Opinion

Nirvana, visioni dal futuro

Si dice che c’è sempre una dipendenza sensibile alle condizioni iniziali e che il batter d’ali di una farfalla in Brasile, possa provocare un tornado in Texas. Non sappiamo se Kurt Cobain rientri nel Butterfly Effect teorizzato da Edward Lorenz, quel che è certo è che se oggi esistessero i Nirvana, lo scenario sociale e musicale sarebbero diversi. Ma partiamo da lontano.

Roma. Via Veneto. Hotel Excelsior, stanza 541. Notte fonda. Kurt Cobain è a terra con due rivoli di sangue che dalle narici scendono verso il pavimento passando per le labbra. Questa è la prima morte del rocker più maledetto tra i rocker maledetti. In prima mattinata il suo corpo raggiunge il policlinico Umberto I, poi l’American Hospital. Il 5 marzo Cobain si sveglia dal coma. Il 30 marzo inizia un percorso di riabilitazione presso l’Exodus Medical Center di Los Angeles. Resterà lì per meno di quarantotto ore per poi fuggire dalla struttura, prendere un aereo per Seattle e dare inizio ad una fine preannunciata.

Scrive una lettera al suo amico immaginario Boddah, si chiude nella serra della sua casa, al 171, Lake Washington Boulevard East, Seattle. Viene trovato morto l’8 aprile 1994. Ad ucciderlo, tre giorni prima, un colpo d’arma da fuoco. Un fucile a pompa modello Remington M-11 calibro 20, regalatogli da Dylan Carlson, frontman degli Earth. Nella lettera d’addio si legge: “Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla, nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così”.


Molto onestamente credo che Kurt Cobain non avrebbe ancora una band oggi, ma se dovessimo giocare a pensare i Nirvana nel panorama musicale odierno, li vedrei molto meno “violenti”. Questo lo si capisce anche ascoltando l’evoluzione della band attraverso i tre album in studio. Bleach è super grunge, aggressivo, ossessivo, ruvido, mentre Nevermind è senz’altro più riflessivo, profondo, pulito. In Utero completa questo percorso evolutivo ricco di piccole grandi differenze.

Del trittico appena citato, contrariamente a quel che la gente dice, secondo me In Utero è il vero capolavoro di Cobain. È un album dove c’è poco dei Nirvana band e molto della narrativa contraddittoria e intimistica di Kurt. Non ci sono hit come Smells Like Teen Spirit, In Bloom o Come As You Are, ma c’è il riassunto della vita tormentata di un ragazzo che fugge da se stesso. Il brano più emblematico dei Nirvana è contenuto all’interno di In Utero ed è ovviamente All Apologies. Ecco: immagino che quell’animo gentile e struggente, quella propensione all’abbandono della forma che tanto ha disegnato nel nostro immaginario la figura mistica di Cobain, si esplichi e concentri in quel brano. In una delle ultime interviste il pioniere del grunge aveva dichiarato che la musica del futuro sarebbe stata un’accozzaglia di suoni prodotti da macchine infernali come i modulatori.

Dunque i Nirvana di quel nuovo millennio che, come detto, Kurt aveva ben individuato in tempi non sospetti, sarebbero stati ancora più autoriali, sperimentali, spogli ma probabilmente non elettronici. Qualcosa a metà tra il Post Malone acoustico e il sound dei Cigarette After Sex, tra Thome Yorke (senza elettronica) e gli Oasis. Ovviamente questo avrebbe precluso la nascita dello stile di Lil Peep (per dirne uno) e ovviamente la fondazione dei Foo Fighters (Dave Grohl, batterista dei Nirvana, fondò la band dopo la scomparsa dell’amico Kurt).

Altra considerazione che potrebbe avvalorare la mia tesi è il crescente impiego degli archi (seppur comunque marginale) nel sound dei Nirvana del dopo Nevermind ad accompagnare la chitarra. Kurt Cobain era alla ricerca di un suono sempre più profondo e ricco, giustificato dall’introduzione di una seconda chitarra (assurdamente ritmica e non solista «perché quelle parti le aveva studiate e voleva eseguirle lui»). Una costante sarebbe stata di certo la provocazione, la sfida, il rigetto dello status quo, del mainstream, dell’ostentazione, specie della ricchezza.

Disse nella sua ultima intervista che invidiava i bei tempi in cui poteva andare in un mercatino dell’usato e passare ore a decidere quale di quegli economici oggettini gli piacesse di più perché non poteva acquistarli tutti, andatelo a spiegare a Tony Effe e Gué Pequeno. I Nirvana ne hanno fatte di cotte e di crude sul palco; hanno sfottuto MTV quando gli dissero che si sarebbero esibiti sopra ad una strumentale, tirando strumenti in aria e cantando Smells Like Teen Spirit una ottava sotto quasi ingoiando il microfono durande la performance (disse più avanti il frontman che voleva imitare Morrissey degli Smiths e che cambiare la frase da “Load up on guns/ Bring your friends” in “Load up on drugs/Kill Your friends” fosse solo un modo per fargliela pagare a quelli della televisione). Hanno sputato contro le telecamere, tirato chitarre contro la batteria, si sono fatti male (Krist Novoselic si è quasi spaccato il cranio dopo aver tirato in aria il suo basso e mancando la presa).

Insomma: in un’epoca in cui i trapper si credono ribelli perché si tatuano una scritta sul viso, Kurt Cobain e compagni sarebbero ancora i più grossi cazzoni dello showbiz. Lecito dire in merito che anche Eddie Vedder si lanciava nel pubblico dall’impalcatura dello stage negli anni ottanta, ma oggi è un esempio di rockstar 2.0 (alla Bono Vox, per intenderci, dove le azioni umanitarie diventano la vera attitudine rebel) e sinceramente non mi avrebbe sorpreso una simile virata da parte di Cobain, che è sempre stato vittima della sua stessa iper empatia.

Nell’ultimo periodo la band di Aberdeen aveva aperto le porte all’ipotesi dei featuring, oggi forse ne avremmo potuto ascoltare qualcuno, con chi, non saprei. Avrebbe alla fine accettato anche che sua figlia Frances facesse musica (forse un uscita un album nel 2019) anche se, come dice nella sua lettera di addio, non avrebbe mai accettato che diventasse una “miserabile, autodistruttiva rocker” come lui. Ma a dissuaderlo da questa psicosi sarebbe stato lo stesso Dave Grohl, che ha capito che il gioco del rock & roll non finisce per forza sempre in un bagno di sangue o di sostanze stupefacenti (qualche tempo fa ha fatto salire sul palco sua figlia Violet per cantare When We Were Young di Adele).

Gli show probabilmente non avrebbero toccato gli stadi ma i club, da cui quel grunge proviene e a cui quel grunge sarebbe tornato. Non fraintendetemi, ci sarebbero più fan dei Nirvana oggi che allora e riuscire a prendere un biglietto sarebbe diventato come acquistare le Yeezy o una maglia Supreme. Quella della band di esibirsi solo di rado e in piccole venue sarebbe dunque stata una scelta artistica. In un momento di crisi identitaria come il decennio odierno, l’attitudine di Kurt Cobain avrebbe salvato il rock.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.