Opinion musica

Perché con I Love My Radio abbiamo distrutto la canzone italiana

La Polonia assegna una medaglia alle coppie sposate da cinquant’anni. Assegna una medaglia anche ai membri delle forze armate che prestano servizio per almeno trent’anni, ma la prima è di livello superiore, più prestigiosa. Chi è sposato lo sa: ci vuole più coraggio ad affrontare cinquant’anni di matrimonio, che trenta di trincea. Un anniversario dimenticato, e si rischia il collo come in un bombardamento in Afghanistan. Anche gli italiani hanno una particolare propensione per gli anniversari, ma i matrimoni qui durano troppo poco. Si è deciso, così, di festeggiare un altro anniversario: quello dei 45 anni di vita della radio. Non della radio, scusatemi. La radio, in Italia, ha già festeggiato 96 anni. Si tratta del quarantacinquesimo anniversario delle emittenti private. 45 anni. Ma chi mai festeggia i 45 anni? Probabilmente, in tempi di covid, aspettare i 50 era troppo azzardato. E così, meglio anticipare. Non si sa mai.

Si saranno limitati ad una festicciola in redazione, dunque. Uno cosa tra intimi, pochi congiunti. Macché! Hanno tirato su un progetto che a confronto i festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia sono stati un rinfresco al centro anziani di Alberobello. Per fare le cose in grande hanno chiamato dieci big della discografia italiana, che evidentemente quest’anno non avevano fatturato abbastanza. Hanno dato loro un solo compito, quello di distruggere 10 pezzi storici. Dieci capolavori, che in tema bellico, sono stati trivellati come sotto una scarica di Kalashnikov sovietici. Potevano scendere in campo con una compilation, tipo Festivalbar rosso e blu. Veloce e indolore E invece no: un pezzo a settimana. Un’agonia più lunga delle code a Gallipoli in agosto.

Dopo l’annuncio dei dieci capolavori, la prima ad aprire le danze è stata Elisa, con il pezzo Mare mare di Luca Carboni. E qui la prima perplessità: ma non avevamo detto dieci capolavori? L’unica artista che è riuscita ad omaggiare in maniera esemplare una cantante come Mia Martini, sceglie di cantare Mare mare. Rovinandola, fra l’altro. La sua versione è talmente traumatica, che Mengoni, la settimana dopo, è sembrato Beyoncé in Dreamgirls. La versione di Quando, capolavoro di Pino Daniele, risolleva il progetto dopo una pessima partenza, ma il suo proseguo non è altrettanto piacevole. La Nannini si affaccia all’universo De Gregori con una versione completamente rivisitata de La donna cannone. Vi ricordate l’intro iniziale con quel pianoforte sognante, il tipico “nanana” urlato nei karaoke di tutta Italia, e la dolce interpretazione da cantastorie? Dimenticate. Dimenticate completamente.

Poteva andare peggio, mi dico. Poteva cantarla, che ne so, Eros Ramazzotti. Ipse dixit, è arrivato lui. Se la prende con Battisti, che poverino, non può rispondere. Sceglie Una donna per amico, ma credo che neanche lei voglia più sentirlo dopo questa cover. Poi è toccato a Giorgia, che ha deciso di cantare Non sono una signora su una base fornitagli da qualche giostraio che produce i pezzi Eurovision dell’Armenia, dell’Azerbaijan e di qualche altro paese lì intorno. Sul beat eurodance che va forte solo nei paesi dell’est, Giorgia decide di cantare alla Whitney maniera. Si dice che la Berté ascoltandola, abbia domandato: “E di chi sarebbe ‘sto pezzo? Io non l’ho mai sentito!”. I Negramaro subentrano a Whitn… cioè, a Giorgia. Cantano Sei nell’anima, con l’enfasi drammatica di Mario Merola nei suoi più grandi capolavori.

Diversa è la sorte di Centro di gravità permanente di Battiato, che, invece, viene trasformata in una canzone da oratorio estivo ad opera di Biagio Antonacci. Il pezzo ricorda molto i suoi tormentoni più famosi, ma con una punta da ballo di gruppo al Lido Mappatella. L’intento era quello di far ancheggiare le balere nonostante i divieti agli assembramenti. Si dice che il governo abbia chiuso le discoteche solo per evitare che Antonacci arrivasse pure lì. Il sex symbol milanese cede il posto allo zio più green d’Italia, e quando dico green non intendo “ecologico”. La versione taroccata di 50 Special proposta da J-Ax va anche peggio della cover precedente. Qualcuno a Bologna dice che Cremonini sia svenuto dopo averla beccata per caso in radio. Lo zio propone una versione rockeggiante del super tormentone, che termina col momento finesse dell’orgasmo femminile sul ciclomotore. Una trashata così ben confezionata, che a confronto il trono over di Uomini e Donne sembra un salottino letterario.

Le settimane scorrono. Il caldo diventa sempre più insopportabile. Mi guardo indietro, godendomi la vista delle tragicità composte per questa incredibile ricorrenza. Avete presente la sensazione di quando sai che hai toccato il fondo? Ecco. Ingenuamente ho pensato che di peggio non si potesse fare. Poi è iniziata un’altra settimana, e in radio è arrivato lui, Jovanotti. Ascolto una versione acustica ed intima di Caruso, che però imbarazza quanto un film a luci rosse con Lino Banfi protagonista. Non contento, Jovanotti aggiunge un’altra interpretazione al brano già proposto. Un mix fra Despacito e il capolavoro di Lucio Dalla. I commenti sui social sono unanimi. Ve ne riporto uno trovato sotto il video caricato su YouTube: “Questa cover è l’equivalente musicale di una bestemmia nella basilica di San Pietro”. Mi sono spiegato?

Arrivati all’ultima settimana, la musica italiana ha già fatto la rinuncia alla cittadinanza. Il progetto si chiude riproponendo il duetto di Ranieri e Tiziano Ferro già sentito a Sanremo, col pezzo Perdere l’amore. Unico duetto con artista originale, tra l’altro. Viene subito da chiedersi perchè, ma considerando i diversi genocidi musicali, eravamo già pronti a sentire cantare ad Achille Lauro un pezzo di Fossati su una base trap. Quindi alla fine Tiziano ne esce pulito, benché il gioco fosse più facile per lui. Lo so. So cosa state pensando in questo momento. Siete anche voi con le mani fra i capelli a chiedervi “perchè”, non è vero? Perché nessuno li ha fermati? La risposta non è facile, e dopo giorni di riflessioni sono giunto alla conclusione che il messaggio è questo: se sei un grande, puoi fare tutto.

Se hai qualche disco di platino in salotto, puoi permetterti di profanare tombe sacre, o tirare i capelli ai grandi che in questo momento staranno prendendo il sole su una spiaggia a Capalbio, spero inconsapevoli di tali oscenità. Se riempi i palazzetti, gli stadi, o le spiagge, puoi passare in radio demolendo la storia della musica italiana con incertezze al limite del sopportabile. Qualcosa di buono però è rimasto. Dobbiamo ringraziare le radio per averci fatto rimpiangere Bugo e Morgan nella serata delle cover a Sanremo, che non è poco. Io uno spazietto per la loro reunion l’avrei trovato. Peccato, sarà per il prossimo anniversario.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.