Una tazza fumante di caffè, i morbidi cuscini del divano di fronte alla libreria, le casse già sveglie e forse a volume un po’ troppo alto per le prime luci dell’alba: è lo scenario in cui mi sono immersa per l’ascolto di A Wonderful Life di Tom Odell. Proprio sulle note finali dell’ultima traccia, mi sono ritrovata a scorrere con lo sguardo – come in una biblioteca – tutti i volumi, fino a rintracciare sullo scaffale proprio quello che cercavo, proprio quello che l’immaginario dell’album ha riportato alla mente. Tra le pagine sottolineate del romanzo epistolare di On Earth We’re Briefly Gorgeous di Ocean Vuong ho ritrovato a frase che, d’istinto, ho abbinato al disco come sottotitolo: “Su questa terra siamo brevemente meravigliosi”. Nel settimo lavoro in studio del cantautore britannico emerge la stessa, delicata potenza di comunicare che l’esistenza umana è interezza e frattura, splendore e tenebra, e che la fragilità può custodire una forma di bellezza universale. Pur essendo stato erroneamente additato, alle origini della sua carriera, come l’ennesimo ragazzo con la chitarra in cerca di fortuna, facile preda di major assetate di numeri, Odell ha dimostrato, con scelte anche controcorrente (per il più recente capitolo discografico ha lasciato la sua storica etichetta, per dire), che il linguaggio ispirato e onesto gli appartiene da sempre.
È vero, il successo per lui è arrivato quasi di colpo, quando Another Love ha conquistato le classifiche, diventando una delle venticinque canzoni più ascoltate di sempre su Spotify. È dovuto crescere in fretta, Tom, che oggi afferma di provare una sensazione di distacco verso quel brano, pur essendo riconoscente verso tutti coloro che lo hanno reso colonna sonora di messaggi importanti, tra cui il sostegno all’Ucraina e alle lotte per i diritti in Iran. Dal primo EP, il suo percorso è stato un succedersi di evoluzioni e contrasti: le orchestrazioni più ampie e pop di Wrong Crowd, le cronache domestiche e comunitarie di Jubilee Road, il lato oscuro e tormentato di Monsters, il primo esperimento più minimale, nell’eliminare tutto il superfluo, di Best Day of My Life e il concept breve e ipnotico di Black Friday. Con A Wonderful Life, si chiude un cerchio, per cui ogni tappa è stata necessaria per arrivare alla sintesi matura. Don’t Let Me Go, primo singolo estratto, annuncia il fil rouge del tessuto sonoro acustico che veste l’intero album. I presagi funesti di una contemporaneità ossessiva che danza a tempo di un valzer in tre quarti sono smorzati dal ritornello implorante – “Non lasciarmi andare” – che funge da ancora ad una connessione umana. Nel video, diretto da Alex Leggatt, la canzone esprime efficacemente la distonia tra reale e onirico, accostando una fotografia cupa e quasi surreale alla delicatezza dell’interpretazione di Odell che si muove in ambienti avvolti da luci crepuscolari, per un’estetica “a fuoco-fuori fuoco”.

