Opinion cinema

I documentari musicali che forse avete perso da recuperare adesso

Billie Eilish: The World’s A Little Blurry (Apple TV+)

Diretto dal premiato regista R.J. CutlerThe World’s A Little Blurry è un prodotto prezioso prima ancora che incredibile, utile prima ancora che estasiante. Guardarlo significa capire perché i talentuosi sono l’1% e quelli che lasciano un segno sono l’1% di quell’1%. Vien quasi un po’ di tachicardia a vedere quanto è dura la vita da star globale, quanta parte di vita da teenager viene bruciata sull’asfalto delle strade che portano al prossimo palco e quanto facile sarebbe mollare. Certo, se il tuo nome non è Billie Eilish. Quando The World’s A Little Blurry inizia e le primissime note di un brano di Billie toccano i nostri timpani, capiamo quanto la sua umanità sia tutta già lì, dentro il nostro dispositivo di ascolto. Potremmo perfino chiudere gli occhi e lasciare che la musica parli. Ciò nonostante, questo docufilm è capace di indagare su quella ragazza fragile che, suo malgrado, si ritrova a vivere il sogno. Se per un attimo usciamo dalla magia dello schermo, e immaginiamo le telecamere che riprendono la storia della musica prima ancora che nascesse, diventa chiaro che forse quel “suo malgrado” di qualche riga fa, non sia esattamente applicabile al mastodontico golem che si muove dietro questa fragile neo patentata. È come se tutti sapessero, è come se ognuno in qualche modo stesse raccogliendo una piccola parte della storia, così che non serva rielaborare leggende metropolitane per raccontarla.

The Rolling Stones: Stones in Exile (Prime Video)

Diretto dal regista Stephen Kijak, Stones in Exile è uno sguardo alla creazione e all’impatto dell’album dei Rolling Stones del 1972 Exile on Main St. Il documentario punta sulla memoria di quell’epoca più che sulle informazioni sul suo esito sul mercato discografico del tempo. Viene fatto rivivere il processo creativo legandolo a interventi odierni degli stessi Jagger e Richards a cui si aggiungono Anita Pallemberg, Charlie Watts ed altri estimatori del gruppo. Nulla di nuovo per quanto riguarda ciò che ormai è diventato un genere (il backstage musicale). Con però in più uno sguardo se non nostalgico perlomeno desideroso di conoscere un passato irripetibile per il mondo del rock. Al Festival di Cannes, dove è stato presentato in prima mondiale alla Quinzaine des Realisateurs, Mick Jagger lo ha accompagnato con una battuta significativa: «Allora eravamo giovani, belli e molto stupidi. Ora siamo solo stupidi».

Coldplay: A Head Full Of Dreams (Prime Video)

Quando si pensa ad una band popolare – talvolta così popolare da essere usata, in modo tutt’altro che lusinghiero, come metro per identificare il coefficiente di penetrazione di un progetto nel mercato musicale mainstream – beh, il sostantivo che ci si crea in testa è “Coldplay”. E pensare che quel nome oggi tanto altisonante è stato preso da Chris Martin e soci da una band che lo aveva appena cambiato con uno, a detta loro, di gran lunga migliore. Chissà cosa penseranno oggi i membri di quella band? Chissà a quante persone lo avranno raccontato senza essere creduti, che i primi Coldplay erano stati loro? E tante altre domande di questo tenore sorgono spontanee durante l’intera visione di Coldplay: A Head Full of Dreams, un documentario (o meglio, un documento) che testimonia quanto sia vera la frase fin troppo ricorrente nelle interviste dei personaggi pubblici che recita più o meno così: se ce l’ho fatta io, può farcela chiunque. Specifichiamo: con questo non si sta dicendo che Chris Martin non avesse un incredibile dono innato, tutt’altro. Stiamo solo dicendo che durante tutta la durata del documentario è evidente che anche uno degli artisti più grandi della storia contemporanea della musica fosse tutt’altro che perfetto vocalmente e che, agli inizi, sembrava esattamente il sedicenne con brufoli, apparecchio ai denti e capelli arruffati della porta accanto. L’insegnamento è dunque che con la determinazione, in certi casi quasi maniacale, e con – appunto – una testa piena di sogni, si può infrangere il muro del suono. Se in tanti (praticamente tutti) provano a mostrare nei docufilm la parte umana delle star, questo è senz’altro uno dei pochi prodotti che ci riesce. Un viaggio completo attraverso i Coldplay; da Parachutes ad A Head Full Of Dreams, passando per l’incontrò con Brian Eno per Viva la Vida e la depressione di Chris Martin prima dell’incisione dei brani di Ghost Stories.

