Chart musica

Tutti gli album degli Arctic Monkeys dal peggiore al migliore

6. Tranquility Base Hotel & Casino

Ultimo album in studio degli Arctic Monkeys datato 2018. Alex Turner non siede sugli allori, assume per l’ennesima volta una nuova veste, ci porta in uno jazz club raffinato, tra luci soffuse, sigari e fiumi di whisky. Lo vedi Alex, mascherarsi da crooner, convinto della sua ennesima svolta musicale, prendendo le distanze dal suo primo sound, proprio come esordisce nella prima traccia: “I just wanted to be one of The Strokes/Now look at the mess you made me make”. Suoni raffinati, eccessivamente studiati per stupire. Quello che, in realtà, più che stupire, sconvolge è questa forzatura nel voler stravolgere, a tutti i costi, l’essenza degli Arctic Monkeys, a favore di una sperimentazione che, decisamente, non è andata a buon fine.

5. Suck It And See

Tutte le band hanno la loro fase più pop. Questa è quella delle scimmie artiche. Pioggia di critiche da parte dei puristi che li rinnegano, apprezzamenti dalle orecchie meno pretenziose. Nel 2011 sembra quasi di vivere un’estate californiana anni Sessanta, al suono di riff ammiccanti, ballad pop dal testo non poco ambiguo (a partire dalla title track), lasciandosi andare ad una macarena nel nascondiglio del diavolo (Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair). Che ci sia meno sperimentazione è chiaro, ma Suck It And See è un disco che vale la pena ascoltare, mentre guidi in macchina, come colonna sonora di un viaggio all’insegna di una spensierata trasgressione, lontana dalla ricerca maniacale dell’originalità stilistica.

4. Humbug

Anno 2009: i Monkeys, acclamati dalla critica britannica per i primi due lavori, virano verso nuovi orizzonti. Atmosfere rarefatte, fumi e psichedelia. Alex Turner ci somministra una pozione magica in dieci dosi diverse, per portarci in un’altra dimensione, fatta di luci intermittenti e sostanze allucinogene. Una porta segreta da oltrepassare, storie contorte raccontate da chitarre e percussioni dai ritmi decisamente meno bruschi di quelli del 2006 dell’esordio. Una maggiore consapevolezza di ciò che si vuole lasciare alle spalle, un apparente salto nel vuoto, dove invece l’ignoto diventa la certezza di un successo che consacrerà ufficialmente la band a qualcosa di più della solita next big thing esaltata dai media inglesi.

3. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not

Dici Arctic Monkeys e ti vengono in mente le chitarre, le percussioni prepotenti e quei tredici pezzi che a mitragliatrice riempiono quella 40ina di minuti di energia del loro primo album d’esordio. Da The View from the Afternoon all’ultima A Certain Romance pare di essere in un locale, a fumare una sigaretta e bere l’ennesima birra con amici, lasciandoti andare ad un pogo sfrenato. Il suono sporco, le chitarre con i riff ripetuti in loop ti prendono, ti trascinano, ti sbattono da una parte all’altra come nei front row dei migliori concerti. Per essere un esordio, NME ha avuto ben ragione ad inserirlo nei primi posti tra i migliori dischi del decennio.

2. Favourite Worst Nightmare

I ragazzini in erba di High Green proseguono con una maggiore maturità sulla scia del primo album acclamato dalla critica, dal popolo inglese e non solo. È la dialettica di Turner, il suo essere pungente a fare da padrone, il tutto condito da un ritmo folle e frenetico, a partire dal pezzo di apertura Brianstorm. Colori fluorescenti, suoni acidi fanno del “peggiore incubo” un sogno di rinascita musicale, a solo un anno di distanza dal primo album. La conferma di un sound contagioso a cui non riesci a premere stop. See you later, innovator.

1. AM

Metti la potenza dei primi due album, unita ad un pizzico di sano rock, mixato ad una matura sperimentazione. Ecco che esce fuori, senza dubbio, il miglior album degli Arctic Monkeys, il cui acronimo viene prestato al titolo del disco in questione, come a voler confermare che le scimmie artiche del 2013 sono qui e sono queste. Turner e compagni sono i dodici pezzi che spaziano dall’energico rock & roll di R U Mine? alla ballad da cantare con tanto di accendino sventolante in aria di No.1 Party Anthem passando per Do I Wanna Know?, pezzo rock simbolo di questo incredibile disco. Sonorità decise, che ritraggono la forte personalità di una band che di strada ne ha fatta in sette anni di carriera.

Martina Guaccio
Autore

Laureata in marketing e masterizzata in comunicazione e altro che ha a che fare con la musica. Fiera napoletana, per metà calabrese e arbëreshë, collezionista compulsiva di vinili, cd o qualsiasi altro supporto musicale. Vanto un ampio CV di concerti e festival.