Interviste

Jesus and Mary Chain: «Il conflitto ci ha salvato»

Prendere un appuntamento con i Jesus and Mary Chain è un po’ come prendere un appuntamento con il Presidente degli Stati Uniti. Non che loro non siano disponibili, sia chiaro, semplicemente hanno un’agenda talmente fitta di impegni che trovare un istante libero per un’intervista è praticamente impossibile. Quando li chiamo, William e Jim si sono già lasciati alle spalle Fribourg. Ieri sera al Fri-Son i due bad boys hanno suonato ininterrottamente per oltre due ore facendo rivivere il vecchio sano rock inglese. Next stop: Genova, Supernova Festival, ultima tappa prima del loro ritorno nella Capitale.

Negli anni novanta i fratelli Reid passarono nel giro di pochi anni dall’essere la band più acclamata d’Inghilterra all’essere quella più odiata. I loro concerti finivano ogni sera in una rissa e le loro facce ogni weekend sui tabloid inglesi: «Niente di tutto quello era programmato, succedevano e basta. Noi eravamo lì sempre per fare musica, ma i giornalisti sembravano non volerlo capire». L’alcool, la droga e la pressione mediatica provocarono una spaccatura talmente profonda al punto che la band si sciolse subito dopo le date in Giappone del tour del 1999: «Durante i primi anni era puro divertimento: niente stress, solo tutti i tuoi sogni che si avveravano. Lo stress è arrivato più tardi, quando abbiamo realizzato che tutto ciò poteva finire. A quel punto diventi un giocoliere con qualcuno vicino che ogni anno ti aggiunge una palla».

Tra le cause che portarono allo scioglimento della band anche i forti attriti tra i due fratelli, la goccia che fece traboccare il vaso fu all’House of Blues di Los Angeles: Jim si presentò sul palco ubriaco mandando su tutte le furie William che abbandonò il palco dopo appena venti minuti. «È difficile andare d’accordo con chiunque all’interno di una band. Ci sono linee da non superare quando l’altro è solo un componente, ma queste linee scompaiono quando l’altro è tuo fratello. Il conflitto è stato sicuramente il carburante che ha permesso alla band di andare avanti, ma Cristo se è stata dura», mi racconta Jim, che tutt’ora non ha superato i suoi problemi con l’alcool: «Io e il palco abbiamo avuto sempre una relazione complicata. Sono sempre stato timido e per affrontare questo problema ho fin da subito utilizzato droghe e alcool».

Un conflitto tra fratelli che ricorda quello che portò allo scioglimento degli Oasis nel 2009, con la differenza che Jim e William alla fine si sono ritrovati. D’altronde quando si vive una vita con i riflettori costantemente puntati è difficile tornare alla vita di tutti i giorni senza provare un briciolo di nostalgia: «Quando ci siamo divisi non avrei mai immaginato di poter tornare a far parte di un gruppo ancora una volta. A quel tempo odiavo la musica e il business che ci girava intorno, ma il tempo passa e le ferite guariscono. Mi mancava quella vita. Entrambi pensavamo che l’altro non avrebbe mai voluto riprendere il progetto, poi durante una telefonata abbiamo realizzato che tutti e due in realtà desideravamo la stessa cosa».

Oggi quella storia è solo un brutto ricordo che Jim e William si sono lasciati alle spalle. I due fratelli scozzesi (guai a chiamarli britannici) hanno messo la testa a posto e i litigi tra loro sembrano – almeno ad oggi – cessati. Insomma, sono due persone nuove, come nuove sono le canzoni che hanno presentato live nell’ultimo anno. A diciotto anni dall’uscita di Munki i Mary Chain si sono decisi a pubblicare un nuovo lavoro in studio, Damage and Joy, che suona dannatamente rock con testi che fanno emergere tutta la loro maturità, sia artistica che personale. «Da quando la band si è riunita (nel 2007 ndr.) il piano è sempre stato quello di fare un album. Devo però dire che ero abbastanza nervoso all’idea di essere rinchiuso in uno studio per così tanti giorni con mio fratello. Solo io e William. Munki aveva causato diversi esaurimenti nervosi. Ho cercato di rimandare la cosa finché non ho potuto più rimandarla. Una voce nella mia testa mi diceva: “O contribuisci o stai zitto”. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta», spiega Jim Reid. La realizzazione dell’album alla fine si è rivelata più semplice di quanto si aspettassero: «Abbiamo addirittura legato durante le registrazioni e l’esperienza è stata davvero meno ostile di quanto lo fosse prima».

Quel che è certo è che i Jesus and Mary Chain non si sono mai piegati alla moda, né negli anni del loro massimo successo né oggi con Damage and Joy: «Ti dico la verità, non abbiamo mai posto tanta attenzione a quello che facevano gli altri. Noi facciamo il tipo di musica che ci piace sentire. Semplice no?».

Emanuele Camilli
Autore

Nasce nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.