Travis Scott: Look Mom I Can Fly (Netflix)

Telecamera notturna, con quel tipico effetto verde. Un ragazzo con le treccine e i denti luccicanti. È su una postazione delle montagne russe che sta per partire. Un suo amico che lo filma dal seggiolino adiacente. «Controllate le cinture. Via libera». Inizia così il documentario diretto da White Trash Tyler, Isaac Yowman e Cactus Jack (quest’ultimo, pseudonimo dello stesso ragazzo con le treccine). Il suo nome è Travis Scott, ed è il trapper più grande dello show business. Le prime immagini dicono già moltissimo del carattere, della vita e della carriera di Travis, incapace di restare fermo e con l’unica idea in testa di sfrecciare alla velocità di una montagna russa fino a raggiungere le stelle. Look Mom I Can Fly è il titolo di un reportage intimo che riesce a spiegare perché una star dell’hip hop come Travis Scott non abbia nulla a che spartire con le stelle del pop. Lui continua a vivere con la stessa espressione sfacciata del primo giorno, con l’aria di sfida di un adolescente e la dannata voglia di violare ogni regola, rigorosamente con le sneakers (da decine di migliaia di dollari) ai piedi e al volante di una supercar.

Amy (Prime Video)

“Tutto il tempo che non si dedica all’amore è sprecato”, scriveva nel cinquecento Torquato Tasso. Mi torna in mente questa frase tutte le volte che rivedo Amy, il documentario di Asif Kapadia. La vita della Winehouse è raccontata con tatto e gusto (forse davvero per la prima volta) ritraendola per una donna che ha amato tutto con tutta sé stessa, anche troppo intensamente: la musica, gli uomini, la sua famiglia, in quegli anni ogni cosa accanto a lei diventava uno tsunami da cui era difficile rimanere illesi. E poi c’è lei, la fama. Nel documentario Amy dice: «Cantare è qualcosa che è sempre stato importante per me ma non ho mai pensato che sarei finita a fare la cantautrice. Non credo che diventerò mai davvero famosa. Non sarei in grado di gestirlo. Credo che impazzirei».
È dalle sue parole che capiamo la situazione di enorme costrizione emotiva che l’ha portata alla sua fine. Si puó dire che se c’è una cosa che lei non ha amato, neanche un secondo dei suoi 27 anni, è proprio l’attenzione che il mondo intero aveva per lei. Quell’enorme faro puntato addosso alle sue debolezze, al suo chiedere aiuto. Ci si trova completamente impotenti difronte l’epilogo di una vita fatta di mancanza ed eccessi. Un senso di inadeguatezza davanti quel desiderio di tornare indietro e rifare tutto daccapo, come per riavvolgere il nastro, riparare ciò che andava riparato. E se di amore parliamo, allora dobbiamo parlare anche dell’amore che fa nascere spontaneo in tutti coloro che hanno visto il documentario. Una voglia del tutto irrazionale di andare dall’altra parte dello schermo e abbracciarla. Perché Amy non era solo i suoi demoni. Amy non era solo droga e alcol. Amy era Amy, una ventenne inglese con la voglia di cantare, perché era ciò che sapeva fare meglio. Cantare. E per averlo raccontato così, Asif non meritava un solo Oscar, ma un carrello colmo di statuette.

