All’inizio di maggio del 1974, Bruce Springsteen varca la soglia del Record Plant di New York con un’aria di urgenza che non si misura in ore ma in destini. Ha venticinque anni, due album alle spalle – Greetings from Asbury Park, N.J. e The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle – che hanno attirato l’attenzione della critica ma non quella, decisiva, del grande pubblico. Columbia Records lo osserva con crescente impazienza: se il terzo disco non farà il salto di qualità, l’avventura discografica potrebbe finire. Springsteen sa di trovarsi a un bivio. E non è un bivio solo professionale: è la possibilità stessa di esprimere la propria visione del mondo, o di vederla soffocata nell’anonimato. Per i successivi tredici mesi, quello studio di proprietà di Gary Kellgren e Chris Stone diventerà il suo unico orizzonte. Qui, tra microfoni a nastro, cavi arrotolati e un via vai costante di musicisti, Springsteen costruisce pezzo dopo pezzo quello che diventerà Born to Run. È un lavoro di ossessione e di resistenza, in cui ogni accordo viene soppesato come se dovesse sorreggere l’intero edificio. Con lui ci sono il produttore e manager Mike Appel e, a un certo punto, Jon Landau, critico musicale che, una sera di maggio del 1974, al termine di un concerto all’Harvard Square Theatre di Cambridge, scriverà la frase che ancora oggi accompagna la leggenda: “Ho visto il futuro del rock & roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. Landau non resterà solo un osservatore: diventerà co-produttore del disco, portando in studio una sensibilità diversa, capace di bilanciare l’impeto creativo con la necessità di dare una forma compiuta alle canzoni.
Ma la vera cifra di Born to Run non sta soltanto nei nomi coinvolti. Sta nel fatto che in quelle otto tracce Springsteen riesce a cristallizzare, come in un fermo immagine, un’America che sogna e scalpita, che non si è ancora del tutto rialzata dal trauma del Vietnam e dello scandalo Watergate, e che ha bisogno di credere di nuovo nella possibilità di una fuga, di una rinascita. Il titolo stesso – Born to Run – è un manifesto. Non è la corsa come atto sportivo, ma come pulsione vitale, come condanna e salvezza insieme. Nelle sue canzoni, la fuga non è mai solo fisica: è l’idea di lasciare alle spalle il conosciuto per inseguire qualcosa di indefinito, ma necessario. La title track è l’emblema di tutto questo, ed è paradossale che sia stata anche la più faticosa da portare a termine. Springsteen vi lavorò per sei mesi, limando ogni dettaglio. In un’epoca in cui molte hit venivano scritte, registrate e pubblicate in poche settimane, quel tempo appariva quasi folle. Ma ascoltandola si capisce perché. Born to Run è una corsa a perdifiato che non concede pause: dalla batteria che apre il brano come un colpo di starter, ai fiati che irrompono come vento in faccia, fino a quel verso – “Tramps like us, baby we were born to run” – che è allo stesso tempo grido di battaglia e promessa d’amore. La canzone fu suonata dal vivo per la prima volta il 9 maggio 1974, proprio nella sera che impressionò Landau. Da allora è diventata la più eseguita nei concerti di Springsteen, quasi un passaggio obbligato, una dichiarazione di intenti ripetuta ogni volta di fronte a un pubblico diverso, in città diverse, in epoche diverse.

