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Tutti gli album di Vasco Rossi dal peggiore al migliore

Stilare una classifica dei dischi di Vasco Rossi, dal peggiore al migliore, significa lanciarsi in un’opinabilissima battaglia con se stessi, col passato, con le realtà presunte e quelle che si credono reali. Vasco, piaccia o meno, è la colonna sonora degli ultimi quarant’anni del nostro Paese. Difficilissimo evitare un giudizio generazionale, anche se alcune cose ci paiono oggettive (e abbiamo l’ardire di credere che tali sembrerebbero anche a lui). La follia dei primi anni, di questo furetto con l’aria da pazzo, un po’ Battisti un po’ Jannacci, che scendeva dai colli emiliani per prenderci tutti un po’ in giro, è irripetibile. Innegabile che i primi album abbiano portato una ventata di novità del tutto inedita che quelli successivi non possono avere. Ma andiamo con ordine, partendo dalla fine.

17. Vivere o niente

Per noi obiettivamente il meno bello. Suona bene (non staremo a ripeterlo: con produzioni milionarie i dischi suonano per forza bene), ma è un Vasco minore. Nessun pezzo è davvero epocale e non c’è neanche la classica ballad da ricordare o da illuminare con gli accendini ai concerti. Deludente, anche se a tratti diverte.

16. Stupido Hotel

Altro disco che suona molto bene e che ha avuto risvolti live non indifferenti, ma tolta l’ottima Siamo soli, nulla ha conquistato le scalette dei tour a seguire, né il cuore dei fan. Forse un pelino Standing Ovation, presto però dimenticata. Disco non utilissimo.

15. Buoni o cattivi

Disco di enorme successo con sicuramente una canzone epocale (Un senso, in cui lo zampone di Curreri pesa, ma Vasco come interprete è davvero ineguagliabile) e un singolo di grande successo (Come stai). Il resto dell’album, che comunque è suonato e prodotto in maniera ineccepibile, scorre piacevole. Un buon disco.

14. Sono innocente

Un disco completo del Vasco recente (quello che centellina i singoli in un paio d’anni, poi fa uscire l’album), scritto bene, omogeneo e con due follie (L’ape regina e Marta piange ancora) degne degli anni d’oro che ci riportano indietro di almeno trent’anni. Un Vasco in piena forma.

13. Il mondo che vorrei

Trattandosi di album a cui son legato da ragioni personali profonde, devo fare uno sforzo di oggettività dolorosissimo. Se un paio di ballad sono davvero belle (la title track e, soprattutto, E adesso che tocca a me), il resto è di livello medio. Insomma, uno dei tanti dischi con un paio di perle e tanti brani a riempire.

12. Canzoni per me

Canzoni per me ha il pregio di essere un disco più casalingo di tanti altri con canzoni che, probabilmente, erano davvero state scritte per uso personale. Ci sono un paio di brani che non hanno più lasciato le scalette dei concerti (Io no e la fantastica Rewind) e una follia da tempi d’oro (Idea 77). Se non stessimo entrando in zona capolavori meriterebbe una postazione più alta.

11. Gli spari sopra

Disco dal successo epocale che ha trainato un tour – in un periodo in cui persino Madonna, Rolling Stones e Prince facevano flop (sì: sembra impossibile ma c’è stato un periodo in cui i grandi concerti andavano male) – dal successo impressionante e inedito per il nostro Paese. Gli spari sopra ha un potente impronta live/stadio grazie al sound realmente rock. E allora dove sta il problema? È che tolta Vivere, ottima canzone di Massimo Riva e del Nostro, compositivamente il disco non è bello quanto potrebbe sembrare (ergo: sono brani di livello medio confezionati benissimo):

10. Nessun pericolo… per te

Nell’insieme, un disco peggiore di Gli spari sopra. Peccato che però abbia al suo interno due delle canzoni più belle di Vasco e del canzoniere italiano in generale: Gli angeli e Sally. Se la media del disco non è altissima, due brani così la rialzano molto.

9. Liberi liberi

L’unico difetto di Liberi liberi sta nella produzione: un eccesso di elettronica e di tastieroni rendono i brani quasi sempre peggiori delle versioni live. Insomma: l’assenza di Guido Elmi e della Steve Rogers Band si sente. Ma il disco è molto bello: è un Vasco in forma compositiva notevole, ed alcuni brani gireranno nelle scalette dei live per tutta la carriera. Liberi liberi, Domenica lunatica e Dillo alla luna portano Liberi Liberi in top ten.

8. Cosa succede in città

Per ragioni personali e generazionali per me sarebbe il più bello, ma sappiamo bene non esserlo. La composizione però è notevolissima e i brani sono tutti di un livello altissimo. Alcuni inni rimarranno nei concerti per sempre e il clima scanzonato e scorretto (provate a scrivere ora Ti taglio la gola e vediamo come va a finire con le varie Murgia) è quello di un Vasco ancora giovane, pieno di libidine e reduce da un breve giretto al gabbio.

