Interviste

Boss Doms è il capo ultras dell’underground

“Possedere il senso di sé significa aver accumulato una serie di storie che ci dicono chi siamo”, scrive William Kittredge nel suo libro The Nature of Generosity. Secondo lui esistono due tipi fondamentali di storie. Quelle che servono da lezione, che ci mettono in guardia e quindi ci proteggono, e i racconti celebrativi che usiamo per consolarci e calmarci. A volte bisogna partire da quello che consideriamo più prezioso, e parlando con Boss Doms ho capito una cosa: non c’è niente di più prezioso della propria libertà. Edoardo Manozzi (questo il suo vero nome) è da sempre il compagno di palco di Achille Lauro. Un produttore fedele, che lo ha accompagnato nelle sue follie, facendo parlare tutta Italia di loro. Ha collezionato una serie di storie ed esperienze che lo rendono il capo ultras dei produttori italiani. Tutto ciò che esce dalla sua bocca descrive aneddoti da star, in cui lui era presente, ma in cui non era protagonista. E allora Edoardo ricomincia, al timone della sua stessa barca. Ricomincia da solo, per avere nuove storie da raccontare. Storie che hanno già il sapore di grandezza e che preannunciano un altro capitolo di follia e di magia.

I Want More: primo singolo da solista. Cosa rappresenta per te?
Per me rappresenta un nuovo inizio ed il momento in cui io mi sento veramente nella mia dimensione. Nel mio lavoro come produttore presto la mia arte e la mia conoscenza a servizio della persona con cui sto lavorando. Non sono uno di quei produttori egocentrici o che a tutti i costi vogliono mettere il loro sound il loro stile per essere riconosciuti anche quando lavorano per terzi. Io quando faccio il produttore è come se diventassi uno stylist della musica.

Quindi stavolta il vestito è tutto tuo.
Sto facendo questo lavoro su me stesso e per la prima volta mi sento nella mia dimensione, dove al centro ci sono solo io. Io che guido la mia nave. Se io sul palco di Sanremo avessi rotto la chitarra sul palco come ha fatto Brian Molko nel 2001, molto probabilmente, essendo Achille Lauro più esposto mediatamente, avrei recato un danno a lui. Molte cose non hai la libertà di farle perché se fai una cazzata non sei tu ad andarci di mezzo, ma la persona con cui stai lavorando. Avrei rischiato di rovinare tutto. In questa situazione qua, se volessi rompere la chitarra sul palco, sarei l’unico responsabile.

Hai citato Lauro, cos’è successo tra di voi?
Non è successo niente. Io sono ancora insieme a lui con la mente e con lo spirito. Con il corpo un po’ meno perché adesso devo dedicarmi completamente al mio progetto; se vuoi che una cosa sia eccellente devi dedicarti anima e corpo. Come mi sono dedicato anima e corpo, mettendo in pausa tutti i miei progetti, mentre ero impegnato con Achille Lauro, adesso sentivo il bisogno di tirar fuori anche la mia personalità. Comunque con Lauro continuo a collaborare, anche se non fisicamente. Nelle sue ultime due canzoni, le uniche due in cui non ho curato la produzione effettiva, con le mie mani, ci siamo comunque sempre confrontati.

I Want More, letteralmente “voglio di più”. Che cosa vuole Edoardo?
Il titolo della canzone non è stato scelto per questo motivo, ma poi è stato letto in questo modo. A me non piace dire “voglio di più”, perché io non voglio di più di quello che ho. È semplicemente una forma differente rispetto a quello che sono stato fino ad oggi. Adesso mi rispecchio di più in quello che faccio. Io sono un produttore, ma sono anche una persona che ha qualcosa da dire e questo è il momento in cui posso dire le mie cose, come voglio io.

Dici di aver passato tutti i suoni all’interno di macchine analogiche per renderli più autentici. Sei un nostalgico del vecchio o sei più un esploratore di terre nuove?
Un esploratore di terre nuove tutta la vita. Sono proprio alla ricerca del nuovo. Alla ricerca del pericolo e della non consapevolezza del futuro, perché stimola la mia creatività e la mia curiosità più di tutto. Quando vado in un terreno non esplorato, sono curioso di sapere come posso lavorare, come posso approcciare, che cosa posso fare, cosa posso scoprire in questo nuovo mondo.

