Concerti

I Take That sono sopravvissuti agli anni novanta

Take That alla Cave Parco Della Musica, foto di Valeria Magri

«Ieri sera sono stati fantastici ma nulla a che vedere con il concerto di Londra. Quando suonano a casa loro danno sempre il massimo». È questa – parola più, parola meno – la lezione che una fan totalmente brandizzata Take That fa ad altre fan e capisci solo in quel momento che è al terzo (forse quarto) concerto in pochi mesi. I tre manchesteriani salgono sul palco in perfetto orario, non un minuto in più, non un minuto in meno; sottopalco le ragazzine urlanti degli anni novanta si sono trasformate in ultraquarantenni in giacca con mariti al seguito. Ma d’altronde, come sono cambiate le loro fan, sono cambiati anche loro: sopravvissuti a scioglimenti, reunion clamorose (quella del 2011, l’ultima nella formazione originale) e abbandoni inaspettati, i Take That da sempre si piegano ma non si spezzano segno che qualcosa in loro continua a funzionare anche dopo trent’anni.

La produzione italiana è ridimensionata rispetto ai mega live messi in scena a fine aprile in Regno Unito; se in quelle occasioni Gary, Howard e Mark salivano sul palco attraverso una sfera di led sollevata una decina di metri da terra, a Roma il tutto è più sobrio, unfiltered. Al centro c’è sempre la loro musica e non potrebbe essere altrimenti: è uno show che segue track by track l’ultima raccolta, Odyssey, ideata per onorare i trent’anni di attività («L’Italia ci ha accolto subito con affetto fin dall’inizio degli anni novanta», dicono) ed è proprio per questo che sul palco i grandi successi ci sono tutti, da Shine – che arriva pochi minuti dopo l’apertura – a Pray. Va detto: a tratti sul palco manca la spavalderia, l’immaginazione, il carisma e l’audacia di Robbie Williams, il tassello più importante nonché il vero volto da sempre dei Take That ma, dopo tre decadi di showbusiness, i tre superstiti sanno perfettamente come mettere in piedi uno show importante anche senza il bad boy di Staffordshire.

I tremila della Cavea fanno da eco a quei brani che hanno segnato un pezzo di storia della musica pop: It Only Takes A Minute, Everlasting fino all’immancabile Back for Good. Certo, i segni del tempo si vedono tutti ma nonostante ciò le coreografie messe in scena da Gary, Howard e Mark fanno ancora il loro sporco lavoro: ogni passo (rigorosamente coordinato) scatena un boato che sovrasta il cantato dei tre inglesi. Le ultime cartucce che vengono sparate prima del finale sono Rule the World e Relight My Fire di Dan Hartman. Sull’auditorium il sole non c’è più da ormai un’ora e mezza ma è come se ci fosse: le luci degli smartphone lo illuminano a giorno per l’ultimo step, Never Forget. Qualcuno piange per l’emozione, altre cercano l’ultimo scatto che poi posteranno l’indomani su Instagram per far “rosicare” le amiche rimaste a casa. Poi c’è chi, come la signora “brandizzata” dell’incipit, corre via per non perdere l’ultimo treno diretto a Milano. «Domani c’è l’ultima del tour a Zurigo, non posso perdermela», dice. Ma che ci vuoi fare, è la dura vita del fan.

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Emanuele Camilli
Autore

Nasce nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.