo – senza colpo ferire – si passa a Everything Counts. Un salto all’indietro nel tempo di decenni, ma nessuno pare farci caso. Lo stile dei Depeche è questo e tutto il pubblico ne fornisce una versione a cappella meravigliosa.

La scaletta scorre tra presente, passato e passato remoto. Una vita di brani di successo. Si arriva ad Enjoy The Silece, uno dei brani più coverizzarti della storia (meritatamente, aggiungo). È una vera e propria botta. Un inno sacro dell’electro pop. Gahan si scatena durante tutto lo spettacolo, ruota su se stesso come se non ci fosse un domani, fa ondeggiare tutta la platea e corre ovunque.
L’ultima parte del concerto, nella sezione dei così detti bis, i Depeche deciso di puntare su un’appassionata Strange Love in versione voce e piano mentre come da copione la chiusura è lasciata a Personal Jesus. Favolosa.

Rispetto ad altri loro concerti che ho visto in passato sicuramente l’introduzione di un batterista e di un bassista\tastierista ha reso il tutto meno freddo, riempendo il suono. Anche il taglio della parte lasciata a Martin Gore in passato ha alleggerito di molto lo show. Insomma, promossi a pieno voto (come vent’anni fa).

Cristina Torti
Autore

Da che ho memoria ricordo di amare la musica. Mi piace scrivere, adoro il cinema e le serie tv. Da qualche anno mi dedico anche alla fotografia con una particolare predilezione per gli eventi live.