Oasis: Supersonic (Sky On Demand)

La fama raggiunta dagli Oasis a metà degli anni Novanta è tutta nell’immagine della band di Manchester che sorvola in elicottero la sterminata marea di fan idolatranti che il 10 agosto 1996 si radunarono a Knebworth Park per dare vita al più grande concerto inglese della storia. Questa è l’overture del docufilm diretto da Mat Whitecross che, a vent’anni di distanza da quel successo, vuole ripercorrere gli inizi sgangherati ed il successo fulminante (raggiunto dopo soli due album), nel perfetto cliché sesso, droga e rock & roll, della band capitanata dai fratelli Gallagher. C’è inevitabilmente anche spazio per narrare il rapporto tormentato tra Liam (il frontman) e Noel, il chitarrista autore e leader carismatico del quintetto. Non aspettatevi però le classiche interviste e chiacchierate con i protagonisti; di questi ultimi ne ascoltiamo solo le voci che, nello slang tipico della working class, fungono da narrazione a un fiume di immagini inedite tratte da video amatoriali e vecchie VHS. Una fotografia sgranata che ha il merito di proiettarci immediatamente negli anni Novanta. Un docufilm pensato per una generazione di trentenni che ha vissuto quegli anni con indosso il parka, le Adidas e la chitarra sempre a portata di mano.

Beastie Boys Story (Apple TV+)

Quello di Spike Jonze non è il classico documentario musicale a cui ci siamo abituati ultimamente. Prima di tutto perché è un documentario dal vivo, poi perché Ad-Rock e Mike D raccontano il gruppo newyorkése con un’intimità assolutamente inedita. Dalle origini punk-rock fino allo sviluppo della passione per quel rap che per i bianchi era territorio proibito; dalle registrazioni improvvisate a casa di Yauch all’incontro con il giovane Rick Rubin; dal successo planetario di Licensed to Ill che rende tre ragazzi a malapena maggiorenni stelle di caratura mondiale alla separazione dalla Def Jam. Beastie Boys Story è la storia reale di un’amicizia giusta, che sopravvive al successo planetario, alle leggi di un mercato musicale in evoluzione e ai cambiamenti individuali senza mai affievolirsi. Ed è forse proprio questo che ha reso i Beastie Boys immortali.

The Beatles: Eight Days a Week

Il documentario, diretto da Ron Howard, è un viaggio attraverso gli anni cruciali della vita del quartetto di Liverpool: dai celebri show al Cavern Club sino all’ultimo, storico concerto del 30 gennaio 1969, sul tetto degli uffici della Apple Records a Londra, raccontati attraverso il montaggio di foto e, soprattutto, filmati dell’epoca, inframezzati da interviste originali a Paul McCartney, Ringo Starr e a molti altri personaggi. Il primo viaggio negli Stati Uniti, il tour mondiale, i film, i periodi in studio con George Martin, il concerto-record da 55mila persone allo Shea Stadium di New York con tanto di amplificatori costruiti dalla Vox per l’occasione. Ma anche la stanchezza degli ultimi anni, la dura presa di posizione della band nella questione della segregazione razziale in occasione del concerto a Jacksonville (poco nota), le tensioni a seguito della controversa dichiarazione in cui Lennon paragonava i Beatles, per grandezza e per fama, a Gesù Cristo. In coda alla pellicola vi sono anche 30 minuti restaurati della performance allo Shea Stadium del 15 agosto 1965 mai pubblicata ufficialmente nella sua interezza: una pietra miliare nella nascita del rock da stadio. Eight Days A Week cerca di dare allo spettatore la sensazione di assistere a una loro esibizione e in alcuni momenti offre davvero l’impressione di essere lì con loro, in una camera d’albergo o a bordo di un aeroplano. Un film per tutti, pensato soprattutto per chi deve scoprire ancora fino in fondo il repertorio musicale e l’impatto sociologico dei più famosi quattro di Liverpool della storia.

Biggie: I Got a Story To Tell (Netflix)

Se c’era una leggenda che ancora non era stata raccontata come si deve, questa era Christopher Wallace, AKA Notorious B.I.G. Con 24 anni di ritardo è uscito su Netflix il documentario definitivo sulla sua carriera: ascesa, successo e morte. Emoziona ascoltare le parole della madre che confessa di avere ascoltato gli album di suo figlio una sola volta («Non è musica per maggiori di 35 anni, ci sono troppe oscenità dentro», le aveva detto all’uscita di Ready to Die) o rivedere le immagini del suo corteo funebre. Il documentario s’intitola Biggie: I Got a Story To Tell ed è uno di quei prodotti privi di difetti, perché non solo racconta i successi, ma anche tutti quei passi falsi che hanno rischiato di compromettere tutto.