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Bouganville – In equilibrio nell’età di mezzo

A trent’anni, i Bouganville sembrano dirci che non si è più in fuga né davvero arrivati: si naviga a vista, tra nostalgia e incertezza. In quella nebbia trovano la loro lucidità — un equilibrio fragile, ironico, umano

C’è un momento, nella storia della fotografia analogica, in cui l’immagine comincia a sfuggire all’intenzione. Un leggero tremolio della mano, un movimento d’aria, la luce che cambia all’improvviso. È in quel momento che ciò che doveva essere nitido si dissolve in un confine incerto, impastato, vivo. In quella sfocatura nasce qualcosa di irripetibile: non più il documento perfetto di una realtà, ma la percezione sincera di un istante. Non esattamente a fuoco, il nuovo lavoro dei Bouganville, si muove dentro quello stesso spazio intermedio, dove la definizione lascia il posto al respiro, e la confusione diventa una forma di verità.

In Non esattamente a fuoco sembra che l’età adulta sia un equilibrio instabile tra lucidità e sogno. Vi chiedo: a trent’anni, cosa vi fa più paura – la nitidezza o la sfocatura?
Entrambe le dimensioni hanno i loro chiaroscuri. A trent’anni viviamo in una costante instabilità: poche certezze, molti interrogativi. Non lo riteniamo necessariamente qualcosa di negativo. I contorni sfocati permettono di cambiare prospettiva, di riscriversi ogni volta. Nel senso, restare “non esattamente a fuoco” può essere anche un modo per continuare a reinventarsi.

C’è un’immagine ricorrente nel disco: quella dell’attesa, del sentirsi sospesi tra un “prima” e un “dopo”. Quanto tempo vi concedete, oggi, per non avere risposte immediate?
Decisamente troppo poco tempo. Dovremmo rivalutare i “tempi morti”, perché la noia – quella vera, senza distrazioni – è una condizione fondamentale per riflettere e, di conseguenza, per creare. Con questo disco ci siamo concessi quel lusso: ci abbiamo messo tutto il tempo necessario, a volte rimuginando per una settimana su una singola parola. È stato anche un esercizio di lentezza, un modo per riconciliarci con l’attesa.

Vi muovete tra ironia e malinconia, tra la voglia di ridere del disastro e quella di comprenderlo. Quanto serve prendersi sul serio per non perdersi del tutto?
L’ironia è fondamentale: ti permette di mettere le cose in prospettiva e, a volte, di scardinarle. Prendersi sul serio va bene, serve per dare peso a ciò che si fa e a ciò che si vive – ma spesso una battuta è uno sguardo laterale che riesce a raccontare la verità meglio di qualsiasi analisi profonda.

A tal proposito: in molte vostre liriche si avverte un senso di autoironia lucida, quasi cinica. L’ironia è una forma di difesa o un modo per dire le cose più dure con più tenerezza?
Come dicevamo prima, per essere davvero autoironici bisogna sapersi guardare con lucidità, anche in modo spietato. Non la viviamo come una forma di difesa, né come uno strumento “tenero”: l’ironia può ferire, soprattutto quando la si rivolge a se stessi.

In un’epoca ossessionata dal controllo, avete scelto di raccontare l’imprecisione. Quando è l’ultima volta che vi è capitato di trovare bellezza proprio nel disordine?
Vivendo in una città come Roma, il disordine è all’ordine del giorno: ci siamo immersi dentro, lo respiriamo. Anche nella scrittura di Non esattamente a fuoco ci sono stati momenti di caos che però sono stati fondamentali. Anzi, spesso è stato proprio lì, che si è accesa la miccia.

