Concerti

Com’è andato il primo concerto post lockdown?

Nel racconto della Bibbia, Dio crea Adamo, lo pone nel giardino dell’Eden e crea come sua compagna una donna formata dalla stessa costola dell’uomo. Dio proibisce ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza, ma, scemi loro, seguono il consiglio del serpente e lo mangiano. Per punizione, Dio li caccia dall’Eden e li condanna ad affrontare tutte le difficoltà dell’esistenza. E secondo voi tutto questo che effetto ha avuto su di loro? Pessimo, ovviamente. Non dev’essere stato piacevole rinunciare a tutti quei privilegi, figuratevi. Un po’ come quei vecchi senatori che, dopo tanti anni, si sono ritrovati a dover rinunciare ai loro vitalizi, maturati con tre giorni di lavoro. Una vera tragedia. Però, dopo un primo momento di sconforto, Adamo ed Eva si sono rialzati, hanno reagito alle avversità, e hanno pure fatto una fracca di figli, tié. No, non siete incappati in un post di Radio Maria, siamo ancora quì a parlare di musica. Quella musica che ha sofferto tanto durante il lockdown.

La quarantena e le misure di sicurezza richieste hanno avuto ripercussioni non solo sugli artisti ma anche su gestori di locali, organizzatori di festival, negozi, produttori e distributori di articoli e strumenti musicali, operatori del settore, imprese di service per spettacoli live, e molto, molti altri. Le limitazioni alle performance live, necessarie al fine di uscire presto dalla pandemia senza fare incazzare Conte, hanno coinvolto un intero settore con perdite pari a milioni e milioni di euro. Una catastrofe, vero? Ma la favola di Adamo ed Eva insegna che, oltre la catastrofe, l’uomo ha la capacità innata di rialzarsi, e ricominciare.

La musica ricomincia a farsi spazio fra le sale, una volte deserte, riprendendosi il posto che merita nella vita delle persone. Ci si riorganizza, si porta avanti in modo consapevole un settore per troppo tempo lasciato indietro. A Roma, l’Auditorium Parco Della Musica ha fatto scuola al resto d’Italia, presentando al pubblico una serie di concerti nella Cavea, a distanza di sicurezza. Max Gazzè ha dato inizio alle danze, con tre concerti che hanno fatto ballare ed emozionare il pubblico romano. Ma sempre a distanza di tre sedili l’uno dall’altro.

Entro pochi minuti prima del concerto e mi siedo al mio posto. Da qui riesco a vedere tutti i sedili vuoti lasciati fra una persona e l’altra. L’effetto è spaesante, ma non mi arrendo. Gazzè sul palco è emozionatissimo. Capisco al volo che sostenere l’assenza è più difficile che far cantare gli stadi, e di vuoti ne è pieno sia sotto che sopra il palco. Infatti, la produzione sul palco è molto ridotta: le luci necessarie, nessun visual, nessun cambio d’abito, nessuna coreografia, tutto ridotto all’osso. La band che lo accompagna è «lo stretto indispensabile»: batteria, tastiere, un polistrumentista che si divincola fra fiati e chitarre, un Davide Aru formidabile alla chitarra, oltre ovviamente a Gazzè.

Il concerto inizia, e lo spettacolo che Max ha preparato per l’occasione sembra una specie di greatest hits, in cui ogni tanto affiora qualche pezzo più raro o più datato. Mille volte ancora, all’apertura, sembra quasi un pezzo benaugurale. Con Vento d’estate mi accorgo che effettivamente stasera fa freddissimo, e la sfiga mi perseguita. Dopo I tuoi maledettissimi impegni, la scaletta prosegue con un brano che, per ammissione di Max, suona per la prima volta dopo ben 25 anni, I giorni senza Dio, altro pezzo che sembra quasi raccontare una situazione mai così presente. Tra i brani si fanno sentire i diversi vuoti, i silenzi degli applausi scarni che in altre circostanze sarebbero rimbombati nell’eco naturale della Cavea.

Il solito sesso riaccende la platea, che canta anche anche Teresa, amore mio. Max annuncia i brani come una presentatrice Rai di tanti anni fa e mentre nella mia testa Gazzè diventa sempre più una giovanissima Maria Giovanna Elmi con il suo Va ora in onda, lui suona due rarità: Raduni Ovali, che racconta di aver suonato una sola volta, registrato e completamente dimenticato e La cosa più importante, brano anch’esso di 10 anni fa. «Alla fine è venuta meglio di quanto pensassi», dice alla fine dell’esecuzione. Il pubblico è molto ingessato, a questo punto del concerto, seduto fra le distanze siderali che una volta erano coperte dal contatto dei gomiti e dall’esuberanza di certi che ballano anche sulle note più malinconiche del live.

Seguono Il timido ubriaco e Non era previsto. Max gioca con i presenti come fosse in un locale di Trastevere. Dopo una dedica d’amore a qualcuno in sala sulle note di Mentre dormi e Cara Valentina, Max racconta del suo progetto sinfonico portato sui palchi con l’album Alchemaya. La sfida è quella di riuscire a riprodurre l’assetto sinfonico di un concerto con orchestra, con i pochi strumenti sul palco. Sfida chiaramente riuscita: Il progetto dell’anima, La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, tratti da quell’album, danno una prova di intensità che non ha pari. C’è anche il momento in cui racconta l’amicizia che lo lega a Fabi e a Silvestri, sulle note de L’amore non esiste. Poi qualcosa cambia improvvisamente nella scaletta. Il concerto che fino ad adesso era un live da sala da pranzo, improvvisamente trova le dimensioni del rock & roll in piazza.

Ti sembra normale e Sotto casa infiammano letteralmente il pubblico fino ad ora seduto. Mi alzo anch’io, e vedo con precisione la gente ballare dal suo posto come fosse la normalità, anche se normalità non è. Tutti rigorosamente al loro posto, ma tutti rigorosamente scatenati. I congiunti che possono, si danno il braccetto e inscenano balli che sembrano quelli di una sagra di paese del frosinate. Rivivere quei momenti, dopo tanto silenzio, è emozionante come riabbracciare la mamma dopo tante videochiamate su Skype. Max esce dal palco, pochi minuti di pausa, per poi ritornare. È la volta di Posso, brano che lo ha visto in classifica con Carl Brave, La vita com’è e il finale del concerto: Una musica può fare. Finale che racconta i miracoli che questa sera ha fatto la musica. Unire, nonostante la distanza. Ballare, nonostante i divieti. Cantare, nonostante la paura. Farci rialzare, e vivere. Ho dimenticato un brano, però: La favola di Adamo ed Eva. Riascoltandola, stasera, ha un ragione di più.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.