Cult cinema

La guida definitiva ai migliori film sulla droga

Cult o indipendenti, surreali o tragici, semplicemente descrittivi o di denuncia, in qualunque caso controversi: i film che parlano di droghe non sono poi così tanti, ma hanno sempre suscitato un dibattito tale da aver creato di fatto un genere a sé stante.

The Wolf of Wall Street, Martin Scorsese

La pellicola più rappresentativa dell’ultimo decennio di Scorsese, i cui personali trascorsi con la cocaina emergono nel corso della sua intera filmografia, è a tutti gli effetti un film sulla droga, nell’accezione più ampia che si possa dare allo stesso termine “droga”: Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio) è infatti dipendente da un consistente numero di sostanze ma in primo luogo dal denaro, da lui stesso definito la droga prediletta.

Drugstore Cowboy, Gus Van Sant

Sul versante opposto si pone il secondo lungometraggio di Gus Van Sant, che, risentendo della recentissima crisi dell’AIDS, dipinge la vita di un gruppo di tossicodipendenti con un tono decisamente drammatico, crudo ma a suo modo poetico: mentre Jordan Belfort è il volto corrotto del sistema, il giovane outsider interpretato da Matt Dillon, tra le rovine delle ideologie della fine degli anni Sessanta, trova nella tossicodipendenza l’unico modo di affermare la propria indipendenza rispetto al modo di vivere che si sarebbe imposto nei decenni successivi.

Kids, Larry Clark

Gus Van Sant fu anche produttore esecutivo di Kids, il primo lungometraggio di Larry Clark, fotografo noto soprattutto per aver documentato con sguardo partecipe il dilagare dell’eroina nei primi anni Settanta. Negli anni Novanta, Clark non perde il suo approccio mimetico e documentaristico quando mostra allo spettatore la desolante realtà degli adolescenti delle periferie di New York, per i quali l’erba e le droghe sintetiche hanno preso il posto dell’eroina ma una scioccante esasperazione della sessualità non ha allontanato il fantasma dell’HIV.

Strafumati, David Gordon Green

Se si parla di film sull’erba è impossibile non citare la più iconica commedia scritta da Seth Rogen che, insieme a un divertentissimo James Franco, si rende protagonista di quella che sembra a tutti gli effetti una trama ideata da due amici durante una serata “ricreativa”. Sconclusionato e parodistico, spesso demenziale ma molto più intelligente di quanto potrebbe sembrare, la stoner comedy per eccellenza ha tra l’altro lanciato su scala internazionale la Pineapple Express, qualità esistente di marijuana che dà alla pellicola il titolo originale (orribilmente trasposto in italiano).

La vita è un sogno, Richard Linklater

Anche se piuttosto impropriamente, la prima stoner comedy è spesso identificata con l’ultimo film firmato da Linklater prima della celebre trilogia dei Before. Definito da Tarantino «the ultimate hang out movie», La vita è un sogno, il cui titolo originale richiama l’omonimo brano di Jake Holmes reinterpretato dai Led Zeppelin, è a tutti gli effetti un American Graffiti (George Lucas, 1973) vent’anni dopo: mentre Lucas negli anni Settanta rifletteva sulla propria adolescenza ancora legata agli anni Cinquanta, Linklater, negli anni Novanta, avvalendosi come Lucas di una strepitosa colonna sonora, mostra in tono nostalgico ma lucido l’inizio del reflusso generazionale da lui stesso vissuto durante la seconda metà degli anni Settanta.

Paura e delirio a Las Vegas, Terry Gilliam

Il reflusso generazionale, che trasforma la rivoluzione hippie in un consumo di droghe sempre più insensato e in una ribellione ormai senza sbocchi, è vista come una desolante sconfitta da chi il 1968 l’ha effettivamente vissuto: Raoul Duke, protagonista della visionaria e adrenalinica commedia di Gilliam, sullo sfondo di una Las Vegas da incubo – oltre a guidare lo spettatore nell’esperienza filmica più simile in assoluto a un vero e proprio trip allucinogeno – esprime proprio il rimpianto per quella rivoluzione mancata.

Easy Rider, Dennis Hopper

Il sogno di una generazione e la fine di quel sogno stesso sono rappresentati nel capolavoro di Dennis Hopper, manifesto hippie che tra le altre cose lanciò la carriera di Jack Nicholson. Prima del tragico finale, anticipazione della morte anche ideologica della filosofia hippie, la vita on the road dei due protagonisti è accompagnata dal consumo di diverse droghe, all’epoca viste come modalità non nocive per ampliare le percezioni: ancora oggi ineguagliata la sequenza del bad trip da LSD vissuto dai protagonisti, girata quando gli interpreti erano effettivamente sotto l’effetto dell’acido.

Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Uli Edel

Gli effetti nocivi delle droghe e nello specifico dell’eroina, esplosa negli anni Settanta e dilagante fino alla crisi dell’AIDS a metà degli anni Ottanta, sono mostrati in tutta la loro tragicità nel film tratto dal romanzo autobiografico di Christiane Felscherinow, che descrive con una crudezza scioccante gli effetti della tossicodipendenza su una generazione di giovanissimi privi di punti di riferimento, per i quali trovare un modo per procurarsi la dose diventa l’unica ragione di vita.

Requiem For a Dream, Darren Aronofsky

La tragedia della dipendenza da eroina è rappresentata da Aronofsky in uno dei più importanti film degli anni 2000, arricchito da innovazioni registiche che avrebbero fatto scuola. Il vero valore aggiunto della pellicola è tuttavia la sottotrama che vede come protagonista Ellen Burstyn, la madre del protagonista, una casalinga sola e senza ragioni di vita che, prima di diventare dipendente dalle anfetamine, era già a tutti gli effetti dipendente dalla televisione: il concetto di droga si amplia quindi in una riflessione sociale che non coinvolge solo i giovani, target privilegiato dei film che mostrano il consumo di sostanze.

Trainspotting, Danny Boyle

Spesso, come insegna Scorsese in Quei bravi ragazzi, il modo più efficace di descrivere una realtà drammatica è usare un registro da commedia: questo fa Danny Boyle quando adatta il romanzo autobiografico di Irwin Welsh in uno dei film più cult degli anni Novanta che, con un tono che oscilla appunto tra dramma e commedia, mostra gli ultimi, disperati e involontariamente surreali resti di una tossicodipendenza che si pone come stile di vita alternativo, in cui però dell’ideologia che negli Sessanta aveva dato inizio al consumo di massa di sostanze non è rimasto niente. Come è constatato in una sequenza del film, durante la quale non a caso è mostrato un ragazzo che indossa una maglietta con la stampa di uno smile (spesso riprodotto sulle prime pasticche di MDMA), negli anni Novanta la musica è cambiata e anche le droghe sono cambiate, ma un nuovo Trainspotting non è ancora stato realizzato.

Lucia Ferrario
Autore

Classe ‘98, cinefila compulsiva che quando parte "My Way" alla fine di "Goodfellas" si sente come Alex mentre ascolta Ludovico Van.