“La speranza non è ottimismo, ma la convinzione che ci sia del bene per cui vale la pena lavorare”. Forse Seamus Heaney – uno dei più grandi poeti del Novecento e tra i massimi esponenti della cultura irlandese – non immaginava che, decenni dopo, le sue parole avrebbero trovato nuova vita nella musica di tre ragazzi cresciuti nella sua stessa terra. I Kingfishr si ispirano spesso alla sua visione del mondo: autentica, profondamente umana, radicata nella speranza e nel valore delle persone. È una sensibilità che attraversa la loro musica e che ne definisce il tono, sospeso tra sfumature malinconiche ma sempre lucenti. In poco più di due anni, Eddie Keogh, McGoo McGrath e Fitz Fitzgibbon – tutti e tre ingegneri di formazione, oggi membri di una delle band più promettenti del panorama internazionale – hanno trasformato una passione nata tra le verdi distese della campagna irlandese in un progetto capace di parlare al mondo. Con Halcyon – il loro album d’esordio subito balzato al primo posto delle classifiche in Irlanda e al settimo di quelle nel Regno Unito – i Kingfishr hanno saputo fondere la profondità delle radici celtiche con un linguaggio sonoro contemporaneo che racchiude l’energia delle nuove generazioni. Parlando con loro, si percepisce subito quel senso di comunità che scorre come un filo invisibile tra le parole e le canzoni: la stessa energia che li accompagna in un tour ormai quasi completamente sold out.
Halcyon ha debuttato direttamente alla numero uno della classifica in Irlanda. Com’è la sensazione di raggiungere subito questo traguardo?
Eddie: Eravamo in viaggio nel Regno Unito in quel periodo, facendo qualche data nei negozi di dischi, quando ci hanno chiamato i nostri manager dicendo che eravamo al numero uno in Irlanda e al numero sette nel Regno Unito. Alla fine è andata benissimo anche in altri Paesi dove non ci aspettavamo nulla di particolare. Onestamente è difficile rendersi conto di questi numeri, ma dal vivo si vede subito la risposta della gente.
E come ha reagito il pubblico irlandese al vostro sound?
Eddie: Mi vien da dire che in Irlanda c’è da sempre la propensione a sostenere gli artisti di casa. Di sicuro, il pubblico irlandese sta mostrando di rispecchiarsi moltissimo nella nostra musica e questo è spettacolare. Ci sentiamo davvero fortunati, come per noi è una fortuna poter viaggiare e suonare ovunque.
Caroline, il nuovo singolo tratto dall’album, mescola folk-pop moderno con atmosfere da film e tradizione irlandese. Da cosa è nata l’ispirazione per questo brano, e che ruolo ha avuto l’amore per il poeta Seamus Heaney nella sua scrittura?
Fitz: È una canzone nata in maniera molto diretta, di pancia, un po’ come tutta la nostra musica che ha origine in una fattoria di famiglia a Tipperary, dai nonni di McGoo. È una fattoria da latte che la sua famiglia gestisce da generazioni: quello è il nostro spazio creativo. Non c’è un intento filosofico dietro i nostri brani. Di solito, succede che ci sediamo tutti e tre attorno al tavolo in cucina e iniziamo a suonare. Musicalmente ci lasciamo influenzare da un po’ di tutto: ascoltiamo Mumford & Sons, Dermot Kennedy, Bear’s Den, Ben Howard… Ognuno di noi ha passioni letterarie che ispirano la poetica e l’immaginario della band. Ma alla fine le canzoni si compongono quasi da sole.

Blue Skies riecheggia di un’energia particolare. Confesso che già dal primo ascolto ho pensato: wow, è incredibile! Per giorni e giorni non sono riuscita ad ascoltare altro.
Eddie: Il tema che sta al centro di Blue Skies, in realtà, è abbastanza cupo. Il brano parla di un mio caro amico che purtroppo ci ha lasciati ai tempi dell’università e in un certo senso è un omaggio a lui. Tuttavia, è anche una canzone sulla crescita, sugli anni del college e su tutto quello che si impara da giovani. Per questo ha un’energia così forte: musicalmente fa venire voglia di ballare. Al contempo, il mio stato d’animo è sempre un po’ agrodolce quando la suoniamo. A livello temporale, è un pezzo nato durante le prime fasi di scrittura. Poi abbiamo registrato tutto l’album in studio a Dublino ed è stato un po’ come fare i compiti all’ultimo minuto: sembrava di avere tutto il tempo del mondo, quando, all’improvviso, ci siamo ritrovati alla mezzanotte del giorno prima della consegna e c’erano ancora alcuni dettagli da terminare (ride ndr.).