A Sanremo abbiamo visto una commistione micidiale tra performance e il mondo della moda. Quanto è importante apparire nel tuo lavoro?
A me non piace vederla così. Per me non è apparire. C’è una differenza fra chi fa musica e chi non si limita a far musica e porta una visione artistica. Portare una visione artistica significa non fare semplicemente musica, ma mandare un messaggio. Il messaggio è rappresentato dalla musica, dalle parole, dal modo in cui ti vesti, dallo show che porti. Deve essere una cosa multisensoriale. Se faccio una canzone che trasmette determinate cose, con l’immaginario punto a dare un boot emotivo a quello che dice la canzone.

Restando su Sanremo, Morgan ti aveva chiesto di fare una versione remix del brano Sincero, ma hai declinato l’invito dicendo che non ti presti a fare trashate. Ti sei mai pentito di quel no?
Se dico una cosa di cui potrei pentirmi, ci penso 5 minuti in più e poi la dico. Non mi sono pentito di quelle cose. Credo in Morgan, penso che sia un artista della Madonna, un genio. Però in quell’occasione non condividevo quello che stava facendo.

Hai più avuto modo di rivedere Marco?
No, ma non credo che ci siano grossi problemi, anche perché lui ha il mio numero ed io ho il suo numero. Questo “no” ce lo siamo detti su WhatsApp e se avessi avuto qualche risentimento ci saremmo parlati. Queste sono cose che fanno parte dello show. Noi siamo artisti, siamo esposti. È normale che se io dico una cosa a Morgan, poi la viene a sapere tutta Italia. Certo, ci sono state delle cose non molto piacevoli, ma sono piccolezze.

Sei andato oltre, quindi…
Siamo esseri umani. Siamo tutti ragionevoli e intelligenti. Se ci mettiamo a parlare, col dialogo e la comunicazione si risolve qualsiasi problema. Io mi sento abbastanza in pace.

Qual è il tuo rapporto col mondo televisivo?
Io guardo molto poco la televisione. Non per snobismo o perché sono radical chic. Semplicemente perché il mio tempo libero lo sfrutto diversamente. I programmi televisivi li vedo solo come una forma d’intrattenimento e la parola intrattenimento mi fa subito pensare alla noia.

Della tua esperienza televisiva però ricordiamo Pechino Express. Lo rifaresti?
Assolutamente sì.

Anche in coppia con Antonella Elia, in cui vi siete già imbattuti nella famosa edizione?
Non so se lo rifarei con Antonella Elia. Non siamo molto affini come personalità, ci prenderemmo a cazzotti dopo venti minuti. Pechino Express è una cosa che devi fare con una persona che conosci e con cui ci stai bene. Ti ritrovi davvero in condizioni borderline, in cui dormi per terra in mezzo alle feci di topo o devi chiedere passaggi e stare quattro ore in macchina con uno sconosciuto. Se stai pure con una persona con cui non hai un rapporto d’amicizia, è tosta.

A proposito di televisione, ti vedresti bene giudice di un talent?
Si parla del mio settore, quindi sicuramente avrei tante cose da dire. Io però ho una visione artistica molto “vivi e lascia vivere”. Non so come mi troverei a giudicare qualcuno. Preferirei aiutarli a tirare fuori la canzone più figa possibile.

Nel nuovo pezzo ti vediamo in featuring con Kyle Pearce. C’è una collaborazione che sogni?
Ci sono tantissimi artisti internazionali con cui sogno di collaborare: Justice, Daft Punk, Calvin Harris, David Guetta, Skrillex. Nella realtà italiana sono in fissa con tanti emergenti nuovi che stanno uscendo ora, uno su tutti è Paky. Ora sono più concentrato sul mercato estero, ma non ti nascondo la voglia di lavorare ancora con artisti italiani quando ce ne sarà la possibilità. Essendo più conosciuto in Italia, collaborare con un artista italiano sicuramente è più facile. Mi basterebbe alzare la cornetta del telefono.

