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I Big Thief hanno fatto il disco perfetto per uccidere l’estate

In “Double Infinity” il passato dei Big Thief rincorre il presente, senza sempre riuscire a mixare una poetica che guarda all’epos del folk-Americana con un sound etereo, lontano dalla piccola rivoluzione intimista di “Capacity”

Adrianne Lenker non avrà mai risolto una pagina di Bartezzaghi, ma ha scritto un album che ci somiglia tremendamente: un dedalo di significati, oscuro nel suo ammiccare al pop, perfetto per uccidere l’estate. Double Infinity, ultima fatica dei Big Thief, è un disco incomprensibile – come suggerisce l’opening track – nella sua non scontata semplicità, in cui “le parole sono stanche e tese/non hanno senso”. Nove corridoi prodotti da Dom Monks, collaboratore di lunga data della band statunitense guidata da Adrianne Lenker, in cui il passato rincorre il presente, lo sfoca, lo contamina. Non sempre con l’effetto sperato di riuscire a mixare fino in fondo una poetica che guarda all’epos del folk-Americana con un sound etereo, troppo lontano da quella piccola rivoluzione intimista che fu nel 2017 Capacity.

Tra piccoli sprazzi di salvaguardata autenticità, come nel caso del terzo singolo, la ballad Los Angeles, dentro Double Infinity si naviga a vista, con la voce di Lenker che è al tempo stesso boa, faro e tempesta. «L’idea di quest’album è urlare da una montagna queste cose profondissime dritte verso il cielo e verso il centro della Terra», ha affermato lei stessa in un’intervista a NME il mese scorso. Sarebbe forse stato meglio scegliere un bersaglio più definito? E dire che l’universalismo era già costato caro ai tre (all’epoca quattro) di New York, quando forzati ad annullare due date a Tel-Aviv nel luglio del 2022 si erano trincerati dietro l’aspirazione a “un amore oltre i disaccordi”. Il lungo mantra che domina No Fear corre di nuovo in quella direzione, fuoriuscito da una bolla scollata dal reale che non lascia, però, sognare. Almeno Joshua Crumbly ha un calore nel basso che non fa rimpiangere (troppo) quello di Max Oleartchik, come dimostra benissimo proprio tra le righe della monotonia di No Fear, svelando – per fortuna – la sua formazione jazzistica.

«Appena abbiamo iniziato a suonare con lui – ha confessato pochi giorni fa il chitarrista Buck Meek a Vulture – ci ha sollevati. È melodico, ma conserva così tanta “terra”, così tante radici, come bassista: ha uno spirito incredibile». Anche se l’impressione che qualcosa di rotto in quel giocattolo che aveva funzionato davvero bene fino a Dragon New Warm Mountain I Believe In You ci sia. Una costellazione di piccole fratture da cui un album che sa più di bosco che di Hell’s Kitchen, più di viaggi in macchina di notte (come quello durante il quale è nata Grandmother, racconta Lenker) che di metro all’ora di punta, non risana ancora del tutto. In attesa di capire se il vuoto ricomposto reggerà all’onda d’urto di un tour appena annunciato, che li porterà in giro per gli Stati Uniti e per l’Europa (in Italia il prossimo 14 giugno) tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. O se tutto resterà da comprendere, incomprensibile.