Cult cinema

La guida definitiva ai migliori film della new wave horror

Negli ultimi anni il genere orrorifico è sembrato essere in forte crisi di identità. La maggior parte degli horror contemporanei sembra infatti accontentarsi di una paura perseguita solo tramite jumpscare, sporadicamente intervallati nel corso di una trama quasi sempre banale, ripetitiva e prevedibile, caratterizzata da una semantica il più delle volte vacua, se non del tutto assente. E pur si muove! Sì, perché nonostante questa cornice desolante, finalmente qualche autore sta provando a rivoluzionare il genere, non solo limitandosi a una mera rivisitazione in chiave pop dei grandi classici del passato (operazione piuttosto estemporanea, seppur brillantemente eseguita da film come Scream o Quella casa nel bosco), ma utilizzando il genere orrorifico per veicolare una personalissima poetica. In occasione di Halloween, abbiamo quindi deciso di presentarvi la nostra lista dei migliori film appartenenti a quella che ci piace definire new wave horror, una corrente cinematografica in cui l’inquietudine si innesta gradualmente, soprattutto grazie alle atmosfere e al messaggio di fondo. Un timore perseguito dunque in modo autenticamente cinematografico, ovvero attraverso un’estetica originale, un sonoro conturbante e una scrittura finalmente non banale.

8. It Follows (David Robert Mitchell)

Dopo aver fatto sesso con uno sconosciuto, la giovane Jay si ritrova ad essere costantemente inseguita da persone inquietanti, che solo lei riesce a vedere. Con l’aiuto del suo gruppo di amici, la ragazza proverà a spezzare la maledizione. Horror d’atmosfera incentrato su un’idea originale e inquietante, che viene tuttavia reiterata fino a perdere progressivamente d’intensità. L’introspezione psicologica dei protagonisti è abbastanza superficiale e la pressoché totale indifferenza degli adulti alle orrorifiche vicende adolescenziali può lasciare perplessi. Ciò nonostante, il film funziona: la regia predilige la camera fissa, con frequenti rotazioni sul proprio asse che offrono conturbanti panoramiche. Inoltre, la macchina da presa mantiene sempre una certa distanza tra lo spettatore e il pericolo, favorendo in questo modo l’immedesimazione con le angosce della protagonista. Di ottimo livello anche il sonoro e le musiche, con evidenza ispirate all’Halloween di John Carpenter. Un film perfetto nel fotografare con inquietante lucidità le paure di una generazione ossessionata dal sesso e terrorizzata dagli sguardi. Senza dubbio il più spaventoso della lista, ma anche quello meno originale e innovativo.

7. Scappa – Get Out (Jordan Peele)

Un afroamericano si reca a conoscere i genitori della sua ragazza, borghesi caucasici dalla servitù di colore. Che dietro la loro maschera gentile ed emancipata si nasconda qualcosa di strano è evidente sin dai primi momenti. Eppure, i segreti della famiglia Armitage si riveleranno più perturbanti del previsto. Opera prima di Jordan Peele, che senza rinunciare alla sua inconfondibile linea comica scrive e dirige una pellicola in cui l’inquietudine del messaggio di fondo è tale da non far pesare l’improbabilità della sceneggiatura. Palese, ma raffinata la condanna al razzismo e all’ipocrisia del moderno liberalismo a stelle e strisce, che nemmeno la presidenza Obama è riuscita a sconfiggere. Particolarmente efficaci risultano il montaggio e l’accostamento di musica leggera ai momenti di alta tensione. Un film imperdibile, che trasforma Indovina chi viene a cena in una black comedy (nel senso letterale del termine) dai risvolti orrorifici.

6. Hereditary – Le radici del male (Ari Aster)

Dopo la morte della madre matriarca, la famiglia di Annie inizia a disgregarsi. Colpa di una maledizione fatale o semplici conseguenze frutto del libero arbitrio? Allo spettatore l’ardua sentenza. L’esordio alla regia di un lungometraggio per Ari Aster consiste in una straziante storia di stregoneria e di possessione, impreziosita da folgoranti inquadrature geometriche e lineari, in grado di suscitare da sole un’inquietudine crescente. Notevole l’accurata introspezione psicologica dei protagonisti, segnati dal lutto e dalla sua difficile elaborazione, appesantita da un crescente senso di colpa. Splendida l’interpretazione di Toni Colette; più debole il resto del cast. Agghiacciante il finale. Un horror di altissimo livello, forse il più spaventoso della lista dopo It Follows.

