Opinion musica

Laura Pausini sarebbe comunque Laura, anche senza il suo successo

Laura Pausini è la cantautrice italiana per eccellenza. Una star non solo nel nostro Paese, ma anche in tutto il Mondo, con più di 70 milioni di dischi venduti e il record di essere stata la prima donna a cantare a San Siro (riempiendolo). C’è una cosa che mi accomuna a lei, e purtroppo non stiamo parlando del conto in banca. Siamo entrambi del segno del Toro. Me lo rivela mentre parliamo, e dice pure «io ho tutte le caratteristiche di questo segno». Il Toro è un segno di Terra, ed è per questo parecchio legato alla materialità della sua esistenza, ai suoi affetti, alla sua famiglia, ai momenti di felicità. Ecco, se dovessi riassumere il suo nuovo docufilm, Piacere di conoscerti, direi che è un piccolo inno alle cose belle che la vita ci regala. Quelle che se pur piccole ci danno una gioia immensa. Il luogo della première è un cinema in centro della Capitale. Arrivo di corsa, dopo i soliti ritardi dei mezzi pubblici romani. Mi siedo sulla poltroncina in una sala piena zeppa di giornalisti in mascherina. Accanto a me un addetto alla security che mi chiede di spegnere il cellulare. Le luci si abbassano, inizia la proiezione. Laura ripercorre il suo viaggio artistico, narrandolo con l’intonazione di mia nipote Rebecca mentre legge la poesia di Pasqua. Non è un’attrice, e questo è chiaro fin dal primo minuto.

Ripercorre le tappe della sua carriera in maniera un po’ disordinata: dapprima in ordine cronologico, poi con salti temporali più o meno connessi, per poi finire in riflessioni in macchina circa la sua popolarità. Il tono del racconto è un po’ scontato, un programma di Real Time a caso con frasi ad effetto tipo «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Mi viene da ridere, ma soffoco i commenti. L’omaccione della security accanto a me continua a fissarmi. A questo punto si apre il racconto nel racconto: «Che cosa sarebbe successo se non avessi vinto Sanremo?». Inizia un film nel film, ed in questa fantasia autoindotta lei è una madre single di un bambino social-dipendente, che fa ceramiche la mattina e la sera canta al pianobar. Questo racconto viene inserito sporadicamente in mezzo a interminabili sessioni celebrative da puntatona di Blob. Ed io che speravo fosse il tema principale del progetto. I due racconti, quando accostati, si scontrano senza l’imparzialità che prevedevo. Quando inizia la fantasia di lei in versione “poraccia” cambiano i colori, i toni, i dialoghi. Il figlio immaginato è un social dipendente super anaffettivo, il negozio di ceramiche è un grigio laboratorio di Faenza e il locale in cui fa pianobar è a rischio chiusura. Organizzano una serata per risollevare le sorti del ristorante, ma a questa serata non va nessuno. Un disastro risollevato solo alla fine dal figlio socialholic che pubblica lo sclero della madre su internet. E così, magia, il ristorante si riempie.

L’omaccione accanto a me continua a guardarmi in cagnesco. L’ansia è ai massimi storici. Accanto a queste fantasie per nulla lusinghiere c’è la vita vera di Laura, in giro per il mondo, tra stadi pieni, case da sogno, una famiglia allargata degna delle peggiori pubblicità della Mulino Bianco. I colori ritornano ad essere vividi, i dialoghi distesi, familiari, anche divertiti. Di tanto in tanto affiorano i momenti emotivi della cantante di Solarolo, quelli in cui si emoziona e fa emozionare. Perché una cosa è chiara da questo documentario: Laura sarebbe la Pausini anche senza la celebrità. Anche senza tutta la fortuna che le è stata concessa. Canta, e lo fa sempre allo stesso modo, che sia in un ristorante semivuoto o in uno stadio pieno di gente. Lei rimane la splendida persona che è. Alla fine della proiezione ce l’ho seduta sulla poltrona di fronte. Ha un completo sbrilluccicoso, en pendant con il suo sorriso. Le chiedo se, facendo quel famoso rapido bilancio della sua vita, pensa di essere riuscita a far convivere tutte le parti di sé stessa. «Se sono riuscita a farle convivere? Penso di sì, o almeno io ci ho messo tutto il mio impegno». Laura sorride, cercando le parole giuste per spiegare questo incastro perfetto, che è già chiarissimo nel film. Poi le domando se ci sono cose che, col senno del poi, non rifarebbe, o che farebbe diversamente. «Non ci sono cose che cambierei, ma delle persone sì». «Le cose che ho scelto, anche le cose che non sono andate come volevo, alla fine…». Si interrompe un attimo. Ha le gambe accavallate, lo sguardo perso nella sala. E riprende: «Sai, sono contentissima di essere nata sotto il segno del Toro, perché nel corso degli anni ho visto che, effettivamente, le mie caratteristiche corrispondono a quelle descritte da quel segno».

«Fin dal primo disco registrato, ero una ragazza molto timida. Erano tutti uomini, tutti più grandi di me, e mi incutevano disagio in alcuni momenti. Quando si parlava di musica, invece, non ero timida. Nei primi cinque o sei anni, sono venuti tante volte a dirmi “facciamo questo singolo” oppure “facciamo questa canzone”. Però no, decido io. E questa è una cosa che mi piace molto di me stessa. Per questo non mi vergogno di cantare nessuna canzone del passato, perché sono io. Poi magari è passato del tempo. Qualcuna parla dei tempi della scuola, ed io fra un po’ sono nonna». Scoppia a ridere. «Però quando canto La solitudine, mi viene un po’ di robbetta nella pancia». Ride ancora, con l’autoironia che solo chi non sa prendersi troppo sul serio ha. «Quindi, sì, cambierei delle persone. Un po’ come tutti, persone che avete incontrato nella vostra vita e che si sono rivelate delle merde totali. E porca vacca, lo avessi saputo prima. Io sono molto lunga nelle cose, (da buon Toro ndr.) odio cambiare le persone, sono molto paziente, mi lamento tanto, ma non cambio. E poi però, anche se ci metto tanto, quando cambio è perché dentro di me è esploso qualcosa. Ma ecco, avrei evitato cinque o sei persone. Questa è la verità». Il docufilm, su Prime Video da venerdì, è da vedere. Fosse anche solo per passare una serata piacevole, senza troppe aspettative. Lo si prende per quello che è: puro intrattenimento. Lo rivedrò anche io, magari sul mio divano, senza nessun omaccione della security fermo a fissarmi come un criminale nel bunker di una banca. Queste sono le piccole cose belle che la vita ci regala. D’altronde, come vi dicevo, sono del Toro anche io.

Stefano Molinari
Autore

26 anni, redattore, soubrette e atleta olimpionico di salto in basso. Mi occupo di musica ma anche di nani da giardino, linguistica applicata e lacche per capelli. Io non racconto il mondo dello spettacolo, io racconto un mondo spettacolare. Avvertenze per l’uso: talvolta posso essere brutale ed esplosivo, come un tostapane nella vasca da bagno. Attenti alla scossa.