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Sì, “Hickey” dei Royel Otis è un instant classic

In un momento di rifioritura del genere indie rock, un disco come “Hickey” dei Royel Otis era esattamente ciò che il popolo degli appassionati chiedeva a gran voce. Ed eccolo qua, fra trascurabili imperfezioni e qualche colpo da maestro di ottima fattura

E proprio quando il rumore delle stoviglie di un ristorante a sole tre file di ombrelloni dal bagnasciuga inizia a sfumarsi nelle prime pioggerelle proto autunnali che incocciano contro il suolo, ecco che i Royel Otis presentano al mondo la loro ultima fatica in studio: hickey – scritto rigorosamente ed integralmente in lowercase. Con un linguaggio che flirta, e parecchio, con Tame Impala (in Good Times), ma soprattutto con onesti e mai macchiettistici richiami agli Smiths (in Car) questo disco ci spiega di poter essere anche leggero, a tratti, ma mai superficiale. È un compendio di tredici atti in forma canzone dal sapore speciale, non perché abbia chissà quali intuizioni geniali, picchi di art rock o tantomeno a causa di una esecuzione da far invidia ai migliori Pink Floyd.

Hickey è piuttosto un lavoro che si lascia amare per la sua semplicità nell’andare dritto al punto senza trasformarsi in un vezzo onanistico. E poi, diciamocelo: è impossibile anche per i più integerrimi ignorare il fascino che si portano dietro quei look un po’ improvvisati ma maledettamente evocativi di Otis Pavlovic e Royel Maddell. Ditemi poi voi se quelle chitarre lo-fi non contribuiscono, assieme a posture (sia fisiche che morali) a farci provare le stesse vibes che hanno reso iconici alcuni dischi di inizio anni Novanta. C’è, in buona sostanza, tutto ciò che serve per galleggiare (badate bene, con grande stile) tra nichilismo e speranza, stasi e moto, introspezione e senso di rivalsa ma soprattutto tra quelle band che fanno dischi per pochi e quelle che li fanno per troppi.

Perché in fondo se un progetto è sufficientemente ruvido per non essere vergognosamente pop e allo stesso tempo sufficientemente intellegibile e assimilabile per essere materiale da gettare in pasto ai salotti bene, beh allora forse siamo dinnanzi a qualcosa di fuori dall’ordinario. E se questo hickey non è l’ennesimo diamante grezzo a cui le masse e gli addetti ai lavori hanno intenzione di negare la cura necessaria per evolversi e raffinarsi, allora attorno ai Royel Otis sta per costruirsi un futuro davvero interessante. In caso contrario avremo sulla coscienza un altro Bleach che non ha gettato le basi per un Nevermind.