Chart musica

I dieci migliori album del 2019

1. Nick Cave, Ghosteen

Siamo di fronte ai testi più belli che la penna di Nick Cave abbia mai partorito che raggiungo apici di poesia che è sempre più raro trovare nella musica contemporanea. La band australiana ha abbandonato le chitarre e la batteria per immergersi in un mondo a tratti ambient, a tratti dream pop, pieno di synth e pianoforti perfetti per accentuare l’emozione che scaturisce dai testi. Immergendosi nelle tracce diventa chiaro il senso di conclusione che il cantautore ha cercato di trasmettere, come fosse il racconto di una resa: la fine della lotta e l’attesa della pace, qualunque forma essa abbia. Ghosteen è un album senza difetti, (complesso sì, ma perfetto) e sarà difficile, da questo momento in poi, creare qualcosa di superiore.

2. Bruce Springsteen, Western Stars

Definito «uno scrigno ricco di gioielli» dallo stesso Springsteen, ci sarà molta curiosità nello scoprire se il cambiamento dimostrato dal Boss in questo nuovo progetto sarà definitivo o se sarà nuovamente capace di rinnovarsi e sperimentare in futuro. Ciò che è certo è che il Bruce è riuscito a costruire uno dei dischi migliori della sua carriera con coraggio e esperienza, e che Western Stars, oltre che essere ben pensato e ben eseguito, riesce a consolidare quell’immortalità che Bruce Springsteen ha già meritatamente conquistato nel mondo della musica negli ultimi decenni.

3. Billie Eilish, When We All Fall Asleep, Where Do We Go?

When We All Fall Asleep, Where Do We Go? è un articolato viaggio nella mente di Billie, il quale attraversa tutte le sue inquietudini e le sue paure, anche quelle più delicate, in un modo cinico che però mantiene un poco della spensieratezza associabile alla sua giovane età. Ogni traccia rappresenta un suo diverso timore, una diversa sfumatura del caos nella sua mente, che va da una banale cotta adolescenziale non corrisposta in Wish You Were Gay alle devastanti conseguenze fisiche e psicologiche che la droga ha sul mondo intorno a lei, in particolare sulla sua generazione, in Xanny.

4. Post Malone, Hollywood’s Bleeding

Hollywood’s Bleeding è un album con addosso tante catene; e infatti c’è (perché doveva esserci) il singolo per un’operazione cinematografica mainstream (Sunflower scritta per Spider-Man), il singolo per fare il doppio platino (Wow), c’è la ballad per gli accendini, o gli smartphone (Goodbyes) e poi molto altro. Un disco che è già un classico in grado di scardinare le credenze popolari dei malfidati e degli oppositori della musica del nuovo millennio, e fin qui nulla di innovativo, se non fosse che a parlare è la voce autorevole di quello che, se Dio vi sembra troppo, è quantomeno una sorta di presidente degli Stati Uniti che fa comizi in rima con i tatuaggi in faccia e le crocs ai piedi.

5. Thom Yorke, Anima

Anima è un album difficile da ascoltare e da capire, Yorke si è messo d’impegno per mettere sul mercato un lavoro complesso, difficile da apprezzare e da spiegare: si è preso tutte le libertà che voleva e ha creato un incubo sonoro. A tutti gli effetti, ascoltare Anima, è come guardare un episodio particolarmente straniante di Black Mirror. Il miracolo che compie il leader dei Radiohead in questo album, è trasmettere chiaramente il messaggio di instabilità, solitudine, paura e incapacità di socializzare che è diventato un po’ il mood generale di chi vive l’epoca contemporanea. Non è un album da mettere in macchina o da cantare sotto la doccia, sono canzoni stonate di una bellezza che è difficile da individuare. Nonostante questo, Anima è un lavoro incredibile di produzione e disfacimento della concezione classica della musica ed è bello che qualcuno, oggigiorno, abbia il coraggio di proporre un lavoro discografico del genere affrontando i temi che affronta e facendolo nell’unico modo che Yorke riteneva possibile: creando caos.

6. Harry Styles, Fine Line

Fine Line è un album audace. È un qualcosa che nessuno mai si sarebbe aspettato da un ragazzo uscito dalla boy band (che pesa per lui come una condanna) più famosa dell’ultimo decennio. Styles sembra essersi scrollato di dosso tutte le preoccupazioni riguardo i passaggi in radio, ha sfidato i suoi fan ad aprirsi ad un nuovo sound e ha messo insieme un album eclettico: passa da un genere all’altro in maniera fluida omaggiando i grandi della musica senza mai risultare una copia. In tutto questo, resta quel fascino un po’ weird che lo contraddistingue da sempre, accompagnato da una scrittura fine e da un sound incredibilmente vario e coraggioso, il tutto coronato da una sincerità quasi disarmante. Pare che Styles possa diventare per i millennials quello che David Bowie è stato per i baby boomers. E ascoltando Fine Line tutto ciò non sembra blasfemia.

7. Coldplay, Everyday Life

Everyday Life, se vogliamo, è un disco politico ma di rara bellezza. È un caleidoscopio di suoni, di sensazioni, di emozioni. Si ha la sensazione di essere tutti collegati, come se ogni vita su questo pianeta fosse strettamente legata, con un sottile filo, a quella di qualcun altro in un remoto, sperduto posto del pianeta Terra. Un disco spirituale ma che sa essere anche eclettico. Ed è sensazionale.

8. Charli XCX, Charli

La sensazione è che Charli XCX stia rischiando tutto: gioca con la musica, è sincera nei suoi testi e non si tira indietro quando si tratta di prendere posizioni. La produzione è curata nel dettaglio, presente e ingombrante in ogni singola traccia ma che si accompagna in maniera armoniosa alla voce della cantante e al mood delle canzoni: dalle vibes più anni ottanta in Thoughts a canzoni più dreamy come White Mercedes, passando per Shake It che unisce sound tipicamente digitali a rap e reggaeton creando un piacevolissimo caos. Insomma, Charli è (per ora) l’album più personale e coraggioso della popstar britannica ed è questo che lo rende il suo prodotto migliore: pura avanguardia mescolata ad un’introspezione tenera.

9. Lana Del Rey, Norman Fucking Rowell!

Norman Fucking Rowell! è un album in cui Lana Del Rey non si avventura in nessun terreno inesplorato ma nonostante ciò l’ascolto è incredibilmente fluido. Questo non vale solo per i grandi pezzi dell’album ma anche per quelle canzoni che non brillano per originalità come California, uno di quei pezzi che, una volta ascoltati, non riesci più a toglierti dalla testa. Insomma, nelle quattordici tracce la cantante sceglie di essere onesta con i suoi fan e non provare a mascherare nessuna delle sue cicatrici d’amore. Addentrarsi in questo album è come fare una passeggiata nella mente della cantante, tra i suoi dolori e le sue gioie e bisogna farlo in maniera delicata, nel modo in cui è stato costruito il supo sound: senza frenate violente o cambi di rotta improvvisi.

10. Liam Gallagher, Why Me? Why Not.

La grandezza delle figure che gravitano attorno a Liam è oggettiva; il sound è solido e ricco, le sfumature di chiaro stampo oasisiano e beatlesiano incorniciano il brit pop dei tempi che furono e riportano alla nostre orecchie anestetizzate alcuni espedienti che raramente abbiamo trovato e troveremo nella classifica inglese. Ci riferiamo alle dissolvenze in uscita e ai solo di chitarra distorta, che non fanno mai male ma che le esigenze discografiche e radiofoniche (che poi sono la stessa cosa) hanno fatto scivolare gradualmente ma progressivamente agli ultimi banchi della classe.