Le vostre canzoni parlano di generazioni che convivono nello stesso istante (chi fa figli e chi perde la testa alle feste). Pensate che la maturità sia ancora un traguardo o ormai è più una finzione collettiva?
Dipende da cosa intendiamo per maturità. Se significa smettere di cambiare o di mettersi in discussione, allora sì, forse è una finzione. Ma se la intendiamo come una consapevolezza, qualcosa che cresce insieme alle proprie contraddizioni, allora esiste eccome. Non la definiremmo una finzione collettiva, piuttosto un equilibrio sempre da ritrovare.

Bouganville, foto di Giacomo Gianfelici

Quando tutto corre veloce, la lentezza diventa un atto politico. In che modo riuscite a proteggere i vostri tempi interiori dal ritmo del mondo?
È complicato, bisogna ammetterlo. Non credo che ci riusciamo davvero bene, ma proviamo a farlo. Dobbiamo accettare che a volte si perde il ritmo ma va bene lo stesso così.

Se la confusione è la condizione naturale della vostra generazione, cosa vi tiene ancora saldi: un’idea, un suono, una persona?
Sicuramente l’idea del passato – che inevitabilmente tendiamo a idealizzare – gioca un ruolo importante. C’è una sorta di nostalgia per qualcosa che forse non abbiamo nemmeno vissuto davvero, ma che ci dà una direzione. Anche per questo, nel sound dell’album abbiamo cercato di richiamare certe atmosfere degli anni Settanta: calde, imperfette, umane. È un modo per restare saldi, aggrappati a una sensazione più che a un’epoca.

Avete dichiarato che la scrittura dell’album è stata radicalmente collettiva. Cosa succede quando quattro visioni diverse devono diventare un unico orizzonte emotivo?
È stata la prima volta che ci siamo immersi in una scrittura così radicalmente collettiva, ed è stata senza dubbio una sfida. Quattro visioni diverse significano anche quattro sensibilità da far dialogare, ma avevamo chiaro ciò che volevamo raccontare con questo album, e quella direzione era condivisa da tutti.

Intro apre il disco come un film poliziottesco anni Settanta. C’è qualcosa di cinematografico nel modo in cui costruite i brani: vi capita di pensare alla musica come a una sceneggiatura sonora?
Assolutamente sì. Durante la scrittura e le registrazioni ce lo siamo detti più volte, ascoltando i brani: c’era qualcosa di cinematografico che emergeva naturalmente. È una dimensione che ci affascina molto e che ci ispira.

L’importanza della techno sembra giocare con l’idea di ironia e sacralità del club. Cosa vi affascina della cultura notturna e della sua ritualità collettiva?
Ci affascina soprattutto l’aspetto quasi religioso della club culture. In questo pezzo volevamo catturare la sensazione di evasione, quel momento in cui i problemi quotidiani sembrano trovare una sospensione, e in cui la ritualità collettiva crea uno spazio condiviso, quasi sacro.

In Lo faccio per te, insieme a Coca Puma, emerge un dialogo a due voci che è insieme intimo e ironico. Come nasce quella complicità sonora tra voi e l’idea di fare un pezzo assieme?
Con Coca Puma abbiamo condiviso lo stesso studio, praticamente lei era alla porta accanto. La collaborazione è nata in modo spontaneo: ci piaceva lei, e a lei piacevamo noi. Lo faccio per te è venuta fuori con grande entusiasmo perché sia umanamente che musicalmente abbiamo trovato una complice perfetta.

L’equilibrio tra vintage e contemporaneo è uno dei tratti più riconoscibili del vostro suono. In che modo guardate al passato senza rimanerne prigionieri?
Non vediamo le citazioni al passato come un rischio, perché, volenti o nolenti, siamo nel 2025: il presente si insinua naturalmente nel nostro sound e dialoga con le influenze vintage senza mai imprigionarle.

I Bouganville presenteranno il nuovo disco con quattro imperdibili date: il 7 novembre a Roma al Caffè delle Esposizioni, l’8 novembre a Napoli alla Fonoteca, il 13 novembre a Milano al Ronin e il 14 novembre a Torino al Ramo D’Oro.