5. The Lighthouse (Robert Eggers)

Un ex taglialegna si reca su un’isola del New England per assistere lo scorbutico guardiano del faro. Nel corso di questa convivenza forzata, accadranno cose sempre più strane e inquietanti. Horror d’autore profondamente allegorico, che cala le figure mitologiche di Proteo e Prometeo in una mistica cornice ottocentesca, in grado di fondere l’universo marinaresco di Coleridge alle cupe e tenebrose atmosfere di Edgar Allan Poe. L’inevitabile cripticità della sceneggiatura non pregiudica la riuscita di un film tecnicamente eccelso, che colpisce per l’assoluta bellezza fotografica e per la brillante prova registica di Robert Eggers, il quale, al suo secondo film, si conferma uno dei migliori cineasti emergenti del cinema orrorifico. Senz’altro il più ostico dei film in lista, essendo anche l’unico in bianco e nero. Ma Willem Dafoe e Robert Pattinson meritano sempre un’occasione.

4. Suspiria (Luca Guadagnino)

Una ballerina americana entra a far parte di una scuola di danza tedesca, segretamente gestita da un covo di streghe. Il remake dell’omonimo capolavoro di Dario Argento è un film completamente diverso dall’originale, che funge solo da base su cui costruire una storia nuova, semanticamente forse ancora più profonda e inquietante. La grigia fotografia e la cadente scenografia (entrambe in evidente contrasto formale con l’opera di Argento, caratterizzata da una pervasiva brillantezza di colori e ambienti) ricreano perfettamente la Berlino divisa del 1977, che si rivela cornice ideale in cui ambientare una storia tanto tetra e psicologicamente violenta. Peccato solo per il finale, decisamente troppo splatter. L’unico film italiano in lista, diretto da Luca Guadagnino, al suo secondo capolavoro dopo Chiamami col tuo nome.

3. Noi (Jordan Peele)

Nella California del 1986 (anno in cui Hands Across America spinse sei milioni e mezzo di americani a tenersi per mano lungo il Paese per combattere fame e razzismo, seppur con scarso successo), una donna è costretta a fare i conti con i traumi repressi della sua infanzia. L’opera seconda di Jordan Peele consiste in una tragicomica allegoria della società statunitense, raccontata mediante continui rimandi a Shining e attraverso il ricorso a un simbolismo geniale. Il ritmo narrativo può forse risultare lento, ma la linea comica è ancora una volta spassosissima. Un film che merita più di una visione per poter apprezzare a pieno i vari dettagli, comprensibili solo alla luce del sorprendente finale (miglior twist ending dei film in lista a mani basse). Regia accurata, musiche favolose, cast di livello. Il tema del doppio su pellicola.

2. The Witch – Vuoi ascoltare una favola? (Robert Eggers)

New England, 1630. Esiliata dalla propria comunità, una famiglia puritana si trasferisce ai margini di una foresta. Nulla però sembra andare per il verso giusto e il Male sembra prendere progressivamente il sopravvento. L’esordio alla regia di un lungometraggio per Robert Eggers consiste in un horror elegante e raffinato, incentrato sul perverso fascino del male. La misteriosa sceneggiatura, a tratti sapientemente lacunosa, riesce ad intrigare lo spettatore, al punto di indurlo ad una vera e propria caccia alle streghe. Atmosfere sensazionali, veicolate da un’ottima fotografia e dall’utilizzo di musiche sinistre, che impreziosiscono la realistica ricostruzione scenografica. Simbolismo forse eccessivo, ma sempre efficace. Il film che ha lanciato Anya Taylor Joy. Sottotitolo italiano rigorosamente da ignorare.

1. Midsommar – Il villaggio dei dannati (Ari Aster)

Dopo aver perso tutta la sua famiglia, Dani si unisce al fidanzato e ai suoi amici per raggiungere la comune svedese da cui proviene uno di loro. Dapprima attratti dal folklore del posto, resteranno poi sconvolti dai riti pagani della comunità. Dopo il successo di Hereditary – Le radici del male, Ari Aster riesce nell’impresa di realizzare una pellicola addirittura più ambiziosa, dalla semantica profondamente dionisiaca. Il lutto funge ancora una volta da motore dell’azione, risultando determinante ai fini dello sviluppo della protagonista. Ciò che più sconvolge è tuttavia la capacità di inquietare lo spettatore nonostante la pressoché totale assenza del canonico buio notturno. Un horror dunque anticonvenzionale e girato alla luce del sole, che sembra invitare lo spettatore a liberarsi dei suoi fardelli, per abbandonarsi alla conturbante società agreste e pagana, distante anni luce dall’apollinea gabbia chiamata civiltà. Un film imprescindibile per cogliere al meglio gli stilemi di questa new wave orrorifica.

Mattia Liberatore
Autore

Pescara, 1994. Classicista; militare; giurista. Cinefilo dal primo incontro con Stanley Kubrick. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo, il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare.