Chart Cinema

Le migliori interpretazioni di Al Pacino

Originario del South Bronx, figlio di genitori divorziati, dice di aver imparato tutto quello che c’è da sapere sulla vita dalla madre e soprattutto dai suoi nonni. Come egli disse una volta «si recita nella vita, mentre nell’arte si persegue solo la verità». Di “verità” ne ha perseguita davvero tanta Alfredo James Pacino, per tutti Al, uno dei più grandi attori della storia del cinema, debuttando sul grande schermo nell’ormai lontano 1969 e dando vita a personaggi iconici e memorabili. Solo per ragioni di spazio non compaiono, in questa breve rassegna, il superbo e shakespeariano usuraio ebreo Shylock, l’incorruttibile investigatore della corrottissima polizia di N.Y. Frank “Paco” Serpico, il detective (che dà la caccia al criminale De Niro) Vincent Hanna, il malinconico mafioso in declino Benjamic “Lefty” Ruggiero, l’ex carcerato che cerca di rifarsi una vita Carlito Brigante, il magnetico coach degli Sharks di Miami Tony D’Amato ed i suoi incredibili discorsi motivazionali oppure l’ultima, solo in ordine di tempo, interpretazione dell’eclettico sindacalista Jimmy Hoffa nel più recente capolavoro di Scorsese, The Irishman.

Michael Corleone, Il padrino

È una delle interpretazioni più note e acclamate dell’intera storia del cinema ed anche la preferita, delle tante esibite da Al Pacino nel corso degli anni, dal suo amico De Niro. Eppure che ci crediate o no Francis Ford Coppola dovette lottare non poco con la Paramount per scritturare Al per il ruolo di Michael Corleone, un ruolo che di lì a poco gli sarebbe calzato a pennello. La grandezza del personaggio di Michael è data dal lento, progressivo, quanto inesorabile disvelamento della sua vera natura, non diversa da quella della famiglia dalla quale, in un primo momento, aveva preso le distanze. Gli eventi ricondurranno Michael all’ovile famigliare ed il punto di non ritorno è esplicitato dall’iconica scena in cui, guardando negli occhi la moglie Kay (Diane Keaton) decide di mentirle spudoratamente, dopo aver con fermezza asserito che non avrebbe più tollerato domande riguardo i suoi affari. Poi le porte dello studio, che un tempo era stato di Don Vito, si chiudono, come anche l’ultima speranza che egli possa esser una creatura diversa dalle altre della famiglia. Michael è diventato Il Padrino, ovvero proprio quel mostro che aveva sempre rifiutato di essere. Al Pacino tempo dopo rivelò come la cosa più difficile sia stata, non tanto interpretare il personaggio quanto il dover vivere tutto il resto della vita con il peso di questo mirabile quanto ingombrante ruolo.

Sonny Wortzik, Quel pomeriggio di un giorno da cani

Il 35enne Al Pacino continua, dopo Serpico, la sua collaborazione con il grande regista Sidney Lumet indossando i panni del rapinatore alle prime armi bisessuale Sonny Wortzik. Uno dei tre rapinatori di una banca, costretto ad una lunga trattativa con la polizia, per colpa di un piano criminale andato storto fin dal principio. Un personaggio che diventerà ben presto uno degli antieroi più rappresentativi del cinema degli anni Settanta. Al cospetto della polizia schierata in forze tutt’attorno, Sonny inveisce contro un gruppo di agenti con le pistole puntate su di lui e inizia a gridare le parole «Attica! Attica!». Di colpo la folla assiepata lungo la strada esulta, si lancia in un fragoroso applauso e infine si unisce a Sonny, ripetendo a gran voce quelle tre sillabe, in un coro anti-establishment. Si tratta della scena più celebre di Quel pomeriggio di un giorno da cani. Un atto d’accusa contro uno Stato impegnato a tormentare i suoi cittadini più deboli, come lo stesso Wortzik. Sonny è infatti tutt’altro che un balordo: è un uomo dal disperato bisogno di denaro che tenta la via più facile per ottenerlo. L’uomo è solo una vittima della vita, al pari degli innocenti che tiene in ostaggio i quali, percependo tutto questo, non lo odiano, tutt’altro. Sonny è un ribelle senza causa, incapace di cogliere il senso della domanda sul perché abbia deciso di commettere una rapina, che non ha un vero progetto o una destinazione predefinita in cui ricominciare una nuova vita. Al Pacino, con il volto rigato dal sudore e quello sguardo stralunato in cui si accendono sprazzi di malinconia, conferisce all’anti-eroe tutta la dignità e l’umanità possibili. L’intensità disperata di chi non ha quasi più nulla da perdere, ma anche la struggente tenerezza di quelle ultime volontà in cui ribadisce, sottovoce, l’affetto provato per i propri cari e per quella moglie «che io amo più di quanto un uomo ha mai amato un altro uomo in tutta l’eternità».

