Opinion musica

Tutte le volte in cui Bono ha dato un futuro alla musica

È il 10 maggio 1960 e dovremo aspettare quasi un paio di decenni affinché un lad della periferia di Dublino, Paul David Hewson, venga ribattezzato dagli amici Bono, prendendo spunto dall’insegna del negozio cittadino di strumenti acustici “Bona Vox”. Buona voce, epiteto che si rivelerà piuttosto azzeccato, in quanto Hewson (nome che useremo per l’ultima volta) diventerà infatti frontman, simbolo ma soprattutto inconfondibile voce di quello che nel 2012 Bruce Springsteen definirà come probabilmente «l’ultimo gruppo di cui la gente ricorderà il nome di tutti e quattro i componenti»: prima Feedback, in seguito The Hype, poi finalmente dal 1978 U2.

Nel 1980 The Boy, l’anno successivo October e nell’83 War fanno conoscere la band irlandese al mondo e permettono a Bono di esibirsi nel primo concerto da headliner in un palazzetto da diecimila persone: alla Sports Arena di Los Angeles, il 17 giugno del 1983. L’investitura di Bono a frontman di fama internazionale avviene però due anni dopo, al mastodontico Live Aid del 1985, proprio quello in cui Freddie Mercury trascinò strofa dopo strofa, parola per parola, l’intero Wembley con i suoi brani e vocalizzi. In quell’occasione Bono e la band stupiscono il mondo grazie ad un’indimenticabile versione estesa di Bad lunga 12 minuti (e piena di fuori programma), regalando l’unica performance in grado di accostarsi a quella leggendaria dei Queen. Freddie Mercury quel giorno avvicina un Bono ancora senza sgargianti occhiali da sole, ma in compenso lunghi stivali da cavallerizzo neri e capelli cotonati, manifestando una totale stima nei suoi confronti: «Oggi tutti urlano, tu sei un vero cantante», gli dirà.

Ecco allora che arrivata l’investitura ufficiale: Bono e la band prendono il volo e, nel 1987, indipendentemente dai gusti, nasce il più ispirato album nella storia della band, The Joshua Tree. All’apice del successo però Bono, di fronte a tanto clamore, comincia a sentirsi come smarrito. Durante il tour dell’album, che racconta molto dell’America, avviene il primo incontro con l’icona della musica a stelle e strisce, Bob Dylan che, conscio degli aspetti deleteri di una carriera solista che pare Bono stesse valutando di intraprendere in quei giorni, proferisce parole semplici ma fulminanti: «Immagina di dover affrontare tutto questo da solo».

Bono riflette a lungo su quella frase e ammette a se stesso che, a differenza di Dylan, lui da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Ed è forse anche grazie a questo confronto che gli U2 escono indenni da uno dei periodi più folli della loro carriera. Sempre in quel mitico 1987 si situa l’incontro con David Bowie a Parigi: uno dei più fecondi per la carriera degli irlandesi. Vedere Bowie e il suo immenso spettacolo d’avanguardia, accolto con diffidenza dalla critica ma acclamato dal pubblico, è per gli U2 autentica ispirazione. La band, che si era già abituata a pensare in grande, capisce ancora di più cosa vuol dire dominare uno stadio. Dopo quell’incontro le aspirazioni di magnificenza degli U2 raggiungono un nuovo livello come dimostreranno i loro mastodontici tour degli anni Novanta e Duemila.

I Novanta sono per gli U2 il momento del faccia a faccia con la musica dance, scelta obbligata per Bono e The Edge ma che sarà foriera di forti tensioni all’interno della band per le resistenze al cambiamento di Adam e Larry, portando il gruppo fin sull’orlo dello scioglimento. La svolta avviene a Berlino, più precisamente presso gli studi di registrazione Hansa Tonstudios famosi per aver ospitato precedentemente le session di registrazione di alcun celebri album di David Bowie. Da quelle sale di registrazione uscirà l’ardito e affascinante Achtung Baby, primo dei dischi che porterà gli U2 ad un cambiamento radicale nel loro genere musicale. One, diventata ben presto la traccia più acclamata dell’album, è pienamente un frutto di Bono. Dal significato complesso, la traccia sembra parlare in verità della vita passata assieme al padre dal frontman, dopo che questi perse la madre all’età di quattordici anni ed il testo pare riferirsi proprio alle difficoltà nel superare tale perdita.