Della tua vita privata si conosce il rapporto con la tua compagna Valentina Pegorer. Ti manca la privacy, l’anonimato?
Devo dire che certe volte sto in giro col passeggino o in ciabatte e in tuta al supermercato a comprare il latte e magari viene il fan che si vuole fare una foto. Spesso non sono nella forma più bella di me, ma sai che c’è? Che io sono sempre stato uno sincero. Quindi, io sono così. Non ho bisogno di nascondermi dietro i vestiti. Il modo che ho di presentarmi nelle mie performance non è modo di usare una maschera o di sembrare più figo di quello che sono e anche se mi becchi in tuta o in ciabatte al supermercato, la foto me la faccio lo stesso, perché non mi interessa se c’è una foto di me in cui non vestito Gucci.

Molti haters sulla tua pagina Instagram battono sull’incompatibilità fra la tua stravaganza ed ecletticità di performer e il fatto che sei un padre di famiglia. Hai la possibilità di rispondere a tutti loro, cosa vorresti dire?
Che vorrei mettervi in fila uno per uno davanti a me e vedere chi è più padre fra me e voi. Io mi sveglio alle 8 del mattino e vado a dormire alle 4 tutti i giorni. Faccio il padre, l’artista, il musicista, faccio il lavoratore, faccio l’operaio, faccio tutto e lo faccio bene.

Anche in quest’ultima avventura ti vediamo più glam che mai. Giochi con l’ambiguità, la sensualità e la sessualità. Pensi sia difficile fare scalpore oggi che è stato sdoganato tutto, o credi che l’Italia sia ancora culturalmente non preparata alla tua visione di performer?
Non credo che l’Italia non sia pronta, ma quello che voglio fare io è smuovere. Io penso sempre che quando dici una cosa e ti tocca, significa che un pochino lo pensavi anche tu. Magari non avevi il coraggio di ammetterlo o non hai mai affrontato il discorso in modo approfondito. Fondamentalmente, noi non facciamo altro che smuovere quello che hai dentro.

Uno dei momenti più epici della tua carriera è legato ad un bacio a tinte raimbow in mondovisione, per cui hai ricevuto anche molte critiche.
Ogni volta che comunichi un messaggio forte, provochi delle reazioni forti, quindi è normale che ci sia gente che ha capito di più e gente che ha capito di meno. Ma non mi arrabbio per questa cosa. La gente si è soffermata molto sul bacio, ma il vero messaggio era un altro. Era la libertà di espressione. Era essere sé stessi e il coraggio di seguire le proprie idee, senza vergognarsi.

In questi giorni si sta discutendo della necessità di una legge contro l’omofobia. Cosa ne pensi?
Mi piacerebbe vivere in un mondo dove non serve una legge del genere, dove la gente capisce da sola, senza bisogno di mettere in mezzo lo stato. Purtroppo dobbiamo ancora maturare tanto.

Tornando al tuo progetto da solista, com’è tornare sulla giostra dello show business da solo?
Non mi fa paura questo percorso da solista, piuttosto sono curioso su cosa c’è da fare per mettermi alla prova e superare i miei limiti. È un po’ una visione agonistica.

Il blu è il colore dominante di questa nuova avventura da solista. Anche il tuo Instagram si è riempito di post a tinte neon blu, e una cosa che un aracnofobico come me non può non notare, è la presenza di ragni nei tuoi diversi post e video che hai pubblicato. Che significato hanno in questo progetto?
Il ragno rappresenta l’ossessione diabolica, la tentazione. È l’elemento chiave di questo video, di questo immaginario, perché è un po’ l’ossessione diabolica di volere sempre di più. Il blu invece è arrivato casualmente, anche se poi nulla succede per caso. Io quando faccio musica, mentre sto costruendo, mi vengono in mente forme, colori, strutture.

Hai un messaggio per quelli che ti credevano subordinato ad Achille Lauro?
Io non sono in competizione con Lauro, io sono in competizione con me stesso. Io non voglio fare meglio di Lauro, voglio fare meglio di me stesso. Quindi per quelli che pensavano che io fossi solo una spalla di Lauro e che adesso pensano che io sia una sorta di voltagabbana, voglio dire che per me non è una sfida contro nessuno, se non contro me stesso.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker. Mi chiamo Stefano, diamoci del tu.