Recensioni musica

Benché controcorrente, Lauro arriva più lontano di tutti gli altri

“È l’eternità che gira la manovella in ognuno di noi”, diceva Franz Kafka. O almeno dovrebbe essere così, aggiungerei io. Il guaio è che molte persone lasciano che a girare la manovella siano altre cose meno importanti, come per esempio il desiderio compulsivo di denaro, potere o sesso. La poetica (se così la vogliamo chiamare) della trap, ci racconta proprio questo: un mondo corrotto dal denaro, dalla droga, dal sesso facile. A detta loro, se ce l’hai fatta, hai tutto questo e molto altro. Se non ce l’hai fatta, invece, probabilmente sei a casa, sdraiato sul divano ad aspettare il reddito di cittadinanza.

Achille Lauro è l’eccezione. L’eternità la usa per raccontare e raccontarsi. È la giostra nelle mani del giostraio. E con 1990 ho scoperto che la manovella in lui che gira, la fa girare da solo. Qualcuno potrebbe storcere il naso a questo punto e dirmi che sto esagerando, che non c’è niente di epico in Achille Lauro. Che è solo vestiti e tacchi alti. Che non è la manovella a girare, ma tutt’altre cose. E allora seguitemi, perché vi spiego passo per passo che cosa ha fatto oggi di così epico Lauro. Ogni generazione ha i suoi tratti salienti: gli anni ’70, i ritmi psichedelici, la disco music e i favolosi anni ‘80, i sintetizzatori, gli anni ’90 dei karaoke e dei walkman. E poi MTV, il clubbing americano, il pop dei primi anni duemila e l’avvento di internet, che cambia ogni cosa. Ogni decade ha la sua cerchia di eternità.

Ogni pezzo di storia ha le sue colonne sonore. Achille sceglie gli anni ’90. Gli anni che la generazione di giovani adulti di oggi ha vissuto, e vorrebbe rivivere. Ma anche gli anni che la ragazzina che ascolta Ariana Grande guarda con curiosità, sognando un’epoca tanto vicina quanto diversa da ciò che vive tutti i giorni fra stories di Instagram e video di Tik Tok. Gli anni ’90 sgomberano il campo da tutte le inutilità. Achille, o chi per lui, attinge da quella cerchia di eternità: Be My Lover dei La Bouche, Scatman’s World di Scatman John, Sweet Dreams (Are Made of This) degli Eurythmics, riportata al successo proprio negli anni ’90 da Marylin Manson, Me and You di Alexia, The Summer Is Magic di Playahitty, Blue (Da Ba Dee) degli Eiffel 65 e Illusion di Benny Benassi.

Achille reinterpreta questi classici, ma a modo suo. Prende ogni pezzo e lo rivolta come un calzino. Lo scompone e ricompone tenendo per lui le melodie più autentiche, quei ritornelli che ti restano dentro, nonostante siano passati vent’anni, o qualcosa in più. Fin qui ci siete tutti. Bravo Lauro – direte – hai preso i pezzi di qualcuno e ci hai montato su due strofe. No signori, Lauro ha fatto di meglio: ha preso i pezzi di qualcuno e ci ha costruito su una storia, la sua. Tutto quel kitsch da giostra di paese, viene riempito di malinconia e desiderio di riscatto. Tutta la plasticità della Barbie che lo raffigura, viene riempita di carne e sangue.

I brani scorrono intervallati dalle sue parole, inserite nella tracklist a mo’ di stazioni radiofoniche, o della via crucis, checché si voglia. Questi interludi sono brevi racconti, attimi di vita che aiutano a sentire il brano come se fosse la prima volta, ma a cantarlo come se l’ascoltatore del brano lo conoscesse da sempre. Contrariamente a quanto detto da tutti fino ad ora, il fil rouge di questo album non è affatto la dance di vent’anni fa, ma quel profondo senso di mestizia presente da inizio a fine album. Mestizia, contraria a tutto quel rosa e scintillio grafico. Contraria ai pezzi scelti e reinterpretati. Contraria persino all’uso che se ne fa di quei brani. L’album è un progetto da prendere come se fosse un’opera unica. Le tracce si somigliano, ma non si confondono. La produzione è posticcia, imbrattata di suoni talmente finti da funzionare.

È l’album dei contrasti. Degli alti e bassi. Achille si racconta e raccontandosi preferisce sparire. Celarsi dietro una bambola dal look androgino, per ritrovare i segni delle sue radici musicali immerse proprio in quell’immaginario. L’assenza di Boss Doms, purtroppo, si fa sentire, è innegabile. Però ho come la sensazione che, in questo suo non figurare, Boss Doms ci sia lo stesso. 1990 è un lavoro di impegno e di volontà. Volontà di fare qualcosa di contrario alle logiche del mercato italiano. Volontà di guardare avanti, rielaborando ciò che si lascia dietro. 1990 è un lavoro che sputa in faccia a tutti quei sedicenti artisti che tendono ad arruffianare il pubblico che paga il loro affitto. Quel tipo di artista coccolato dalle signore di mezza età, che inorridisce guardando la mise in latex di Lauro.

Achille ha scelto di fare arte per lui stesso e di muoversi in una direzione nuova, lontana anni luce da quello a cui siamo stati abituati fino ad adesso. La femminuccia della trap italiana, reginetta del punk, stella del pop, ha più attributi di qualsiasi maschio alfa autocelebratosi king. “È l’eternità che gira la manovella in ognuno di noi”, diceva Franz Kafka. E mentre rimango imbambolato (è il caso di dirlo) guardandolo crocefisso tra le Big Babols, penso che forse Achille è destinato proprio a questo. All’eternità. Perché, benché controcorrente, Achille arriva più lontano di tutti gli altri. E sarà solo il tempo a darmi ragione.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.