Cult Musica

Quando gli Oasis erano la più grande band d’Inghilterra

La mente è strana. Se vi dicessi Londra, 221B Baker Street più o meno tutti saprebbero che si tratta dell’indirizzo dello studio di Sherlock Holmes, ma se vi dicessi Londra, Berwick Street quasi nessuno saprebbe a cosa mi riferisco. Al contrario, se vi mostrassi una foto del primo indirizzo, nessuno saprebbe associarla alla residenza del noto detective figlio della mente di Doyle, mentre il secondo, se vi sapessi mostrare uno scatto in particolare, vi farebbe in un attimo scattare la scintilla. Questo perché ci sono centinaia di immagini che hanno influenzato la nostra vita e, soprattutto se ti ritrovi a leggere questo articolo, non puoi non conoscere la cover di uno degli album più iconici degli anni Novanta del ‘900, (What’s the Story) Morning Glory?, che in questa giornata compie i suoi primi venticinque anni e che ritrae due uomini al centro di una (quasi) deserta strada di Soho: Berwick Street, appunto. Ma cos’ha di tanto rilevante il secondo album della band di Manchester? Tutto, mi verrebbe da rispondere. Ma facciamo un po’ d’ordine.

Il contesto sociale

Prima ancora di passare all’interpretazione della prima frase di Wikipedia (che dice: pubblicato nell’ottobre del 1995, è universalmente riconosciuto come il disco di maggior successo della band e del movimento britpop) è necessario conoscere e capire il mondo di periferia da cui Noel e Liam provengono. I fratelli Gallagher, infatti, scrissero i brani dell’album con lo scopo di raccontare il proprio presente, fatto di apparenti insuccessi e di riprove sociali, di problemi familiari e di case popolari. Se è vero infatti che a scuola Noel e Liam non facevano altro che intavolare risse e scorribande, dall’altra il fatto di toccare il fondo li spinse a costruire una strada alternativa attraverso la musica. Questo per motivare a loro stessi la scelta di affrontare la vita con quella spavalderia quasi insopportabile e in quel modo così apparentemente sbagliato ma nel contempo così maledettamente incredibile. «Gli Oasis erano come una Ferrari: bella da guardare, bella da guidare, ma sempre pronta a perdere il controllo», dice Liam in sottofondo alle prime scene di Supersonic, il film di Mat Whitecross che racconta il loro percorso fino a Knebworth Park, gli storici concerti che hanno segnato l’inizio della fine della band. Ma questa è un’altra storia. Quel che rende dunque (What’s the Story) Morning Glory? fuori dal comune, è senz’altro la capacità di raccontare l’universale attraverso il caso specifico. Il risultato è un reportage della nascita di una band di successo e nel contempo il racconto dei quartieri in cui tutto ebbe inizio.

Il sound

Se Definitely Maybe è l’album che introduce al sound degli Oasis, (What’s the Story) Morning Glory? è senz’altro la maturazione di un percorso di ricerca che porterà la band a toccare il cielo con un dito e a diventare una sorta di icone viventi («Non inventiamo nulla. Facciamo rock & roll. E il rock & roll non morirà mai»). Le chitarre distorte partorite da Noel e il timbro graffiante di Liam sono gli ingredienti che hanno permesso agli Oasis di prendersi la scena in un campionato giocato da alcuni tra i più rilevanti progetti musicali del decennio: uno su tutti, gli eterni rivali Blur di Damon Albarn. «La forza più grande degli Oasis era il feeling tra me e Liam. E alla fine è anche ciò che ha messo in ginocchio la band», racconta Noel.

Wonderwall

Dopo l’uscita di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana nel 1991 (ad oggi nono brano più rilevante della storia della musica secondo Rolling Stone) nessuno avrebbe mai pensato che qualcuno potesse scomodare il re del grunge da questo primato. Ed infatti nessuno è riuscito in questa opera titanica. Tuttavia, se dovessimo provare ad immaginare un brano in grado in quel decennio di raggiungere un pubblico tanto vasto probabilmente sarebbe Wonderwall. «Il titolo originale era Wishing Stone – racconta Noel – Ho incontrato una ragazza, siamo andati nella mia stanza d’hotel e lei in tasca aveva un sasso. Mi è venuto quel titolo ed è rimasto Wishing Stone per un’eternità finché un giorno ascoltando Wonderwall Music di George Harrison ho avuto l’illuminazione: figo, c’è anche una connessione coi Beatles». Il giro iconico di chitarra acustica, che introduce e accompagna quasi tutto il brano, è la massima rappresentazione di quell’approccio musicale forte ma nel contempo semplice, quasi da spiaggia (come d’altronde si potrebbe dire del brano di Cobain). Se Don’t Look Back in Anger è l’inno del popolo britannico che accetta e disinnesca, Wonderwall è invece universale. L’integratore esistenziale più forte della sua epoca, in cui emergevano i primi vagiti di quell’individualismo che poi, come sappiamo bene, diventeranno il leitmotiv del rap statunitense e di tutta la produzione artistica post Duemila. Se oggi si ostentano auto e gioielli, Liam ostentava attitudine. Wonderwall, per questo, è indubbiamente il brano più rilevante di (What’s the Story) Morning Glory? e della discografia dei Gallagher.

I riferimenti ai Beatles

Se c’è una band che ha segnato profondamente la storia dentro e fuori dal palco di Noel e Liam è senz’altro quella di John Lennon. Lo si percepisce dal look anni Sessanta con caschetto e barba sempre tagliata, ma soprattutto dal mood sonoro, dagli strumenti utilizzati, dall’influenza che Ringo Starr ha avuto sulla sezione ritmica degli Oasis, dai contro canti di Noel e da mille altre cose. Ecco perché gli Oasis vergono spesso riconosciuti come gli eredi della band di Liverpool (per quanto ovviamente ogni paragone coi Beatles risulti sempre forzato e spocchioso). Inoltre, tra le tante leggende intorno a (What’s the Story) Morning Glory?, ce n’é una che riguarda proprio la band di Here Comes the Sun. Intervistato subito dopo l’uscita del disco, Noel ammise di aver preso in prestito da Lennon alcune frasi tratte dalle sue memorie: «Negli Stati Uniti mi diedero una cassetta. Probabilmente era stata rubata dal Dakota Hotel e trovata da qualcuno. Lennon stava cominciando a registrare le sue memorie su cassetta e diceva: “Start a revolution from my bed, because they said the brains I had went to my head”. Io pensai: “Grazie! Le userò!”».

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.