7. Ma cosa vuoi che sia una canzone

Curreri ha scoperto questo ragazzino folle della collina che scrive benissimo e ne vuole fare qualcosa. Piuttosto che il Vasco che tutti conosciamo, i brani del primo disco ricordano Jannacci. Personalmente lo ritengo un capolavoro assoluto, ma con Ma cosa vuoi che sia una canzone Vasco gioca in un campo diverso da quello dove giocherà per tutta la carriera. lo mettiamo settimo, ma in un angolino del cuore sarà sempre il primo e il migliore.

6. Vado al massimo

Qui abbiamo un Vasco scanzonato (in piena libidine compositiva) che per la prima volta ci mostra la sua vera anima rock. Ciò non esclude le fughe nei reggae e nelle ballate (La noia, Canzone). Se non entrassimo nella zona dei dischi perfetti probabilmente potrebbe godere di una posizione più alta.

5. Siamo solo noi

Siamo solo noi è il Vasco dei primi album (che potrebbero forse meritare tutti un ex aequo), quello che scherza sempre, quello che non si vergogna a far canzoni sulle ragazzine, quello che ha saputo fare un mix di rock e autoironia che rimane ancora imbattibile ed inedito nel nostro panorama – pensateci: quanto sono stati autoreferenziali e totalmente privi di autoironia gli altri rockers degli eighties italiani? Qualcuno ha mai letto un testo autoironico di Litfiba o Timoria?. Qui tutto è oro, ma svettano sicuramente la title track (l’inno che racchiude il Vasco-pensiero), Incredibile romantica e Brava (con la sua meravigliosa “logica di calze nere”).

4. Colpa d’Alfredo

Stesse premesse del precedente. Qui brillano alla grandissima la title track (altro inno immenso che nessuno oserebbe scrivere oggi), Susanna, Alibi (pezzo folle che suona come un sequel di Corso Buenos Aires di Lucio Dalla) e soprattutto Anima fragile, tra le sue canzoni più belle.

3. C’è chi dice no 

Personalmente non l’avrei messo qui, ma bisogna fare uno sforzo di oggettività: siamo davanti ad un disco che è formato da soli brani di successo e inamovibili dalle scalette dei concerti dei decenni a venire. Qui Vasco fa davvero il salto a rockstar nazionale. Disco che personalmente trovo più importante che bello, ma non si può negare che abbia segnato un’epoca e che ancora oggi (a differenza del successivo Liberi liberi) suoni benissimo.

2. Non siamo mica gli americani!

Vasco esce dal cantautorato del primo album e inizia a parlare la sua vera lingua. Spara subito la canzone più epocale della sua carriera (Albachiara) e poi fa vedere la sua faccia migliore, quella goliardica, autoironica e folle: la title track è un capolavoro di demenzialità e scorrettezza da manuale. Impagabili alcune versioni live con Riva che stava ben volentieri al giochino dei cowboy che sparano agli indiani. Come nel miglior Jannacci, l’impegno è dietro la risata. L’ironia si tocca in tutto l’album, così come la miglior scorrettezza (Io non so più cosa fare, con l’oggi impossibile verso “magari è femminista e non vuol certo farsi violentare: la vuole gestire!”). In Va bè (se proprio te lo devo dire) si gioca quasi a fare Buscaglione, e ne La strega si torna a puntare il dito in modo divertente (e scorretto) sulle ragazzine cacciatrici del sabato sera. Disco perfetto.

1. Bollicine

Bollicine, detta in breve, è Vasco. Punto. Forse in quel periodo faceva una vita un po’ troppo spericolata e nella voce si sente: una voce sguarata e bellissima, scanzonato e ironico più che mai (e con una penna felicissima). La title track è genio puro, Una canzone per te è semplicemente una ballad perfetta, Portatemi Dio è un inno coraggiosissimo (pensate ai passi da gambero che ha fatto il nostro Paese), Deviazioni e Mi piaci perché sono veri manifesti di scorrettezza iperrealistica, con poche balle e dritti dritti verso l’obiettivo: Vasco non dice che gli piace una ragazza perché è colta o va al cineforum, non fa giretti di parole romantici. Dice che gli piace perché è porca. E le deviazioni non vanno neanche spiegate, visto che “potrebbe essere tua figlia”. E poi, scusate, qui c’è Vita spericolata, ovvero una canzone talmente bella e importante che non esistono parole adatte, solo accendini accesi, folle che cantano e occhi lucidi.

Lorenzo Bianchi
Autore

Avvocato, scrittore e musico da quando venne lanciato su un palco di balera dal Re incontrastato del liscio locale, per poi passare al rock ed al blues con incauta nonchalance. L’ascolto della musica e le inutili e compulsive riflessioni conseguenti, rimangono forse il suo passatempo preferito.