Recensioni cinema

Il nuovo Borat mette in ridicolo l’America di Trump

Quattordici anni dopo la sua prima scorretta ed esilarante apparizione, l’irriverente comico londinese Sacha Baron Cohen torna a vestire i panni del celebre giornalista kazako Borat con l’intento di strappare un sorriso a milioni di spettatori – sospesi tra pandemia, coprifuochi e lockdown – ma anche di dipingere un losco scenario dell’America contemporanea, tra secessionisti, suprematisti bianchi, “McDonald” Trump e la sua ciurma misogina, razzista, sessuomane e bigotta.

«Barack Obama ha cancellato i veri valori americani, ma un uomo, McDonald Trump, è arrivato per far tornare l’America grande» (primo ministro kazako)

Dopo che nel primo capitolo era stato inviato con la missione antropologica di studiare usi e costumi del popolo yankee, il giornalista Borat Sagdiyev viene recuperato dall’inferno del gulag nel quale era stato confinato (per il disonore arrecato al proprio Paese con il suo primo film) con l’incarico, affidatogli direttamente dal primo ministro kazako, di ingraziarsi il presidente Trump regalando al suo vice, Mike Pence, la più grande star kazaka: Johnny la Scimmia. Il nuovo presidente ha già incontrato i più grandi leader del mondo: “Putin, Kim-Jong-Un, Bolsonaro… e il rapper Kanye West”, cosicché il panciuto e strampalato leader kazako non vuole essere da meno.

«Io preparo mia figlia per mercato, serve una gabbia per lei» (Borat)

Il guaio per Borat è che nella cassa che il proprio Paese gli spedisce negli “US e A” non vi troverà la scimmia ma Tutar, sua figlia quindicenne (Maria Bakalova), la quale, inseguendo il mito di Melania Trump che dalle campagne slovene è riuscita a diventare la donna più importante d’America accettando di vivere in una “gabbia dorata”, ha deciso di seguire di segreto negli States il suo terribile padre. Il massimo del sacrificio sarà per Borat, mosso a compassione dalle preghiere di Tutar, quello di comprare una gabbia da 900 dollari per lei: un grande passo avanti visto che nel suo Paese d’origine Tutar viveva in una stalla. La quindicenne, che si era mangiata la scimmia-regalo, diventerà, da questo momento in poi, lei stessa il regalo (sessuale) per il vicepresidente cristiano evangelico conservatore Mike Pence.

«Finalmente era giunto tempo di dare mia figlia al Vice Predatore di Topa. Ma come potevo infilarmi dentro raduno repubblicano inosservato?» (Borat)

Dopo aver reso appetibile con un pesante restyling sua figlia, Borat tenta di consegnarla a Pence durante la conferenza annuale dei conservatori americani (CPAC) tenutasi lo scorso febbraio, ovvero, all’inizio della pandemia. Per non dare nell’occhio tra tanti conservatori Borat decide di entrare travestito da membro del Ku Klux Klan. La consegna non andrà a buon fine ma nel frattempo possiamo sentire Pence, Giuliani e co. affermare che in America vi sono solo una decina di contagi, che ogni allarmismo è fuori luogo e spergiurare di avere saldamente in mano la situazione.

«Devo difendere vagin* di mia figlia dal sindaco di America» (Borat)

Lo spannung del film si raggiunge durante una finta intervista a Rudy Giuliani (ex procuratore e sindaco di New York nonché avvocato personale di Trump) da parte della giovane – finta – giornalista kazaka, Tutar. La figlia di Borat decide di immolarsi come vittima sacrificale per salvare la vita del padre che non può tornare in kazakistan senza aver prima consegnato “la merce”. Il vero Giuliani abbocca all’amo, riceve Tutar in una camera d’albergo per l’intervista ma quando lei cerca di sistemargli il microfono lui prima la tocca poi si stende sul letto e si infila le mani tra le gambe. Le immagini sono reali (ed imbarazzanti) e solo l’apparizione di Borat, che svela l’inganno e mosso a vera compassione, finalmente affezionatosi alla figlia tanto a lungo trascurata grida come sua figlia “sia solo un quindicenne”, impedisce alla situazione di degenerare ulteriormente. Parlando della scena alla trasmissione Good Morning America, Cohen ha confutato l’intervento di Giuliani che aveva provato a difendersi dichiarando che si stava solo infilando la camicia, affermando: «Direi che se l’avvocato del Presidente ha trovato quello che ha fatto come un comportamento appropriato, allora solo il cielo sa cos’ha fatto con altre giornaliste donne in diverse camere d’albergo. Esorto tutti a guardare il film. È quello che è e che si vede. Ha fatto quello che ha fatto. La decisione sta al pubblico, ma per noi era abbastanza chiaro quello che stava per accadere». Come se questo non fosse già abbastanza, all’inizio dell’intervista Giuliani si lascia sfuggire la sua strampalata teoria sulla pandemia. Secondo Rudolph la Cina avrebbe creato in laboratorio il coronavirus e diffuso volutamente nel mondo.

«La Cina ha costruito il virus e l’ha diffuso. E loro l’hanno deliberatamente diffuso in tutto il Mondo. Non credo che mangiassero pipistrelli» (Rudolph Giuliani)

Il finale è l’ennesima beffa: si prende gioco di Trump e dei suoi collaboratori complottisti. Borat torna a casa con la figlia sicuro di venire giustiziato e pronto a far testamento avendo fallito la missione. Con sua immensa sorpresa il premier kazako è invece entusiasta della sua operazione e si congratula con lui. Il viaggio interminabile che Borat ha fatto su una nave cargo per raggiungere gli US e A, attraccando in ogni porto possibile immaginabile, nascondeva la sua vera missione; diffondere il virus in tutto il mondo usando proprio l’irriverente e scorretto Borat come veicolo (all’inizio del film si vede il suo governo iniettargli delle “lacrime di zanzara per proteggerlo”). Giuliani e McDonald Trump possono dunque gioire: avevano ragione.

Andrea Schinoppi
Autore

Nato all’ombra del Colosseo, il background culturale non poteva che essere quello dello storico... mi perdonerete pertanto una certa nostalgia per il rock genuino degli anni andati e per le interpretazioni senza tempo dei maestri De Niro e Al Pacino.