Il suono dell’album nasce da una precisa ambizione: Springsteen vuole creare qualcosa che abbia la grandiosità orchestrale delle produzioni di Phil Spector, ma con la ruvidità e l’anima del rock da strada. Spector, con il suo wall of sound, aveva già rivoluzionato la musica pop negli anni Sessanta, e Bruce si propone di adattare quella filosofia a un contesto narrativo e musicale nuovo. Oltre a basso, chitarra e batteria, in studio entrano archi, ottoni, timpani, triangoli. Il risultato è un suono denso, avvolgente, quasi cinematografico. Ogni brano sembra una scena di un film mai girato: Thunder Road è l’inizio di una storia d’amore e fuga, Jungleland è il climax drammatico in cui tutto sembra in bilico. Per quest’ultima canzone, lui e il sassofonista Clarence Clemons lavorano sedici ore consecutive solo sull’assolo finale, cercando la perfetta miscela di pathos e melodia. È anche il primo album in cui la E Street Band viene accreditata ufficialmente nella sua formazione chiave: Steven Van Zandt, Roy Bittan, Max Weinberg e lo stesso Clemons. La loro presenza non è di contorno, ma parte integrante della scrittura: molti arrangiamenti nascono da jam collettive, da intuizioni nate in sala prove e poi cesellate in studio. Se la musica è epica, le storie raccontate restano radicate in una geografia precisa: piccoli centri, strade provinciali, auto che sfrecciano verso l’ignoto, amori che bruciano in fretta. È una poetica che Springsteen eredita dalla tradizione folk e rock americana, ma che lui declina con un’urgenza giovanile, priva di cinismo. Nei testi non c’è ancora la disillusione che affiorerà in dischi successivi come The River o Nebraska: c’è l’idea che tutto sia ancora possibile, se solo si trova il coraggio di partire.
La pubblicazione dell’album, il 25 agosto 1975, segna la svolta. Born to Run riceve recensioni entusiastiche e porta Springsteen sulle copertine di Time e Newsweek nello stesso giorno, un traguardo mai raggiunto prima da un musicista. Il tour che segue è una consacrazione, ma anche il palcoscenico di episodi entrati nel mito. A Memphis, il 30 aprile 1976, dopo un concerto, Springsteen decide di andare a Graceland per incontrare Elvis Presley. Scavalca il cancello, arriva alla porta principale, ma viene fermato dalla sicurezza. «Volevo solo dirgli che mi aveva cambiato la vita», racconterà. Durante le lunghe attese nei palazzetti, lui e la band inaugurano una tradizione: partite di softball contro i tecnici. E quando arriva la prima data europea, il 18 novembre 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra, Springsteen strappa personalmente tutti i poster promozionali che tappezzano il locale: li trova eccessivi, non vuole essere introdotto al pubblico come una sensazione americana prefabbricata. Anche l’immagine di copertina è diventata iconica. Scattata dal fotografo Eric Meola in due ore e circa seicento pose, mostra Springsteen appoggiato alla spalla di Clemons, con la chitarra Fender Telecaster/Esquire in mano. È una foto che racchiude il cuore della E Street Band: amicizia, complicità, musica come legame indissolubile. Un dettaglio spesso sfugge: nel battipenna della chitarra, in controluce, si intravede la sagoma di un uomo sotto un lampione. Un piccolo segreto, come a ricordare che anche nei miti ci sono zone d’ombra e mistero.

Oggi, mezzo secolo dopo, Born to Run conserva intatta la sua potenza. Non suona come un reperto degli anni Settanta, ma come un’opera viva, capace di parlare a generazioni che non erano ancora nate alla sua uscita. Forse perché è un disco che non racconta un’epoca, ma una condizione umana: il desiderio di andare via, di inseguire qualcosa, di credere che ci sia un posto dove le cose possono essere migliori. È un sentimento che non ha età, e che trova in queste canzoni una colonna sonora eterna. Il paradosso di Born to Run è che, pur essendo nato da un’ossessione per la perfezione, conserva un’anima profondamente umana. Dentro quelle orchestrazioni complesse, quei mix stratificati, c’è spazio per respiri, esitazioni, piccoli errori che non sono mai stati cancellati. E forse è proprio questa imperfezione a renderlo immortale. La corsa iniziata in quelle sale del Record Plant nel 1974 non si è mai fermata: continua ogni volta che parte il rullante iniziale di Thunder Road, ogni volta che un pubblico in un’arena grida insieme: “Tramps like us, baby we were born to run”. È la corsa di Bruce Springsteen, certo. Ma è anche la nostra.