Tony Montana, Scarface

Brian De Palma abbandonò in tutta fretta il set di Flashdance per dirigere – dopo il rifiuto dell’ultimo minuto di Sidney Lumet – quello che diverrà uno dei criminali più iconici della storia del cinema, Scarface, soprannome (rubato ad Al Capone) di Antonio Raimundo Montana. Montana è un emigrato cubano che vive il sogno Americano a colpi di fucile. Da nullità quall’era egli diventa il sicario di un boss di Miami, criminale di cui conquista la fiducia e che poi fa fuori, dopo avergli rubato moglie e traffici criminali, diventando egli stesso un signore della droga. Tra il personaggio di Scarface e Al fu amore a prima vista. La scintilla scoccò per la precisione al Tiffany Theater di Sunset Boulevard dove Pacino si imbatté nella messinscena del film Scarface (1932) di Howard Hawks. Pacino non perse tempo e chiamò il suo agente Martin Bregman chiedendo di girare il prima possibile un remake con lui nei panni del protagonista. Lo Scarface Paciniano è plasmato, per sua stessa ammissione, sulla recitazione di Paul Muni (lo Scarface del 1932) e sulle movenze del pugile latino Roberto Duran che Al volle sul set per studiarne la postura da duro. Il personaggio Tony Montana è esagerato in tutto: pronuncia la parola “fuck” oltre 200 volte (una media di circa una al minuto), sniffa montagne di polvere bianca (latte in polvere) – dopo quel film il suo naso «non è stato più lo stesso» ammetterà lo stesso attore – e spara una quantità spropositata di proiettili. Nel girare l’ultima epica carneficina della pellicola Al Pacino finirà anche per ustionarsi gravemente le mani toccando innavertitamente la canna incandescente del suo M-16. Una piccola caduta di stile per il super gangster che, crivellato di proiettili, ha ancora il coraggio di urlare «me ne sbatto delle vostre pallottole!».

Frank Slade, Scent of a Woman

È l’interpretazione che gli regala l’Oscar al miglior attore nel 1993. Un premio che, come probabilmente avete intuito dalla lista fin qui presentata, avrebbe meritato di ricevere fin dal 1973. Il film, diretto da Martin Brest, è il remake dell’omonimo italiano firmato da Dino Risi e si fonda interamente sulla magistrale recitazione di Al Pacino. Il colonnello Slade è un ex-militare, reso cieco da un incidente, depresso e dal carattere intrattabile, in grado di emozionarsi solamente per il profumo di una donna o per il potente ruggito di un V8 Ferrari. La sua strada si incrocerà casualmente con quella dell’adolescente Charlie (Chris O’Donnell) – uno studente povero rimasto coinvolto in una bravata ordita dai suoi facoltosi compagni di classe che potrebbe anche costargli l’espulsione dalla prestigiosa Baird School – che diventa l’accompagnatore/babysitter dell’instabile ed imprevedibile Slade, che infatti finirà per trascinare il giovane ragazzo in uno sgangherato quanto malinconico viaggio nella Grande Mela. Indimenticabile, più che la trama in sè, ogni singolo minuto di recitazione di Pacino: i suoi accessi d’ira, il sensuale tango ballato sulle note di Por una Cabeza, ma soprattutto il suo irresistibile monologo finale. Uno dei più famosi della sua lunga carriera. Slade è un uomo” «troppo vecchio, troppo stanco, troppo cieco» rispetto a quello che, sono le sue stesse parole, «sarebbe entrato con un lanciafiamme» nell’aula dove, attraverso un teatrino simil-tribunalesco, l’università intera riunita sta decidendo le sorti dell’incolpevole Charlie. Slade nonostante tutto ha ancora la forza, almeno a parole, di incantare e sferzare la platea, difendendo, da buon colonnello, il suo soldato Charlie.

John Milton/Satana, L’avvocato del diavolo

Quando definisci Dio come un «guardone giocherellone» non puoi non finire in questa lista. Questo è esattamente ciò che John Milton/Al Pacino dice al giovane avvocato Kevin Lomax (Keanu Reeves) in una celebre scena del film. Lomax è un avvocato della Florida che non ha mai perso una causa e che, dopo aver fatto assolvere un professore accusato di molestie sessuali su una studentessa minorenne, viene chiamato a New York dallo studio legale dell’enigmatico e potente John Milton. Pacino pur non essendo il protagonista del film è il satanico Deus ex machina, che vive di inganni e doppi giocchi e muove i fili di tutti i personaggi-burattini intorno a lui. L’ultimo quarto d’ora della pellicola è però tutta dedicata all’attore originari del Bronx e al disvelamento del suo personaggio. Nel suo lussoso appartamento Milton/Satana si prende gioco del suo alter ego celeste, colpevole di donare all’uomo gli istinti e accusarlo di peccare quando quest’ultimo li adopera. Non solo riesce a dar vita ad una spaventosa immagine demoniaca ma surclassa, ancora una volta, tutti in bravura, e poco importa che non sempre ci sia stato un riconoscimento dell’Academy ad omaggiarlo.

Andrea Schinoppi
Autore

Nato all’ombra del Colosseo, il background culturale non poteva che essere quello dello storico... mi perdonerete pertanto una certa nostalgia per il rock genuino degli anni andati e per le interpretazioni senza tempo dei maestri De Niro e Al Pacino.