Chart musica

La guida definitiva ai 10 migliori album d’esordio di tutti i tempi

10. Ramones, Ramones

Un disco punk tirato. BPM alti, chitarra distorta, batteria instancabile e poi tanta rivoluzione tematica nelle liriche di Joey Ramone & Co. Un disco di quattordici brani molto corti (in pieno stile punk) per un totale di ventinove minuti e sedici secondi fatti apposta per saltare ai concerti. Un motivo in più per ricordare al mondo che i Ramones sono stati grandi fin dal disco d’esordio. Post Scriptum: è il disco di Blitzkrieg Bop che, quarantacinque anni dopo, è ancora un inno ruvido e violento e la miglior scusa per pogare ad un concerto. Credo possa bastare.

9. The Beatles, Please Please Me

Quando sei la band più grandiosa della storia della musica devi, obbligatoriamente, essere partito da un qualche punto lucente. Quel punto – ad onor del vero meno accecante di ciò che arriverà più avanti (ed innumerevoli volte nella loro carriera) – è Please Please Me. Un disco pop rock che mostra alcune delle più grandi doti melodiche dei quattro baronetti nei loro rispettivi ruoli e un certo modo, tutto loro, di parlare di tematiche abbastanza comuni, senza tuttavia sfociare mai nel banale (Love Me Do, P.S. I Love You).

8. Jimi Hendrix, Are You Experienced

Nessun artista può dire di rappresentare un genere musicale (forse solo Marley), figuriamoci uno strumento. Questa è la proverbiale eccezione che conferma la regola. Hendrix ha ispirato la maggior parte dei chitarristi venuti dopo di lui e per questo il suo disco d’esordio rappresenta uno squarcio nella storia del rock e uno spartiacque nella storia della chitarra elettrica. In Are You Experienced si sente tutta la grandezza di una chitarra che improvvisamente, e senza preavviso, diventa una voce, poi una batteria, un basso, una sezione d’archi, un coro e un lamento degno di un disco ambient o addirittura elettronico. Tutto può accadere, anzi accade, quando Jimi attacca il suo jack all’amp.

7. Pearl Jam, Ten

Uno dei dischi più rilevanti ed ispirati della storia del grunge. Indubbiamente il capolavoro della band di Seattle. Basterebbe elencare i brani per rendersi conto di quale perfezione stiamo commentando. Vedder e soci mettono al mondo un poema distorto in cui la voce profonda e graffiante del frontman si siede su una culla di chitarre e fill incessanti di batteria infarciti di ghost notes di tom e rullante. Ci sono anche; un basso martellante, le acustiche (che diventeranno centrali nella produzione di Eddie Vedder solista) e molto altro, per un disco leggendario uscito nell’illuminato 1991.

6. Black Sabbath, Black Sabbath 

La transizione tra hard rock ed heavy metal, perlomeno per il grande pubblico, è avvenuta grazie ai Black Sabbath, e dunque con il loro omonimo album d’esordio. Questo sarebbe già sufficiente ad incorniciare questo capolavoro. Ma in aggiunta dedichiamo qualche parola al sound dei Sabbath, già abbastanza definito, ricco di riferimenti al gotico (il primo brano, omonimo al disco e alla band, inizia con pioggia, tuoni e rintocchi di campane). Ozzy, al netto di tutte le sue difficoltà tecniche, mette in scena una lunga performance struggente e nel contempo disturbante. Il riff di N.I.B. è storia del rock nonché prova generale di quel che poi ascolteremo nei successivi dischi cult.

5. Guns N’ Roses, Appetite For Destruction

In questa classifica sono presenti dischi di oggettivo valore ma che non rappresentano il punto più alto della curva di una band. Per certi versi: buon per loro. Purtroppo non è questo il caso dei Guns N’ Roses, che con il loro disco d’esordio fanno tutta la differenza, alzano (forse troppo) l’asticella, dettano un passo troppo veloce perfino per loro stessi. Mettono una linea, insomma – quella del loro tempo migliore – che in nessun giro successivo del circuito riusciranno ad avvicinare. Insomma: esistono best of di band molto più grandi, con all’interno meno hit (nella sua accezione più nobile). Se girate quella copertina, leggete la tracklist, e non conoscete a memoria almeno otto dodicesimi del disco, sono curioso di sapere in quale pianeta del sistema solare siete vissuti nell’ultimo mezzo secolo.

