Opinion musica

Amy Winehouse è la martire imperfetta dello show business

Il palazzo Leopardi è un edificio storico di Recanati, noto per essere stato la casa natale del poeta Giacomo Leopardi. Oggi è un museo che commemora la sua vita, ripercorrendola per le stanze della sua dimora. Quando avevo sette anni visitai il museo con la mia classe. Mentre passeggiavo intorno al palazzo trovai per terra un cerotto e immaginai che fosse appartenuto a Leopardi in persona. Lo portai a casa e lo conservai come un talismano. Quando lo strofinavo sulle ferite, pensavo davvero che avesse la capacità magica di guarirle. Solo più tardi scoprii che i cerotti erano stati inventati quasi un secolo dopo la morte del poeta. Ma non aveva importanza, aveva svolto a meraviglia la sua funzione. Aveva guarito le mie ferite. A 10 anni dalla sua scomparsa, la morte di Amy Winehouse ha ancora il suo effetto placebo sulle persone. Ricordarla è un po’ come strofinare il cerotto sulle fragilità di una generazione torturata dall’interno. Erano le 15:53 del 23 luglio 2011 quando Amy venne trovata morta al numero 30 di Camden Square a Londra. Nonostante siano passati esattamente 10 anni, ancora nessuno può dire con certezza quali furono le cause del decesso dell’artista 27enne. Alcuni attribuirono la sua morte ad un cocktail di sostanze stupefacenti e alcool, ma l’autopsia smentì questa versione notificando soltanto la presenza di una quantità di alcool comunque non letale. La tesi più accreditata è quella secondo la quale è stata la combinazione dei danni causati dalle dipendenze e dai disordini alimentari di cui soffriva, bulimia in primis, a decretare la sua morte.

La sua immagine è diventata rapidamente il manifesto di un malessere impantanato nella dipendenza e nell’autodistruzione. I media hanno fatto gioco sporco e tutta la sua carriera è stata ridotta alle sole apparizioni in stato visibilmente alterato. Eppure l’errore più grande non è stato quello di dipingerla sempre e solo come una donna sregolata, ma soprattutto quello di dare tanto, troppo, spazio ai vari ed eventuali componenti della sua famiglia (del tutto disfunzionale), amici e colleghi artisti che dalla sua morte hanno riempito salotti e librerie di tutto il mondo con racconti distorti sulla vita della star. Racconti che hanno poco a che vedere con l’artista, ma più con la curiosità zuccherina legata alle sue dipendenze. I primi ad esporsi sono stati proprio i genitori. Janis Collins Winehouse, madre della cantante scomparsa, ha pubblicato Loving Amy, a Mother’s Story. L’intento era quello di portare all’attenzione del pubblico un punto di vista diverso, privilegiato se vogliamo, quello di una madre. Il risultato è un libro in cui tiranneggia lo spettro del rancore verso l’ex marito, e la sua totale incapacità genitoriale. Nel libro si legge «Mia figlia era malata. A nove anni già si tagliava, a dieci taccheggiava, e si faceva da sola il piercing. Fumava erba ogni giorno, a 15 anni già beveva Southern Comfort mescolato con la limonata». Praticamente un integrale mea culpa che ha poco o niente a che vedere con la celebrazione di questa splendida artista. Il padre, vera figura ombra nella vita di Amy, ha completamente catalizzato l’attenzione dei media sulla sua figura (ancora prima che Amy facesse il suo ultimo viaggio). Onnipresente, asfissiante, continua a fare concerti per ricordare sua figlia. Il repertorio? Gli unici due dischi che quest’uomo, con velleità artistiche da cantante jazz, ha inciso. Tutto questo, dopo aver pubblicato anch’esso un libro: Amy, mia figlia.

Se questi due esempi parentali vi sembrano l’apice negativo delle diverse commemorazioni che Amy ha avuto nel corso di questi dieci anni, è solo perché non avete letto le dichiarazioni choc (per modo di dire) che ogni paio d’anni l’ex marito Blake Fiedler-Civil vende al tabloid di turno. Tutte rivelazioni sconcertanti degne solo dei salotti di Pomeriggio Cinque. Persino la suocera, tale Georgette Civil, madre di Blake, nel suo libro intitolato Amy & Blake giura di ripercorrere dal punto di vista di una suocera, il rapporto malato tra i due protagonisti fondato su maltrattamenti, assunzione di sostanze stupefacenti e alcool. Insomma, ancora una volta è l’artista a venire meno. Oltre tutti i documentari (di cui uno premio Oscar), programmi tv e servizi di dubbio gusto, tutti coloro che hanno conosciuto Amy hanno voluto raccontarla. Ognuno con la presunzione di essere la voce della verità. Dal tipo che l’ha conosciuta e scattata, che ha pubblicato per Taschen Tutti pazzi per Amy, e che oggi si autodefinisce «suo confidente», a Tyler James, suo amico fin dall’età di 13 anni, che esce con Hoepli per il decennale della sua scomparsa con con il libro La mia Amy. È su quest’ultimo titolo che mi voglio soffermare oggi. Lo avete notato anche voi? Ogni racconto della vita di Amy è un racconto filtrato dall’esperienza personale di ognuno di loro. È impressionante l’uso dell’aggettivo possessivo “mia/my” nei titoli che riguardano la cantautrice scomparsa. E pensandoci, niente di ciò che è loro è rimasto loro. Niente di ciò che andrebbe ricordato in silenzio è rimasto muto.

Ed è forse questo il problema: che nonostante Amy sia sempre “mia” nei titoli dei loro libri, tutti loro hanno avuto la presunzione di saperla raccontare meglio degli altri. Ma a distanza di 10 anni penso che l’unico modo per conoscerla davvero non sia attraverso le parole del suo parrucchiere, o dell’idraulico che quella volta le aggiustò il sifone del bagno, ma solo ed esclusivamente attraverso la sua musica. Solo attraverso la sua stessa voce possiamo difendere l’immensa complessità della sua persona, e non ridurla sempre ad una macchietta. Per il decennale della scomparsa sono già pronti due nuovi documentari sulla sua vita. Il primo per la BBC, Reclaiming Amy, a cura Mark Savage, raccoglie per l’ennesima volta le interviste rilasciate da madre, padre e conoscenti sul suo conto. Il secondo Amy Winehouse & Me: Dionne’s Story, racconta l’artista attraverso gli occhi della sua figlioccia, Dionne Bromfield. Io, se posso darvi un consiglio, opterei per un riascolto dei suoi due album, Frank e Back To Black. Perché niente e nessuno saprà raccontarla più della sua musica. Sarà come accarezzare quel cerotto trovato fuori Palazzo Leopardi. Sarà come abbracciare il suo dolore, per curare un po’ anche il nostro.

Stefano Molinari
Autore

25 anni, cuore rock e anima da balera romagnola. redattore, disturbatore telefonico e soubrette degli anni Novanta. Sul mio CV vanto anni di esperienza come sorseggiatore di Champagne in Provenza, ma la verità è che bevo ancora vino dal cartone. Parlo peggio di come scrivo, e penso peggio di come parlo (praticamente sono perfetto per un reality show).