Cult cinema

Martin Scorsese: God save the King

Nell’impossibilità tecnica – ma soprattutto morale – di stilare una classifica limitata e ordinata dei migliori lavori del maestro del gangster movie, abbiamo deciso di estrarre dalla sua sterminata collezione cinque istantanee che meglio possono rappresentare il cinema e il sentimento del piccolo (di statura) Martin. Un ragazzo asmatico ed emarginato, cresciuto a pane e Fellini e spiando, dalla sua finestra, che affacciava su Elizabeth Street, i gangster del suo quartiere: quel quartiere non poteva che essere la newyorkése Little Italy.

Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1973)

Con quasi vent’anni d’anticipo su Quei bravi ragazzi con Mean Streets – il suo terzo lungometraggio (ma per molti la prima vera opera) – un ancora acerbo Scorsese già propone una sua visione autobiografica e giovanile del mondo della criminalità organizzata. La pellicola segna anche la prima tappa della lunga e storica collaborazione che lega il regista al suo feticcio De Niro, alias lo sbandato Johnny Boy, migliore amico di un magistrale Harvey Keitel (Charlie Cappa), il protagonista della pellicola. Se De Niro, nei panni di Johnny, un lavativo ed impulsivo rifiuto della società sembra anticipare la figura di Louis Gara, personaggio che interpreterà molti anni dopo in Jackie Brown per Tarantino, il religioso Cappa/Keitel (un’altro che con Tarantino avrà qualcosa a che fare) è invece l’elemento stabilizzante, che impedisce alle frequenti
situazioni pericolose in cui si imbatte con Johnny e la sua cerchia di amici nella litigiosa Little Italy di New York di degenerare. Se la fede di Charlie nel Signore è solida non altrettanto lo è quella per le pratiche di espiazione e purificazione dai peccati (egli è l’esattore di suo zio, un potente boss) che la Chiesa gli mette a disposizione. Il sacramento della confessione non incontra infatti la piena convinzione del giovane, come la sua coscienza avrà modo di esternare in una delle prime sequenze del film: «Avevo appena finito di confessarmi, ok? Il prete mi aveva dato la solita penitenza: dieci Ave Maria, dieci Padre Nostro, dieci di quelle cose là. Ora, sai che la prossima settimana tornerò e mi darà altre dieci Ave Maria e altri dieci Padre Nostro e… Voglio dire, sai come la penso. Queste cose non significano niente per me, sono solo parole! Andranno anche bene per gli altri, ma per me non funzionano. Se faccio qualcosa di sbagliato, voglio pagare a modo mio. Quindi faccio penitenza a modo mio per i miei peccati».

The Departed – Il bene e il male (2006)

Non c’è Robert De Niro e, per questa lista, come per un film di Scorsese in generale, è una notizia. Nemmeno la sua amata New York è protagonista, lo sfondo della vicenda è infatti l’irlandesissima Boston, come ci ricorderanno anche le celtiche note dei Dropkick Murphys con la loro I’m Shipping Up to Boston. C’è però la malavita protagonista e c’è anche il primo ed unico Oscar come miglior regista per Scorsese dopo ben cinque nomination andate (incredibilmente) a vuoto. I protagonisti Colin Sullivan e Billy Costigan sono due agenti di polizia, il primo (Matt Damon) è una talpa del potente boss della malavita irlandese Frank Costello (interpreta da un meraviglioso Jack Nicholson) il secondo, un infiltrato della polizia tra le fila del boss, è interpretato da un Di Caprio ormai attore maturo e totale, al terzo gettone (dopo Gangs of New York e The Aviator) con Martin alla regia. La pellicola è una delle piu brutali e nichiliste del regista. Il male e il bene si confondono e si sfumano fino a sembrare una cosa sola. Al mefistofelico, diabolico eppure incredibilmente umano boss interpretato da Jack Nicholson spetta il merito di aver creato Colin. L’ha istruito fin da bambino sul credere nel duro lavoro, avere fiducia nei propri mezzi e che non esistono limiti insuperabili: un’educazione tipicamente americana, che faranno però di lui una persona ambiziosa, affamata in modo quasi animalesco, quanto, in fondo, lo stesso padre putativo Costello. L’ossessione per il potere caratterizza in modo diverso le figure di Colin e Billy avvicinandoli pericolosamente al malvagio Frank, il quale offre subito, nell’incipit del film, la sua spietata visione del mondo agli spettatori: «Non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto. Anni fa avevamo la chiesa; era solo un modo per dire che eravamo uniti. I Cavalieri di Colombo erano autentici facinorosi, dei veri italiani, e dominavano la loro fetta di città. A quei tempi un irlandese non trovava un cazzo di lavoro, ma vent’anni dopo abbiamo avuto il Presidente, che riposi in pace. È questo che i negri non capiscono; se c’è una cosa che non mi va degli amici neri è proprio questa; nessuno ti regala niente, te la devi prendere».

