Recensioni musica

Peter White: «Il giudizio affrettato mi spaventa»

Peter White è un ragazzo di Roma che per vivere scrive canzoni. Romano, nata nel 1996, ha cominciato a fare della sua più grande dote una professione nel 2017. In questi giorni torna con un nuovo singolo (che anticipa il nuovo album) scritto a quattro mani con Gemello. Un brano intenso e romantico, in cui spicca l’innata abilità di Peter White di esprimere emozioni e sentimenti attraverso metafore chiare e immediate, che si susseguono nella mente dell’ascoltatore come se fossero le immagini di un film (“Tu sei calma come quei paesini inglesi con le case a schiera/Che alle sette già chiudono i bar/Io che sono incasinato come Roma nei sabato sera/Che si spegne ma non dorme mai”, canta in Sabato sera).

Nel nuovo singolo canti che sei “incasinato come Roma nei sabato sera che si spegne ma non dorme mai”. È stato difficile per te vivere per oltre due mesi in una città completamente immobile?
Credo che questo sia stato un periodo particolare per tutti, personalmente oscillavo tra momenti di riflessione e noia. Certo non sono mancati tanti libri letti sotto al sole, frasi segnate con la matita, vento sul viso, vino e tramonti. Quindi a pensarci bene proprio male non me la sono passata. Forse quello che mi ha colpito di più è stato osservare dal mio terrazzo condominiale i tetti e le cupole che sbiadiscono con la luce della sera. Roma affievoliva, ma non dormiva mai.

Come è nata la collaborazione con Gemello?
La collaborazione con Andrea (Gemello ndr.) è nata in maniera totalmente casuale. Era proprio un sabato sera, io stavo per iniziare il mio live agli ex Magazzini, lui passeggiava nel quartiere di Ostiense quando ha notato la fila di gente che era venuta a sentirmi. Incuriosito ha chiesto a dei ragazzi in fila: «Scusate, chi suona stasera?». «Peter White», gli hanno risposto. Gemello mi ha confessato che con quel nome pensava fossi un cantautore di Atlanta, si è ascoltato una mia canzone nel parcheggio, poi ha deciso di entrare. Ho avuto solo il tempo di stringergli la mano prima di salire sul palco, poi ci siamo risentiti e abbiamo deciso di fare un brano insieme. Sabato sera nasce così, da una serie di belle coincidenze: un concerto, una passeggiata, la curiosità, dei passanti e un cellulare carico per sentire una
canzone.

Quanto conta la romanità nella tua musica?
Sicuramente influisce. Roma è la città in cui vivo e di cui sono innamorato, conoscendone pregi e difetti. È un amore fatto di passeggiate, corse in motorino, temporali visti da dentro una macchina e sole che filtra tra i rami di Lungotevere. Però devo dire che non esiste solo Roma, molte canzoni le ho scritte dopo vari viaggi. Amo viaggiare e, alla fine, amo tornare nella mia città.ù

In un’intervista Vasco Brondi si lamentava del fatto che ormai i topic nella musica pop si sono ridotti a “birre, canne, liceo e la mia tipa”. Cosa ne pensi a riguardo?
Sinceramente credo che non ci sia una regola per la scrittura o per le tematiche da trattare, come non mi piace categorizzare i generi musicali. Penso che in un mondo dove ormai tutto è già stato detto la bravura di un artista stia nel trovare sempre una sfumatura nuova per raccontare qualcosa ed emozionare chi ascolta.

In meno di due anni il tuo pubblico è cresciuto tanto, mi racconti come è andata?
Ho iniziato con i fogli nel sottobanco del liceo e a casa dopo scuola. Poi ho scoperto che il mio amico e vicino di casa, G Ferrari, era un produttore. Ho cominciato a scrivere sulle sue basi, appassionarmi al lavoro di studio e registrare tra casa mia e casa sua: sono nate Birre chiare e Déjà vu. Poi ho incontrato Vince e Dorian Kite, un periodo spensierato dove ho scritto Lollipop, Narghilè e Luna. Poi ho conosciuto Gabriele (Niagara ndr.) e gli ho presentato G Ferrari trovandogli uno studio, dove abbiamo montato tutta l’attrezzatura insieme. Ormai è una seconda casa dove si è aggiunto anche Paolo Mari (Polare ndr.). Lì ho registrato Primo appuntamento e oggi sto lavorando al nuovo disco. Ho raccontato il dietro le quinte dei numeri su Spotify, tante lunghe giornate di lavoro ad ascoltare sempre gli stessi tre minuti di canzone per poi passare alla successiva, ma amo il mio mestiere e ho la fortuna di poterlo condividere con persone che sono collaboratori e amici, o forse ancora meglio, amici e collaboratori.

C’è qualche aspetto del successo con cui ancora non riesci a convivere?
Credo che ovviamente avere successo nelle sue varie forme e fasi abbia lati negativi e positivi. Forse l’aspetto che più mi spaventa è il giudizio affrettato che viene dato sentendo anche solo trenta secondi di canzone e magari senza ascoltarla davvero. Purtroppo ogni brano che fai uscire è un po’ di te stesso che metti in piazza e devi essere pronto agli applausi quanto ai fischi.