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Hayley Williams e l’arte di rimettere insieme i pezzi

In “Ego Death At A Bachelorette Party” Hayley Williams si è sbarazzata di sé stessa e fa cose folli e bellissime (come prendere i Bloodhound Gang e dar loro un twist grunge e malinconico)

Ci sono due modi di fare musica: esaltandocisi in mezzo o scomparendoci dentro. Che non significa perdersi, ma accettare con rispetto zen che tutto è già stato detto e che si potrà dire di nuovo e meglio. Qualcuno lo spieghi a Doechii. O, per dio, le faccia almeno ascoltare Ego Death at a Bachelorette Party, un album in cui Hayley Williams si è sbarazzata di sé stessa e fa cose folli e bellissime, come prendere i Bloodhound Gang e dar loro un twist grunge e malinconico. O cantare in portoghese le parole con cui Seu Jorge aveva amorevolmente tradito (no, non tradotto) Bowie, in un gioco di confusioni identitarie che è la vera forza di questo lavoro. Lost in Translation, insomma – e non a caso anche Sofia Coppola potrebbe essere una delle madrine di questo disco, come dimostra Dream Girl In Shibuya.

Album? Mixtape? Performance di kintsugi? Il ritorno da solista della voce dei Paramore – a quattro anni di distanza da Flowers For Vases/Descansos – è un disegno difficile da spiegare, forse anche per lei, quando in un bridge scrive: “On my way to 37 years/I do not know if I’ll ever know/What in the living fuck I’m doing here”. Resta l’idea del tentativo di dare ordine ai diciassette singoli sparpagliati come horcrux fin da inizio agosto nel mare dello streaming, brevi brandelli di anima con l’aggiunta di una coda inedita, Parachute. Brano doloroso (se la musa ispiratrice è Taylor York, viene da pensare che ci siamo giocati la band), come a loro modo lo erano già i suoi predecessori, figli di un percorso che si snoda tra il racconto chimico e intimo della depressione (Mirtazapine e Negative Self Talk), vuoti interiori confessati su melodie alt pop (Glum), l’amarezza del rapporto con l’altro (Love Me DifferentI Won’t Quit On You).

C’è un contrasto che funziona tra la disperazione con cui Williams, o la sua versione svanita nella musica, chiede aiuto e la dolcezza degli arpeggi curati in produzione da Daniel James; un tono mai urlato, anche quando ha bisogno di sapere se il suo interlocutore in Blood Bros si affretterebbe fino al fondo del suo cuore di catrame nero. Anche quando parla della sua resa di fronte a un Disappearing Man, o del tormento generazionale passato di donna in donna in Kill Me. Nelle brevi derive in cui il sound sembra troppo vicino alla lezione di Taylor Swift, è ancora la verità della sua scrittura a salvarla e a non farla scadere in una parodia cantautorale, meno preoccupata rispetto ai precedenti lavori da solista di doversi distaccare dall’immagine di qualcosa che era e più concentrata su quanto ha da dire. Su quello che è, o che, per ora, non vuole più essere. In fondo al più anti-sorrentiniano degli inviti che sembra uscire da quest’album: disunisciti.

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