Interviste musica

Willie Peyote: «Ora che ho fatto un disco commerciale mi dicono che sono un venduto»

Se c’è un rapper atipico della nuova scena italiana questo è senza alcun dubbio Willie Peyote (trentaquattro anni, proveniente dalla scena underground torinese). Atipico perché nelle sue canzoni non parla di figa, soldi e potere, non sale sul palco con Rolex al polso e Iced Out al collo e non viaggia su Tesla prese in leasing. Non stupisce, quindi, il suo approccio profondo nello spiegare il nuovo album, il primo scritto per una major (Virgin Records) disponibile da venerdì. Iodegradabile ha come tema centrale il tempo, il rapporto che l’uomo ha con esso e tutte le conseguenze che porta con sé nella vita di tutti i giorni delle singole persone: dalla paura della fine delle cose, al tentativo di rimanere nel tempo e lasciare un segno che sopravviva a noi stessi, fino alla ricerca vana di dilatarlo il più possibile. È un viaggio nella situazione attuale italiana, affronta la politica del governo gialloverde in Mostro (“Dici che vuoi tutta la verità, vorresti essere bene informato / No tu non vuoi mica la verità vuoi solo essere rassicurato”, canta nel primo verso) fino alle relazioni umane e sentimentali che viviamo tutti i giorni (La tua futura ex moglie, Quando nessuno ti vede).

La cover del disco cita apertamente l’opera Fresh Meat di Sadler, per poi addirittura presentare la tracklist su uno scontrino. Come mai questa sfera di richiami?
Il mio obiettivo era di declinare in immagine il concetto di degradabilità e di velocità di consumo e credo non ci fosse niente di meglio per rendere questa idea della grande distribuzione, del supermercato, di quel contesto in cui te vai a comprare ciò di cui hai bisogno e ogni giorno ricaricano i serbatoi. Il racconto del consumismo sfrenato è rappresentato secondo me molto bene dal supermercato. In realtà, è anche per prendere per il culo chi mi dice che ora sono diventato commerciale e che mi sia venduto. Mi sono messo addirittura in vaschetta, più commerciale di così.

A proposito del titolo, è un semplice gioco di parole o un riferimento più profondo al significato della parola e, quindi, a una trasformazione artistica?
L’evoluzione è parte integrante del mio percorso artistico, cerco sempre di fare qualcosa di diverso, fondamentalmente perché mi diverte e perché troverei noioso il contrario. Il titolo, in realtà, non si riferisce direttamente a me, ma parla più in generale del fatto che ognuno di noi è destinato a passare, la mia musica compresa. Non era riferito direttamente alla mia persona, ma se vuoi darci questa chiave di lettura a me va benissimo, poiché comunque è vera, in quanto noi non facciamo mai due progetti uguali.

In un mercato come quello attuale è difficile non assomigliare a nessuno?
Innanzitutto bisogna porsi fin dal principio quell’obiettivo, che non credo sia una cosa comune per tutti, ma se si ha questa intenzione è necessario partire dalla propria volontà di diversificarsi sempre, ma al tempo stesso senza tradire la propria poetica. Per non essere uguali agli altri basterebbe essere sé stessi, bisognerebbe avere meno paura di esserlo, anche se non è sempre piacevole. Tanto vale, però, sbagliare da sé stesso che provarci essendo qualcun altro e fallire, perché comunque il fallimento è dietro l’angolo.

Questo esordio con una major invece come è andato?
Non l’avevo mai fatto prima e ti posso dire che dipende moltissimo dal come tu scelga di porti con i tuoi collaboratori e con le persone che ti capita di incontrare nel tuo percorso lavorativo. Dipende molto anche da come ci arrivi: se parti già a diciotto anni all’interno di un’etichetta, ovviamente non avrai il polso della situazione, né avrai il percorso artistico in mente da poterti imporre. La scelta dei momenti e il timing sono molto importanti nella vita. Io non credo che l’artista debba subire pressioni inevitabilmente.

Quindi mi stai dicendo che non hai subito nessun tipo di pressione da parte di Universal?
Esatto, anzi, sono riuscito a fare quello che volevo sia a livello di visual design che musicalmente. Credo che il motivo sia che, essendoci entrato a trentaquattro anni, l’etichetta è cosciente del fatto che io sappia fare il mio lavoro, già consapevole, non un artista da formare diciamo e questo fa la differenza.

Della scena musicale attuale cosa ti piace?
In Italia ti dico Massimo Pericolo su tutti. Scrive e rappa da dio, mi ha letteralmente aperto la testa appena l’ho sentito la prima volta, è fortissimo. Mi piace moltissimo il fatto che, tra una rima e l’altra, lui riesca a mettere degli elementi di una sensibilità profondissima, mi dà proprio l’idea di essere un ragazzo sensibile: fa tutto il duro, ma poi dice due frasi e fai: «Minchia, è proprio un patato».

Davide Colli
Autore

Iniziato alla settima arte sin dalla tenera età, Davide è un giovane totalmente alienato dalla realtà circostante, che scrive di cinema, tv e musica ovviamente in un modo tutto suo. Qualche volta riesce ad imbucarsi a qualche festival importante, e non lo hanno ancora scoperto. Vorrebbe diventare uno sceneggiatore in futuro, ma come quelli di "Boris".