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La leggerezza apparente dei Royel Otis

Dopo due anni in tour, i Royel Otis tornano con “Hickey”: un alt-pop brillante e consapevole, che danza nel buio con leggerezza solo apparente. «L’indie? Non sappiamo se stia tornando, ma sarebbe bello»

C’è una leggerezza solo apparente nella musica dei Royel Otis, un duo che dalla costa australiana ha saputo costruire un universo sonoro spensierato e malinconico, solare e notturno. Tra armonie pop, riff scintillanti e testi che sanno scavare dentro senza mai urlare, Royel Maddell e Otis Pavlovic sembrano ricordarci che crescere può anche voler dire restare fedeli a ciò che si è – ma con occhi nuovi. Con Hickey, il loro secondo album, tracciano una linea netta e morbida tra il prima e il dopo: la fine di un tour infinito, i segni lasciati dagli amori vissuti in fretta, una scrittura più consapevole, aperta e limpida. È un disco più diretto, ma anche più emotivo, che non ha paura di rallentare, di mostrarsi vulnerabile, di danzare nel buio. E mentre il mondo indie torna (o forse non se n’è mai andato), i Royel Otis si confermano come una delle realtà più interessanti della nuova scena alt-pop internazionale.

Come state?
Royel Maddell
: Emozionati. Non vediamo l’ora che finalmente esca il disco. Ci sono tante canzoni che amo davvero e sono curioso di sapere cosa ne penseranno gli altri, perché rappresentano una direzione un po’ diversa rispetto all’album precedente.

Hickey richiama i segni lasciati dai primi amori, un simbolo di scoperta e crescita. È questo il tipo di maturazione – personale o musicale – che volevate raccontare con il disco?
Otis Pavlovic
: Siamo stati in tour per due anni, abbiamo vissuto relazioni, rotture e tutto il resto. Abbiamo avuto quattro mesi per scrivere questo album e appena abbiamo smesso di suonare in giro ci siamo lasciati andare a quello che sentivamo. Il tema dell’amore e della perdita è emerso quasi inconsciamente.

Come avete approcciato le registrazioni di questo album?
Royel Maddell
: Completamente diverso rispetto al primo album. Abbiamo lavorato con tanti produttori e, per la prima volta, anche con autori come Amy Allen e Billy Walsh. È stata una nuova esperienza. Abbiamo collaborato con Blake Slatkin, Chris Collins, Josh e Lydia dei Jungle, Julian Bunetta… è stato interessante vedere i metodi diversi di ciascuno. Molto divertente.

Ascoltando Hickey, mi è sembrato più melodico, più riflessivo e meno istintivo rispetto ai lavori precedenti. È stata una scelta consapevole?
Otis Pavlovic
: In parte sì. Abbiamo semplificato un po’ le cose, ora si sente tutto più chiaramente. Suonando dal vivo ci siamo accorti che spesso le cose più semplici funzionano meglio. Le canzoni sono molto più melodiche, come Dancing With Myself, Coming Home… ci sono più armonie.
Royel Maddel: E anche più attenzione attorno alla voce rispetto al disco precedente.

È cambiato il vostro modo di scrivere e comporre insieme come duo?
Royel Maddel
: Ora, mentre scriviamo e registriamo, pensiamo molto di più a come i brani suoneranno dal vivo. Prima non ci facevamo caso, ma dopo così tanti concerti valutiamo anche l’impatto sul pubblico, se un pezzo può davvero caricarlo.

In alcune tracce si sentono echi di cantautorato americano, come Beck o The Drums. Quali sono state le vostre ispirazioni principali per questo album?
Otis Pavlovic:
Ci piacciono molto i The Drums, Beck e quel mondo lì. Anche se, in realtà, non abbiamo cercato di imitare nessuno o di suonare in un modo piuttosto che in un altro. Abbiamo lasciato che le cose venissero naturali, senza pensarci troppo.

Molte canzoni sembrano delle vere e proprie confessioni. Scrivere musica è una forma di terapia per voi?
Royel Maddel:
Dipende dalla canzone. Jazz Burger, ad esempio, è stata più simile a una seduta di terapia rispetto a Moody, dove tra l’altro c’erano meno testi nostri. Ma sì, la musica è sicuramente un modo per esprimere emozioni.

Suonare a Glastonbury dev’essere stata un’emozione enorme. Come ci si prepara per un concerto così importante?
Otis Pavlovic
: Prima di tutto ci presentiamo (ride ndr.). È difficile prepararsi, perché ogni volta ti senti diverso. Ma siamo saliti sul palco e basta. Eravamo nervosi, ma è stato bellissimo. Cerco sempre di godermelo mentre sono lì.
Royel Maddel: Glastonbury è una di quelle cose da spuntare sulla lista dei desideri di ogni band. È stata una conquista, ma anche terrificante.

Ho amici che usano setlist.fm per segnarsi ogni scaletta. Ora che mostrate i titoli delle canzoni o frasi simpatiche sullo schermo li aiutate un sacco. Di chi è stata l’idea?
Royel Maddel
: Credo sia stata di Adriane Neshoda, che cura la nostra direzione artistica fin dall’inizio. È molto talentuosa e voleva che tutto fosse chiaro, diretto. Lo schermo dietro di noi è come un membro in più della band, che racconta quello che succede.

Vi ho visti al Primavera Sound l’anno scorso, ma a Glastonbury sembravate più sicuri, più consapevoli. In un anno, quanto si cresce su un palco?
Otis Pavlovic
: Suonando tanto. Abbiamo fatto circa centoventisette concerti l’anno scorso.
Royel Maddel: Quello sicuramente aiuta. Ricordo che il Primavera Sound è stato uno dei nostri migliori festival europei, anche se abbiamo avuto qualche problema audio. È stato stressante.

Vi ho visti anche all’Apollo Theatre, e lì il suono era perfetto. Un gran bel concerto.
Royel Maddel
: Oh, grazie mille!

Le cover che fate – Murder on the Dancefloor, Linger – sono una passione personale, un tributo o qualcosa pensato per il pubblico?
Royel Maddel:
Amiamo molto quelle canzoni. Linger è incredibile. Direi che sono un tributo alla musica e agli autori che amiamo, ma anche un modo per ringraziarli: ci hanno aiutato ad arrivare dove siamo.

Non sono mai stato in Australia, ma attraverso le vostre canzoni riesco quasi a immaginarla. Pensate alla scrittura anche come un’evocazione di atmosfere?
Otis Pavlovic
: Se ascolti i Joy Division ti sembra di stare a Manchester. Noi veniamo da un altro mondo, ma forse qualcosa – anche inconsciamente – emerge nei nostri pezzi. Siamo cresciuti vicino al mare, in Australia. Forse si percepisce un certo senso di libertà. E poi c’è anche l’accento, magari.

In molti parlano di un “ritorno dell’indie”, anche se è una definizione sempre un po’ sfuggente. Ha ancora senso parlare di suono indie oggi?
Royel Maddel
: Siamo sempre stati fan dell’indie: The Strokes, The Vines, Bloc Party, The Smiths… Non so se i Cure siano considerati indie, ma sicuramente hanno ispirato tante band indie. E i Cure sono la mia band preferita. Spero che siamo ancora connessi a quel suono, perché lo amiamo. Non sappiamo se stia davvero tornando, ma lo speriamo. Sarebbe bello.

Dopo un tour mondiale, qual è la prima cosa che farete una volta tornati a casa?
Royel Maddel
: Andarcene (ride ndr.).