Opinion

Liberato, un film di Francesco Lettieri

È uscita da meno di una settimana ed è già cult. La seconda attesissima stagione di Liberato (Capri Rendez-Vous) siede già al tavolo dei potenti ed è oggetto di commenti e analisi sul web che rendono ardua la vita di chi sta cercando di sfuggire farraginosamente agli spoiler. Per quanto possibile la nostra recensione cercherà di tracciare in modo generale le linee guida del racconto del maestro della regia Francesco Lettieri, ormai un punto di riferimento della fotografia d’autore nostrana, ma non possiamo garantire un’assoluta discrezione sugli eventi.

Come auspicabile, il rilascio è avvenuto sul fotofinish del 9 maggio e conta cinque puntate. Il fil rouge (non è casuale l’utilizzo del francese) che connette le due stagioni è l’eterna tematica dell’amore, che corre con le guance paonazze nei vicoli del tempo attraverso i decenni. Altra costante, ovviamente, la provincia di Napoli. (Episodio 1) Siamo proiettati nell’Italia dei sessanta, nel bel mezzo della fioritura del nuovo cinema autoriale, e la porosità della pellicola in scala di grigi porta in scena Marì, protagonista della storia. Lei è francese e incarna a pieno la freschezza del suo tempo, l’eleganza del sesso femminile che si mostra in tutto il suo consapevole splendore. Una barca, un uomo sulla settantina, le guardie. Poi un colpo sordo di pistola, la morte di lui, le lacrime di lei.

«Stop!», dice l’assistente di camera, buona la prima. Marì è un’attrice nel pieno del successo e, dopo aver concluso le riprese, viene fatta salire su una barca che la condurrà fuori dal set. Prima però uno scambio di battute col regista Dino sulla fugacità del tempo, tema che è centrale per la poetica dell’artista e marginale per Marì. In un racconto come questo, caratterizzato da continui simbolismi, il richiamo agli antichi fasti del cinema italiano è palese. Dino potrebbe essere un giovane Fellini alle prese con le prime esperienze nel cinema, un mondo che lo porta ancora a farsi domande esistenziali sul vero valore della settima arte. Marì, è estranea a questa vita, ma allo stesso tempo sembra già aver colto a pieno il senso di tutto quello che fa. Il cinema per lei è un gioco, un momento di estraneità dalla noia della vita quotidiana. Una donna come Marì non può perdere tempo a soffermarsi su quello che sta fissando con la sua recitazione, per lei è fondamentale solo vivere a pieno l’esperienza.

(Episodio 2) Il golfo di Napoli è troppo bello per non essere lo sfondo del ritaglio di relax della stella nascente del cinema, così, con lo sguardo più dolce di cui è in grado, convince il ragazzo che conduce il motoscafo (che peraltro non parla affatto il francese) a portarla vicino alle grotte. Marì si toglie i vestiti e si tuffa nello specchio cristallino di Capri. Il ragazzo la segue, poi scatta la scintilla e, tra giochi di sguardi complici e baci da adolescenti, nasce e brucia un flirt che non sembra lasciare spazio ad altro. Sulle note di Liberato, si chiude la parentesi di Lettieri sul 1966 e si apre quella sul 1975.

(Episodio 3) Un locale lussuoso, le luci, i colori (perché ora siamo dentro la fotografia del decennio delle pellicole seppiate) e gli strumenti a fiato che allietano il ballo dei presenti. C’è di nuovo lui, il tipo del motoscafo, c’è ancora lei, Marì, questa volta accompagnata da un uomo dell’alta società. «Che c’è Marie?», chiede lui dopo averla baciata. «Rien» («Niente»), risponde lei. Il proprietario del locale guarda dentro gli occhi celesti della diva: «So anche che questo forse è l’anno buono… per l’Oscar intendo!». Lo sguardo della donna sembra però tutt’altro che interessato a tutta quella frivolezza, a quelle feste che per lei sono diventate ormai una routine, dentro alle quali non riesce però a cogliere più quella leggerezza di dieci anni fa. Le manca qualcosa, e nessuna statuetta dorata potrà darglielo. Un flash e attacca Tu me faje ascì pazz

(Episodio 4) È il 1993 e i destini dei due (ormai non più ragazzi) si intrecciano nuovamente in maniera fortuita, randomica, imprevedibile. Gli scherzi giocati dal destino spesso sono cinici, spietati, altre volte gradevoli. È questo ciò che devono aver pensato i due di nuovo l’uno di fronte all’altra, diciotto anni dopo. Marì ormai è una attrice caduta in miseria e depressione. L’Oscar, neanche a dirlo, alla fine non è arrivato (probabilmente) e anche fosse arrivato, ormai non v’è traccia alcuna di fama e notorietà residua dei tempi che furono. A Dino, il regista, con la sprezzante sicurezza che la gioventù attribuisce ad animo e corpo, aveva ricordato che un giorno sarebbe diventata brutta (credendoci neanche troppo).

(Episodio 5) Ma ventisette anni dopo, lo spettro ha presentato il proprio conto perché Marie è ancora bellissima, ma a sfiorire è stata la sua carriera. La ragazza che ballava su una piccola barca sotto i Faraglioni di Capri sembra ormai morta, anche se il tempo le concede ancora una volta una seconda possibilità. Lui invece, il guidatore del motoscafo, ora è un’altra cosa, è un vigile, ha una moglie e dei figli, ha una carriera e delle responsabilità da portare avanti. Anche Marì è un’altra cosa. È sempre un’attrice, ovvio. Perché un’attrice lo è fin da prima di nascere, e lo resta per sempre. Ma ora lo è in maniera diversa, e ne soffre. Soffre dei tempi andati e dell’impotenza che la permea. «Carmine». «Marì. Mi hai riconosciuto?». Le persone cambiano questo è certo, ma non dimenticano. Certe emozioni e certi rapporti, anche se non vissuti da protagonisti, ma come semplici clandestini, ritornano vivi con uno schiocco di dita. E si può negare a due persone che si sono sempre amate e mai realmente conosciute, un’ultima (e forse unica) vera notte d’amore? La decisione, per quanto moralmente scorretta, è scontata, e Marì e Carmine decidono di smettere di recitare almeno per poche ore, con dolcezza e semplicità. La stessa semplicità che serve per togliere la fede dal proprio dito.

È il 2019, Marì è a Capri per il funerale di Dino, il grande regista. Il racconto non è più nitido, ma ci viene raccontato attraverso tante fotografie. Lei è ormai una donna anziana, che conserva però il fascino della giovinezza. Capri è sempre lì, e sempre ci sarà. Dino non c’è più, ma la sua eredità è forte per tutte le persone che sono venute a salutarlo per l’ultima volta. Il suo capolavoro è completo, non verrà mai dimenticato grazie al cinema. Dopo i convenevoli di congedo Marì sfugge tra i vicoli del cimitero. Forse il vero motivo della sua visita è un altro, forse vuole soltanto scappare ancora una volta da quell’isola che le ha dato tanto e tolto tutto. Ma prima non può non concedere alla persona più importante della sua storia, un ultimo, commovente saluto. Carmine non c’è più da anni, ma per Marì c’è stato sempre. Quasi contemporaneamente, a pochi chilometri di distanza sul lungomare di Mergellina, due giovani ragazzi stanno affrontando le loro prime pene d’amore. Epoche diverse, stesse emozioni. Ma questa è un’altra storia, e probabilmente la conoscete già.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.