Il risultato è potente: la dimensione personale assume un tono apocalittico, e viceversa, l’apocalisse viene narrata in chiave personale. Lo stesso accade per Don’t Cry, Put Your Head on My Shoulder, introdotta da un colpo di tosse, come se la voce, prima ancora delle parole, volesse anteporrei un sussurro di consolazione, un invito tenero e sommesso alla resistenza, offerto a chi sta attraversando un momento di rottura. La cura prende la forma della prossimità affettiva, di una presenza che non dà risposte ma si fa rifugio, nell’istantanea di una figura femminile che posa il capo sulla spalla dell’artista, per un gesto che scalda e protegge. Prayer si posiziona come un momento sospeso, una parentesi raccolta e lieve in cui il tempo sembra fermarsi. La voce si fa fragile, accompagnata dall’arpeggio di una chitarra giocattolo, nella preghiera laica proveniente dalla cameretta d’infanzia di un “io bambino” che guarda il futuro con occhi sognanti. Nel dialogo trasversale tra età e identità, la malinconia non è semplice nostalgia, ma uno strumento di indagine che riconduce, da una parte, allo stream of consciousness joyciano, dall’altra al cantautorato indie-folk inglese più recente, più raffinato e di nicchia (si sente forte e chiaro un’eco dell’omonimo brano di Keaton Henson). Molte delle liriche del disco, compresa Prayer, sono nate in forma di appunti sparsi all’interno delle pagine di un taccuino, lo stesso che ha custodito per un anno e mezzo la versione embrionale di Can We Just Go Home Now, scritta in una stanza di albergo, la sera prima del concerto all’Halle Gasometer di Vienna, al culmine di una crisi da burnout da tour.
Cinque notti senza dormire, la voce a rischio, il corpo allo stremo, la richiesta di aiuto: “Call the doctor to my hotel room/I lost my voice and I’m in a terrible mood”. Can We Just Go Home Now, la traccia più impulsiva e movimentata del disco, si snoda su chitarre nervose, batteria palpitante, dinamica da live session. Nel crescendo elettrico, il cantato corre al ritmo del cuore in affanno, mentre l’urgenza di raccontare si eleva a desiderio ostinato di non smarrirsi. Non c’è resa, il freno grida ad un passo dal precipizio, diventando musica, perchè la musica – ancora una volta – si conferma la soluzione più potente per non precipitare. Dopo la tournée del 2024, con un archivio di materiale grezzo ma ispirato, è scattata l’urgenza compulsiva di trasformare una pila di fogli scarabocchiati in canzoni vere, vissute, registrate non come tracce da perfezionare digitalmente ma come fotografie sonore. L’intero disco, infatti, è stato inciso dal vivo in studio, con tutta la band nella stessa sala, senza sovrastrutture, nella totale fiducia verso il processo creativo. Dal punto di vista musicale, infatti, l’approccio restituisce una grana sonora autentica e organica: gli strumenti respirano a pieni polmoni, la linea vocale è al centro, spontanea e sincera. A voler intercettare qualche influenza, tornano all’orecchio i Radiohead più melodici e acustici; la poetica di Jeff Buckley, più domestica e sommessa, privo di slanci epici; il cantautorato folk/rock alternative d’oltremanica britannico – da Paolo Nutini a Ben Howard – che fa dell’inquietudine materia di ispirazione.

Come in una diapositiva dallo studio, Odell si siede nuovamente al pianoforte in Why Do I Always Want The Things I Can’t Have, e resta lì, anche per la title track. A Wonderful Life è il cuore concettuale, il manifesto di tutta la produzione: una ballata delicata, costruita con l’equilibrio di chi ha imparato ad accogliere la vita nella sua bellezza imperfetta. Ugly segna uno dei vertici emotivi dell’album. È il frangente in cui l’autore si spoglia davvero, di fronte allo specchio: “I’m standing in the mirror/I wanna change my skin/Wish that I was taller/Wish that I was thin” – canta, con una sincerità che disarma, nell’affrontare il tema della dismorfia corporea senza timore, senza veli né retorica. In quel riflesso, per un attimo, ci si sente con lui, come lui, come parte della stessa sua, della mia vulnerabilità. Ugly non è soltanto una confessione, ma un gesto di spoliazione emotiva che rivela quanto la fragilità possa diventare linguaggio condiviso, più potente di qualsiasi posa eroica. Anche da questa prospettiva emerge la preziosa contraddizione che anima Tom Odell: artista che riempie arene, eppure si sente al sicuro nei piccoli club; che scrive canzoni alla vecchia maniera, ma rifiuta la scorciatoia delle formule impacchettate. È il ragazzo perbene che si muove da outsider, il trentaquattrenne disilluso che sceglie la sincerità come unica direzione possibile. E questo, oggi, è una forma rara e necessaria di bellezza.
Strange House rievoca il bisogno di un rifugio interiore, un luogo sicuro dove lasciare andare le inquietudini, mentre Can Old Lovers Ever Just Be Friends? esplora il territorio fragile della memoria affettiva. A chiudere, The End of Suffering si fa epilogo sussurrato. Nessuna redenzione miracolosa, nessuna catarsi definitiva: solo l’eco sottile di una possibilità. La guarigione, sembra dirci, non è un punto d’arrivo ma un gesto quotidiano di accoglienza: delle proprie crepe, dei rimpianti, delle ombre mappate sulla stessa carta geografica dell’anima che vede cerchiata, come isola del tesoro, la capacità di vivere a pieno. Il sole è ormai alto. Mi trovo a premere play, per riascoltare l’album, dall’inizio. Il libro di Ocean Vuong è di nuovo lì, sullo scaffale. È magico trovare corrispondenze. Lo è altrettanto – talvolta – non trovare tutte le risposte. Le domande sì, devono essere quelle giuste: A Wonderful Life è un’ottima guida per riuscirci, nella consapevolezza che su questa terra siamo brevemente meravigliosi.

Tom Odell
A Wonderful Life
★★★★★