Taxi Driver (1976)

Il tassista piu famoso della storia del cinema è Travis Bickle, interpretato da un grande Robert De Niro. Un reduce del Vietnam 26enne insonne, alienato, isolato e depresso imbottito di psicofarmaci e tranquillanti, che vaga di notte per una New York (sì, ancora lei) che, agli occhi del protagonista, appare come la Babilonia metafora del male secondo le Sacre Scritture. La bomba ad orologeria di nome Travis esploderà in una follia omicida – follia omicida che i media trasformeranno in atto di eroismo solo perché sfogata contro le “persone giuste” – dopo l’incontro con Betsy (impegnata nella campagna elettorale del senatore Charles Palantine), donna della quale Travis si invaghisce ma che gli spezzerà il cuore, con un passeggero del suo taxi (interpretato da Scorsese nel cameo più folle della sua carriera) percorso da istinti omicidi verso la moglie traditrice ed infine con Iris (Jodie Foster), una ragazzina di dodici anni e mezzo fuggita dalla famiglia e rifugiatasi nella Grande Mela, dove viene costretta a prostituirsi con l’inganno dal viscido Matthew “Sport” (Harvey Keitel). La trasformazione definitiva di Travis in mohicano giustiziere contro due volti diversi di uno stesso male – impersonati da Palantine e “Sport” – vedrà la pellicola precipitare in una spirale di violenza da lasciare senza fiato lo spettatore. Senza fiato ci lascia ancora oggi anche il più famoso dei pur tanti monologhi del complessato protagonista, quello che egli rivolge alla sua stessa sagoma riflessa nello specchio contro un immaginario malfattore: «Vaffanculo figlio di puttana, ti ho visto arrivare sai, pezzo di merda, avanti, avanti su, io non mi muovo, non mi muovo dai, prova a muoverti tu, e muoviti. Non ci provare stronzo. Ma dici a me? Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Eh, Non ci sono che io qui. Di’, ma con chi credi di parlare tu? Ah sì è e, va bene».

Toro scatenato (1980)

È il ritratto a due colori del Toro del Bronx, il pugile italoamericano Jake La Motta interpretato, come potete sbagliarvi, da Robert De Niro. Solo quattro anni prima usciva nelle sale un altro acclamato pugile, Rocky Balboa, il cui successo presso il pubblico veniva bissato nel 1979. Scorsese però rifugge le spettacolari riprese dell’allenamento, marchio di fabbrica del cugino pugilistico, lasciando invece che la sua cinepresa si soffermi sull’animo del protagonista, le sue imprese, le sue cadute, la sua cieca e viscerale gelosia verso la bella moglie Vicky (Cathy Moriarty) e la sfrenata competizione con il fratello manager Joey (Joe Pesci), ossessionato dalle sue mani troppo piccole. La pellicola è un lungo flashback in cui lo sport rappresenta solo lo sfondo adatto per far esplodere il contesto di violenza in cui il personaggio di Jake è calato: la sua arroganza con le donne, gli scontri con il fratello e i rapporti con la mafia. Finita la sua prima carriera sul ring ne comincia una seconda, sospesa tra squallidi locali e che presenta, al protagonista, perfino l’umiliazione della prigione. Proprio in cella è girata una delle scene più toccanti del film in cui La Motta rivolge una serie impressionante di pugni e testate verso il muro: sono in realtà diretti verso sé stesso, per la coscienza di avere sprecato il proprio talento. Il finale è un colpo di genio di Scorsese, un nuovo duello allo specchio (sul modello di Taxi Driver) mentre un Jake/Robert trasfigurato, irriconoscibile, realmente ingrassato di oltre 25 kili recita, nel suo camerino, il monologo – tratto da quello che Marlon Brando indirizza a suo fratello Charlie in Fronte del porto – che dovrà fare quella sera sul palco del locale dove si esibirà, un simbolo della sua sconfitta esistenziale: «Non è stato lui Charlie, sei stato tu! Quella sera al Garden ti ricordi venisti nel mio spogliatoio e dicesti, figliolo non è la tua serata, abbiamo venduto l’incontro a Wilson. Te lo ricordi? Non è la tua serata. La mia serata? Lo potevo fare a pezzi Wilson e invece… invece che è successo? Lui si è trovato la strada spianata per il campionato del mondo e io che ci ho guadagnato? Da quella sera non ho combinato piu niente Charlie. Sei stato tu Charlie! Tu eri mio fratello, tu mi potevi aiutare di piu… avresti dovuto difendere tuo fratello un po’ di piu invece di farmi andare al tappeto per quattro schifosi soldi di merda. Io avevo un avvenire, ero un combattente nato, io potevo diventare qualcuno… m’hai fatto diventare un povero disgraziato. Questa è la verità. Sei stato tu Charlie».