Nel 1993 durante il loro primo grande show internazionale, lo Zooropa Tour, nasce il personaggio più iconico tra quelli partoriti dalla fervida mente di Bono: Mister MacPhisto. MacPhisto è l’immagine demoniaca – in vesti dorate, camicia arruffata, trucco, capelli arricciati e corna scarlatte – di una rockstar consumata dagli eccessi, che durante i concerti improvvisa telefonate notturne a personaggi di spicco, spesso appartenenti alla sfera politica. Allo Zoo Tour seguiranno molte altre spettacolari apparizioni che avranno il loro apice nel 2008 quando la band di Dublino ideerà il 360° Tour: battezzato così grazie a The Claw, l’incredibile palco ad artiglio studiato per permettere una buona visuale da ogni settore di uno stadio. Il nuovo giro del mondo degli U2 diventa il tour più redditizio della storia, strappando il record all’immenso A Bigger Bang Tour dei Rolling Stones.

Nel 2001 Bono & co. rimangono sconvolti, come il mondo intero, dall’attacco terroristico alle Twin Towers. La band, particolarmente legata agli States, è pertanto non solo tra le prime ad esibirsi a New York ma si prende anche la responsabilità di occupare lo spazio musicale nella XXXVI edizione del Super Bowl, l’evento televisivo più seguito del pianeta. Struggente in particolare l’esecuzione di Where The Streets Have No Name mentre sullo sfondo scorrono le liste dei caduti di quell’infausta giornata. I Duemila sono pure gli anni della definitiva affermazione del personaggio Bono al di fuori dell’ambiente musicale. Personalità dell’anno per Time Magazine nel 2005, addirittura tra i 100 candidati, quello stesso anno, al Nobel per la pace, la sua figura di umanista e filantropo sembra quasi raggiungere in termini di popolarità quella di artista.

Se sul piano musicale però nessuno può negare il suo talento ed i successi in molti invece puntano il dito o non apprezzano fino in fondo il suo attivismo fuori dal palco. Attività che da decenni porta avanti con Alison Stewart, fidanzatina del liceo e poi moglie, alla quale Bono, nel 1998, scrisse The Sweetest Thing per scusarsi del fatto di essersi dimenticato del suo compleanno. Falso buonismo (la band dal 2006 ha spostato il ramo della produzione musicale nel paradiso fiscale Amsterdam) accuse di portare avanti azioni umanitarie alla maniera di un “neocolonialista bianco” o di utilizzare tali attività come copertura in realtà di azioni speculative sono alcune delle critiche mosse da invidiosi e detrattori. Critiche che non possono però oscurare i tanti traguardi raggiunti in diversi ambiti: dalla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, all’incoraggiamento dell’imprenditoria eco-solidale, fino alla lotta per combattere la piaga della fame nelle zone più povere del continente nero.

L’ultimo colpo di genio o di furbizia, a seconda che si sia amanti o detrattori del personaggio, lo ha offerto nel settembre 2014 inserendo il disco della band Songs Of Innocence automaticamente e gratuitamente nella libreria di tutti gli utenti di iTunes, avvalendosi di una partnership che già da diversi anni l’autore coltivava con il colosso Apple. Al di là del polverone sollevato dalla mossa invasiva, Songs Of Innocence è stato ascoltato da oltre 90 milioni di persone su iTunes ad ulteriore testimonianza della grande abilità non solo musicale di Bono: vero personaggio a 360 gradi.

Insomma, quel ragazzo problematico di Dublino, arrabbiato con la vita, ribattezzatosi Bono, ha incontrato lungo la strada gran parte degli alfieri della musica contemporanea: Joey Ramone, che sul punto di morte, in ospedale ormai da mesi a causa di un tumore al sistema linfatico, decise di affrontare il trapasso con In a Little While degli U2, Eddie Vedder, con cui eseguì Rockin’In The Free World in una super formazione chiamata UJam, l’amico e icona a stelle e strisce Bruce Springsteen, quel semidio che durante il Live Aid si complimentò con lui chiamato Freddie Mercury, il più grande istrione del rock, ovvero David Bowie e il premio Nobel Bob Dylan. Ha raccolto il testimone, ha salvato il rock e oggi, a sessant’anni, non ha alcuna intenzione di consegnare lo scettro.

Andrea Schinoppi
Autore

Nato all’ombra del Colosseo, il background culturale non poteva che essere quello dello storico... mi perdonerete pertanto una certa nostalgia per il rock genuino degli anni andati e per le interpretazioni senza tempo dei maestri De Niro e Al Pacino.