Opinion cinema

Come “Venerdì 13” ha cambiato le regole dell’omicidio

Se diciamo “Venerdì 13” vengono in mente due cose: sventura per i più superstiziosi; Camp Crystal Lake per gli amanti della saga cinematografica con protagonista Jason Voorhees, che nel primo film diretto da Sean S. Cunningham si scontra (o meglio, sua madre lo fa) con Alice Hardy, una delle prime final girl, quelle “ragazze finali” che giungono all’ultimo scontro con il killer. Ma chi è davvero costui? Le analogie che la final girl ha con il serial killer sono molteplici. Prendendo proprio il film di Cunningham come esempio, andremo ad analizzare le principali, partendo dalla personalità. La final girl e l’assassino possiedono spesso un background molto simile: sono infatti solitamente vittime dell’emarginazione e delle vessazioni dei coetanei. Il loro carattere diventa chiuso e introverso, ma anche estremamente analitico nei riguardi dell’ambiente che li circonda, che conoscono a menadito. Una delle caratteristiche che permette infatti alla final girl di arrivare allo scontro finale è proprio l’intelligenza, tramite cui capisce presto la gravità degli eventi a cui assiste. Camminando tra i cadaveri dei suoi amici, acquisisce sempre maggiore consapevolezza di doversi scontrare con ogni mezzo contro un pericolo reale che la attende nel buio. Un altro elemento che accomuna questi due eterni nemici è lo sguardo: le soggettive a cui ci sottopone la macchina da presa differiscono durante “Venerdì 13”, che infatti si apre con quella di Jason che si intrufola in uno dei bungalow del campeggio. È il detentore dello sguardo, e attraverso di lui lo spettatore assiste agli omicidi delle sue inermi vittime. Alice invece prende gradualmente consapevolezza della situazione e acquisisce altresì il controllo dello sguardo. Se quindi prima il punto di vista era maschile, incentrato sui corpi mutilati e seviziati di ragazze, ora è di una giovane che ha imparato a fare appello al proprio ingegno pur di sopravvivere. Tramite la final girl guardiamo direttamente in faccia la sopravvivenza. Questo è il momento in cui i ruoli si ribaltano: la final girl prende il controllo del film e ci conduce allo scontro finale, dove emergono tutti i punti in comune con il killer perché la protagonista ha imparato a conoscerne modus operandi e psicologia; sa come agisce e perciò riesce a contrastarlo. Il binomio si azzera: Alice uccide la minaccia, diventando però ciò che ha combattuto per tutto il film. Attraverso il suo sguardo assistiamo alla decapitazione di Pamela Voorhees, la madre di Jason (che sotto le mentite spoglie del figlio minacciava Camp Crystal Lake). La final girl ha ormai incarnato l’istinto omicida da cui è sfuggita per tutto il film. Ciò la rende vittima dei sensi di colpa, che torneranno sempre a tormentarla, peggiori di qualsiasi condanna da scontare.

Chiara Cozzi
Autore

Da sempre propensa a dare un'opinione su ogni cosa, l'unica strada percorribile era quella della critica cinematografica. Nel frattempo mi sono appassionata agli studi di genere e li ho applicati alle pellicole laureandomi in Teorie del Cinema. Nel tempo libero trangugio horror e variegati di musica.

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