Quei bravi ragazzi (1990)

I tempi sono maturi perchè Scorsese diriga il piu grande film sul crimine organizzato (se mettiamo da parte Il Padrino) come ebbe a dire il critico cinematografico Roger Ebert. A Venezia nella corsa per il Leone D’oro quell’anno gli preferirono Rosencrantz e Guildenstern sono morti, ma in molti si resero subito conto che il film presentato da Scorsese era una pellicola con pochi eguali. Uno di questi fu Brian De Palma il quale, dopo averlo visto, disse a Scorsese: «Hai fatto Toro scatenato, il più bel film degli anni Ottanta; sono appena iniziati i Novanta e hai già fatto il più bel film di questo decennio». Scorsese, che in Mean Streets per la prima volta tentava di tradurre su pellicola l’immagine di se stesso, da ragazzo, che dalla finestra guardava i gangster del quartiere, non può non rivedersi nell’adolescente Henry Hill (Ray Liotta) affascinato dallo stile di vita e dal rispetto di cui godono i mafiosi della sua città. Se Scorsese come amava raccontare tra fare il prete o il gangser alla fine aveva scelto di fare il regista, lo stesso non si può dire per Henry, che finirà fagocitato dalla malavita newyorkése, accolto a braccia aperte dai bravi ragazzi Jimmy Conway (Robert De Niro) Tommy DeVito (Joe Pesci) e Paul Cicero (Paul Sorvino). Nulla rappresenta che cosa significa il potere meglio del celeberrimo piano sequenza del Copacabana, il night club a cui il protagonista e la sua fidanzata Karen (Lorraine Bracco) accedono dal retro, con un tavolo che quasi magicamente appare davanti a loro nel locale affollatissimo. Henry Hill e la moglie Karen vengono assorbiti dal giro della mafia al punto da condividerne i valori, colpiti dallo stesso incantesimo che sembra stregare anche lo spettatore. I personaggi sembrano dei veri amici, il loro cameratismo è così forte, la loro lealtà così certa. Ma alla fine la loro mitologia cede e sopraggiunge il senso di colpa: quello che un cattolico come Scorsese non può non percepire. Il senso di colpa non è per aver fatto peccati, è per voler continuare a farli, come recita lo stesso Henry all’inizio del film: «Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti. Quando cominciai a bazzicare alla stazione dei taxi e a fare dei lavoretti dopo la scuola ho sentito che volevo essere dei loro. Fu là che capii che cosa significa far parte di un gruppo. Per me significava essere qualcuno in un quartiere pieno di gente che non era nessuno. Loro non erano mica come tutti gli altri, loro facevano quello che volevano, e nessuno chiamava mai la polizia. I ragazzi arrivavano in Cadillac e me le lasciavano parcheggiare. Giorno per giorno imparavo come si campava a sbafo, un dollaro qua un dollaro là. Vivevo come in un sogno».

Andrea Schinoppi
Autore

Nato all’ombra del Colosseo, il background culturale non poteva che essere quello dello storico... mi perdonerete pertanto una certa nostalgia per il rock genuino degli anni andati e per le interpretazioni senza tempo dei maestri De Niro e Al Pacino.