Cult cinema

Tutti i film di David Fincher dal peggiore al migliore

Nel giorno del suo cinquantanovesimo compleanno, celebriamo uno dei registi più influenti della nostra epoca attraverso i suoi successi più gloriosi sul grande schermo: David Fincher. Un genio visionario dallo stile inconfondibile, in grado di affrontare thriller e biopic, ma anche cinema drammatico, noir e addirittura fantascientifico, senza mai incappare in passi falsi o passaggi a vuoto. Un autore destinato a rimanere un punto di riferimento della cultura pop mondiale, grazie a titoli come Fight Club e Seven, al netto di un primo contatto col mondo del cinema tutt’altro che facile (Alien³ non è mai stato apprezzato da critica e pubblico). Ma procediamo con ordine.

11. Alien³

Pellicola odiata dallo stesso Fincher. Non un film malvagio (Fincher non ha mai realizzato film scadenti) ma senz’altro il diamante meno lucente e prezioso della filmografia del regista. Malgrado sia un prodotto acerbo, c’è un timido tentativo di mostrare alcuni degli stilemi che poi diverranno il marchio di fabbrica del registra.

10. Millennium: Uomini che odiano le donne

Un film abbastanza noioso che non mette mai il turbo. Tuttavia Fincher porta tutta la sua perizia tecnica e confeziona un film nel complesso accettabile ma cariato. Verrebbe da dire che il regista è stanco e all’inizio di una curva discendente… se non fosse per il film che lo succederà, tre anni dopo. Ma di questo ne parleremo più avanti nella nostra classifica.

9. Panic Room

Un thriller claustrofobico che porta in scena una giovanissima Kristen Stewart e una splendida Jodie Foster. Un film che paga lo scotto di essere inserito in una filmografia troppo gloriosa. Non lasciatevi ingannare dalla posizione che ricopre in questa classifica, è un prodotto godibilissimo.

8. Mank

Mank è un trattato di fotografia che omaggia Quarto Potere e tanti altri film della Hollywood che fu. Un bianco e nero ricco di dissolvenze vintage e bruciature di sigaretta ai lati del frame, che racconta (il falso storico) della genesi del capolavoro di Orson Welles. Un buon prodotto, formalmente impeccabile, che tuttavia non si avvicina minimamente ai cult della produzione fincheriana.

7. Zodiac

Poliziesco al limite della perfezione che subisce il peso di Seven, che ad onor del vero sotto molti punti di vista lo surclassa. Se siete alla ricerca di un’ottima caccia all’assassino disseminata di indizi, Zodiac è il titolo giusto.

6. The Social Network

Una cosa è certa: un prodotto di questo tipo, e soprattutto di questo livello, non esiste sul mercato. Soprattutto perché parliamo di un biopic/thriller che è stato seminale (Jobs, Il caso Spotlight) ma che, nel contempo, non ha rivali. Racconta la contemporaneità, il contesto in cui siamo immersi, il conflitto etico, la maschera di Zuckerberg, il valore dell’amicizia e il peso di avere tutti gli occhi del mondo addosso. 

5. Gone Girl

Un film che sarebbe sul podio del 90% delle filmografie di registi hollywoodiani. Interpretato magistralmente da Ben Affleck, ma soprattutto di Rosamund Pike, Gone Girl è tratto dal romanzo L’amore bugiardo di Gillian Flynn. Centoquarantanove minuti in cui il regista gioca con gli stereotipi e ribalta (come suo solito) il credo comune. Prima ancora di essere un thriller, la pellicola è un prodotto di stampo drammatico che, nel finale, sorprende – anche stavolta – lo spettatore.

4. Il curioso caso di Benjamin Button

Visivamente è forse il punto più alto della filmografia del regista di Denver. Una somma di tante storie umane che il regista riesce a far confluire in un unicum. Tratto dal racconto di Fitzgerald, Il curioso caso di Benjamin Button sarebbe potuto essere un prodotto trash e soggetto ad invecchiamento precoce (ironia della sorte). È invece estremamente realistico, pur trattando di una storia molto fantasiosa. Un ottimo Brad Pitt e una superba Cate Blanchett riescono a rendere naturale una storia complessa, attraverso tutte le fasi della vita dei personaggi che interpretano. Ovviamente al sex symbol pupillo di Fincher va dato il merito di aver interpretato una parte oggettivamente più complessa della Blanchett. Pellicola doverosamente lunga che indaga sul senso della vita e del ruolo del tempo. 

3. The Game

Tipico finale alla Fincher. Un ottimo Sean Penn nei panni del perfetto deuteragonista, che fa da spalla a Michael Douglas. Trama molto intricata e d’effetto che però sottende un patto con lo spettatore: ciò che accade in almeno una decina di scene (compreso il famoso finale) è abbastanza irreale. Ma in questo caso, come disse Machiavelli, «Il fine giustifica i mezzi». Ogni frase in più nasconde il rischio di uno spoiler, dunque meglio evitare e passare oltre. 

2. Seven

Se pensiamo ad un thriller poliziesco, in cui le regole precostituite vengono stravolte, probabilmente ci viene in mente questo capolavoro assoluto. Dopo il deludente terzo capitolo di Alien, Fincher crea un prodotto perfetto, in grado di mescolare l’Inferno dantesco alla malattia mentale di un serial killer (che non compare fino alla fine, come non compare tra i titoli di testa il nome del noto attore che interpreta John Doe). Un Brad Pitt in grande spolvero, in quella che è la sua seconda interpretazione più maestosa di sempre (la prima è in questa classifica e ne parleremo tra poco).  

1. Fight Club

Se esistesse un saggio sull’anatomia di un capolavoro cinematografico, Fight Club dovrebbe essere un caso studio. Se fosse una ricetta, invece leggereste qualcosa del genere: prendete una storia di depressione (figlia della penna illuminata di Palahniuk), aggiungere un pizzico di Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter e Jared Leto quanto basta. Aggiungete una spolverata di nichilismo nietzschiano e una noce di lotta al capitalismo by Karl Marx. Abbondate con decine di elementi visivamente iconici: il sapone, l’abbigliamento di Tyler Darden e la scena in cui il narratore e Marla si tengono per mano guardando i grattacieli in fiamme. Frullate elementi di sceneggiatura destinati a divenire cult (es: «Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club», «Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita»). Servire in tavola in un letto di Where is My Mind dei Pixies. Che lo ammettiate o no, siamo dentro la più nobile e sofisticata poetica di Fincher. Un’opera mastodontica ormai embeddata nella cultura pop.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.