4. The Doors, The Doors

Wikipedia, alla voce “genere”, riporta: rock psichedelico, acid rock, blues rock. Tutto vero, ma limitato. Se esiste una band che non ha un genere di appartenenza, beh quella band ha come frontman Jim Morrison. The Doors è un disco che viaggia e fa viaggiare, un progetto che raccoglie sei brani che non raggiungono i tre minuti e due che superano i sette (The End, che peraltro è forse il brano più intimo della band, non raggiunge per poco i dodici). Un disco che suona per forza di cose vecchio, ma di una vecchiaia elegante e sensuale. Mai scaduto, ma eterno e forse, oserei dire: fuori dal tempo.

Passiamo alle menzioni d’onore prima del podio: Definitely Maybe degli Oasis è un disco che gioca un ruolo di spicco nella nascita del nuovo brit pop. Un esordio che prende a piene mani dai Beatles ma che vuole vestirsi del rock degli Stone Roses. A proposito di Stone Roses: il loro esordio discografico è sublime. Una band molto sottovalutata che, con I Wanna be Adored ha fatto cantare una generazione. Un poeta con la voce d’angelo: questo è stato Jeff Buckley. Grace è l’unico prodotto in studio non postumo e raccoglie, tra le altre, la sua magica e personalissima versione dell’Hallelujah di Cohen. Arriviamo agli U2. Questa band, con Boy sancisce l’inizio della loro prima trilogia (che continua con il più debole October e si conclude con il più strutturato War). Non entra nei primi dieci posti perché la grandezza degli U2 si concretizza nella trilogia di Eno e Lanois: The Unforgettable Fire, The Joshua Tree e Achtung Baby, intervallati dal disco (mezzo in studio e mezzo live) Rattle and Hum. Ho vacillato molto con gli Smiths: non credo ci sia disco tra le nostre menzioni che meritasse maggiormente di finire in top ten. Un disco anzitutto di scrittura. Un ritratto cinico e violento della società vista attraverso gli occhi di Morrissey. Non il miglior disco dei quattro, ma senz’altro il battesimo di un nuovo modo di vedere le cose. L’esordio dei R.E.M. ha un certo peso nella storia della musica. Murmur contiene i vagiti di una rivoluzione musicale che arriverà, o meglio, raggiungerà il suo stadio definitivo, solo più avanti. Velocemente sugli MGMT, che incorniciano un’opera prima dal sound rivoluzionario (come gli Strokes e gli Arcade Fire). Concludiamo con Clash e Sex Pistols, band della stessa scena musicale, ma con diverse attitudini: più attenti alla musica i primi, più d’impatto – sia live che a livello visivo – i secondi.

3. Beastie Boys, Licensed To III

Oggi innestare scratch e chitarre rock non ci fa più un grande effetto. Ma agli albori degli anni ottanta questo frankestein (nato dalle mani di Rick Rubin), così street e al contempo così universalmente apprezzabile, aveva veramente contagiato tutti. Un prodotto ibrido e nuovo che avrebbe aperto le porte alla wave crossover dell’hip hop anni Novanta. Avete già riconosciuto una batteria dei Led Zeppelin oppure una chitarra dei Black Sabbath all’interno di Licensed to III? Beh, siete solo alla punta dell’iceberg.

2. The Joy Division, Unknown Pleasure

Indubbiante un disco storto, disturbante, malato. Un trattato di sound per i posteri. Scritto a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, rappresenta il mix perfetto tra ciò che era e ciò che sarebbe stato. La summa teologica del post punk. Closer riuscirà per certi aspetti a limare certe imperfezioni, ma la grandezza di Unknown Pleasure sta proprio nell’imperfetto. Ian Curtis, che prende in prestito la voce di Sinatra, crea un brano sul male dell’amore tossico (Love Will Tear Us Apart) e lo trasforma in una ballata generazionale. I synth e le chitarre elettriche coesistono, dando vita ad un suono graffiante e epico, ora nitido, ora etereo.

1. The Velvet Underground & Nico, The Velvet Underground & Nico

Il disco perfetto sotto ogni punto di vista: testi sublimi portano il focus su tematiche profonde: dall’eroina (Heroin) alla dominazione sessuale (Venus in Furs). Il sound è sperimentale, ma allo stesso tempo digeribile, cantabile. Un disco che ebbe qualche problema di vendite all’inizio, in parte per via della costosa lavorazione necessaria per produrre l’iconica cover con la banana da sbucciare, ideata da un certo Andy Warhol. Un prodotto sofisticato ma destinato alle masse, in pratica: l’eccellenza.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.