Il brano finale Schooldays chiude l’album con un tono ottimista, come suggerisce il verso “Roses rise in the darkest of places”. Perché avete scelto di concludere Halcyon così?
McGoo: È stata un’idea di Eddie posizionare Schooldays in chiusura dell’album. Quel verso rappresenta bene anche la nostra storia come band: tre ingegneri che, un giorno, hanno deciso di provare a fare musica e… guarda un po’, ce l’hanno fatta. Là fuori ci sono migliaia di musicisti più talentuosi di noi, eppure noi siamo qui, con un disco che sta avendo un ottimo riscontro anche fuori dall’Irlanda. Anche in questo aspetto “siamo fiori che crescono nonostante le difficoltà”. Ci sembrava un finale perfetto, per noi e per chiunque creda in questo messaggio.
Mi accennavate che gran parte dell’album è nata intorno a un tavolo in una dairy farm a Tipperary. In che modo le vostre origini hanno influenzato la composizione di Halcyon?
Eddie: Quello a Tipperary è uno scenario molto speciale dove la musica è di casa. In Irlanda, capita molto spesso che le vecchie fattorie custodiscano strumenti musicali di epoche passate e che qualcuno suoni ancora un lavoro nei campi e l’altro. Crediamo che sia proprio questo il senso di comunità irlandese che portiamo dentro e che emerge nella nostra musica. Non facciamo grandi sforzi: semplicemente le melodie e gli strumenti tradizionali sono parte di noi. Quando suoniamo, è un po’ come portare con noi anche l’anima delle distese rurali, delle session nei pub e dei pomeriggi in famiglia. Per tornare alla tua domanda: le nostre origini ci hanno insegnato il valore di condividere la musica.
Il titolo del disco evoca paesaggi idilliaci e richiami mitologici. Cosa significa per voi questo termine e come riflette il concept dell’album?
McGoo: Benché il disco non sia un concept, Halcyon è il fil rouge che disegna varie traiettorie connesse tra loro. Innanzitutto, come termine, significa “bei tempi”, nell’idea che forse i giorni migliori della nostra vita sono stati quelli in cui facevamo le cose da ragazzi di vent’anni. Ora che ne abbiamo quasi trenta, a volte guardiamo al passato con nostalgia, ma ci rendiamo conto anche che quello che stiamo vivendo adesso – girare per il mondo per concerti, incontrare i fan – potrebbe essere anche un “bel tempo” da raccontare in futuro. Poi sì, c’è anche il significato mitologico: Halcyon è l’uccello che calma il mare in tempesta. È un’immagine poetica che rispecchia esattamente l’effetto che la musica ha su di noi: quando serve, ci placa. Di recente abbiamo anche scoperto che esiste un martin pescatore chiamato “Halcyon”… perfetto per una band che si chiama Kingfishr! Quindi, più che un concept preciso, abbiamo lasciato che il titolo fosse sinonimo di più visioni e concetti: nostalgia, calma, speranza, natura.
Nella vostra musica fondete sonorità contemporanee e radici folk tradizionali irlandesi. In un’epoca in cui la tecnologia, inclusa l’AI, influenza sempre di più la creazione musicale, come vivete l’equilibrio tra autenticità e innovazione?
Eddie: Per noi la chiave di tutto è la musica dal vivo. Oltre al pubblico, ovviamente. I numeri che, al giorno d’oggi, sembrano dettare legge non sono tutto. Si può avere milioni di ascoltatori in streaming, ma che succede se ai concerti non viene nessuno? In fin dei conti, la musica è fatta per essere vissuta concretamente. E si può ricorrere a tutti i marchingegni del mondo, inclusa l’IA, per scrivere un brano perfetto dal punto di vista tecnico, ma non è ciò che genererà emozione. Secondo noi, l’arte si definisce da come la gente la sente, la vive, la condivide. Non vogliamo sembrare costruiti. Vogliamo che si capisca che siamo dei ragazzi che stanno vivendo qualcosa di vero, insieme al loro pubblico.
Il panorama musicale irlandese contemporaneo è molto coeso, con artisti che spesso collaborano e si sostengono a vicenda. Come vi sentite parte di questa scena?
Eddie: Siamo cresciuti in un mondo di tradizione: fin da piccoli partecipavamo alle jam session nei pub del paese, dove chiunque poteva salire sul palco e suonare. È un imprinting straordinario che ha radicato in noi spirito di condivisione e libertà. In Irlanda la musica ha sempre fatto parte della vita familiare e comunitaria.

Come pensate sia cambiato il ruolo della musica negli ultimi anni?
Fitz: Non saprei darti una risposta oggettiva, ma in Irlanda la musica è parte della vita di tutti i giorni e di tutti noi. Fin dalla scuola, ogni bambino riceve un tin whistle, una sorta di flauto dolce, e da lì molti continuano con corsi o session nei locali del paese. È un po’ come lo sport in altre nazioni: fa parte della cultura. McGoo, per esempio, suona da quando aveva quattro o cinque anni, perché in famiglia si suonava sempre. Quando ero ragazzo, anche io vivevo tra due mondi: lo sport e la musica. Una o più sere alla settimana andavo al pub a suonare e lì sono nati i legami con gli amici a cui tengo di più ancora oggi. Il fatto è che in Irlanda molti giovani iniziano a suonare non per diventare famosi, ma per stare insieme, divertirsi e condividere momenti autentici. È questo che rende la nostra musica vera e sincera.
Restando in tema di connessioni, c’è qualche artista o band con cui vi piacerebbe collaborare in futuro?
Eddie: Il primo in assoluto è Hozier, poi Mumford & Sons. Tra l’altro stanno già collaborando tra loro. Tra i super big, ti direi Dolly Parton: prima che appenda la chitarra al chiodo, sarebbe incredibile fare qualcosa con lei, no?
Fitz: A proposito, dato che ci troviamo in collegamento con l’Italia, ne approfitto. Mia moglie mi ha fatto conoscere Ludovico Einaudi, per un periodo non ha fatto altro che parlarmi di questo fantastico pianista. La sua musica è incredibile. Sarebbe bello collaborare per una traccia strumentale o per un brano da colonna sonora.
Tra le date del vostro tour ormai quasi completamente sold out in tutto il mondo, c’è anche l’appuntamento (sold out) al Circolo Magnolia di Milano.
McGoo: Ci hanno raccontato che alcuni fan italiani sono venuti fino in Irlanda per vederci dal vivo, e la cosa ci ha sorpreso e resi felicissimi. La parte più affascinante è scoprire come reagirà un nuovo pubblico: è sempre un’incognita. Cinque settimane fa, ad esempio, eravamo in tour negli Stati Uniti e abbiamo visto che alcune canzoni, meno popolari in Irlanda, lì sono diventate dei veri inni. Quindi siamo curiosi di vedere cosa succederà in Italia. Sappiamo che il concerto di Milano è già sold out, e questo ci carica tantissimo. Ogni live è un’esperienza diversa, ma c’è una cosa che si ripete ovunque: la voglia della gente di divertirsi e lasciarsi andare. Spesso partiamo pensando a un set di un paio d’ore, e finiamo con il pubblico che canta a squarciagola, le mani alzate, completamente immerso nel momento. È proprio quella magia del live che siamo impazienti di vivere anche in Italia.
In questo momento super positivo di lancio e affermazione come band, come bilanciate le componenti “entusiasmo” e “pressione”?
Eddie: Certo, la pressione c’è, ma ognuno di noi la vive a modo proprio: chi, più estroverso, si carica subito con un sorriso, e chi invece ha bisogno di un momento di calma prima di salire sul palco. Quando sei in tour per settimane, chiuso su un bus con le stesse persone, è normale volersi ritagliare qualche minuto per sé. Va bene così, perché significa che ci prendiamo cura l’uno dell’altro. Ci capita spesso di pensare a coloro che si svegliano ogni mattina e si ritrovano a fare un lavoro che non amano… E ci rendiamo conto di quanto siamo privilegiati a poter fare musica, ciò che amiamo davvero.