Con Scheletri, il nuovo album di Centherbe, si entra in un territorio in cui il rock alternativo torna a essere un atto di presenza, una dichiarazione d’intenti, un modo per fare luce – con delicatezza o con furia – su ciò che resta quando tutte le superfetazioni cadono. Dodici brani che oscillano tra fragilità acustica e impatto elettrico, tra malinconia e tensione animale, in un continuo gioco di contrasti che non cerca mai una posa ma solo autenticità. Dopo aver condiviso il palco con artisti come Cristiano Godano e i Perturbazione, e dopo l’uscita di Natura Docet e della collaborazione con Santino Cardamone in Godi a Metà, Centherbe ritorna con un lavoro più diretto, più nudo, più “all’osso”. Anticipato dai singoli Stabilità e Paziente Animale, Scheletri porta in Italia l’eco delle sonorità Pixies e Breeders senza perdere la radice cantautorale, quella che si insinua nei dettagli, nelle immagini, nelle confessioni sussurrate dei brani più intimi. In queste nuove tracce si alternano figure femminili elevate a muse quotidiane, riflessioni sul dolore e sull’incomunicabilità, richiami alla natura come unico luogo possibile di guarigione, e una tensione politica che prende forma anche senza parole, come nell’ultimo brano strumentale Gaza, dedicato alle vittime palestinesi. Ed è proprio da questa dialettica tra istinto e introspezione che nasce Paziente animale, uno dei fulcri del disco: un brano che sceglie il silenzio come spazio di pace, l’oscurità come parte inevitabile dell’essere umano, e il coraggio come condizione necessaria per riprendere contatto con se stessi.
Paziente animale si distingue per le sue pause nette, in cui la musica si annulla completamente. Come nasce l’idea di inserire questo silenzio assoluto, privo di riverberi, dentro un brano così fisico e istintivo?
Paziente animale è un brano di resilienza, in cui l’essere umano riscopre le sue necessità primordiali cercando di sopravvivere a tutto ciò di superfluo e inutile che ci propinano. E il silenzio inteso come pace oggi è sempre più prezioso e mi sembrava importante sottolineare anche questo aspetto.
Hai citato più volte il rock alternativo degli anni Novanta e Duemila come influenza. Cosa hai ereditato davvero da quella scena, al di là del suono?
La cosa che più di tutte mi rimane di quel periodo è sicuramente l’attitudine, la voglia di creare e portare avanti una scena. La grande fertilità di festival, di concerti e di locali. I locali, ovviamente, hanno subito una vera e propria decimazione a causa del covid ma credo che ci siano dei segnali di ripresa e di nuovo entusiasmo. Spero di portare il mio piccolo contributo e insieme ad altri riportare quel tipo di realtà in Italia.
Nel brano parli di liberazione dal male. Credi che esista una parte oscura necessaria dentro ognuno di noi, o il male è sempre qualcosa da estirpare?
Assolutamente. Ognuno di noi ha una parte oscura e credo che ognuno abbia più potere di quel che crediamo sulla formazione del proprio pensiero critico. Diciamo che ci sono dei livelli ovviamente che variano da un lato oscuro convenzionale ad altri mali ben più problematici. Non credo che per tutti ci sia redenzione. Non sono certo io a dover stabilire dei limiti, ma credo che chi può essere disumano, non potrà mai redimersi.
L’istinto animale, che nel brano diventa un simbolo di purezza, ti ha mai salvato in momenti in cui la razionalità ti avrebbe bloccato?
Ho scritto il primo disco nel 2006, poi un altro nel 2011 e per motivi personali mi son preso una pausa di dieci anni. Nel 2022, quando ho iniziato nuovamente con la pubblicazione dell’EP Ogni buio ha un suo bagliore mi sono buttato dentro come non avevo mai fatto prima. Ho solo pensato che è quello che voglio fare e che non smetterò mai di fare. L’anno dopo un altro EP, l’anno ancora seguente un altro LP e ora è appena uscito il mio nuovo album Scheletri. Mi sono buttato di nuovo dentro la mischia completamente senza paracadute, pensando solo che fosse una mia necessità che accresceva il mio benessere e non potevo davvero più farne a meno. Da quel momento qualcosa si sta muovendo e ogni piccolo passo è una grande soddisfazione.
Ti sei mai chiesto se l’arte possa davvero guarire, o se in fondo serva solo a convivere meglio con il dolore?
L’arte può fare entrambe le cose, principalmente avvicinarci alla poesia, alla riflessione della vita. L’arte può anche curare si. Lo scrivere personalmente mi regala sensazioni uniche, eteree. Una cosa che si verifica raramente ma è davvero stupenda è la sensazione di sentirsi come se le mani si muovessero senza guida. Il corpo infatti diventa leggero e ogni guerriglia interiore si dissolve. Il titolo del tuo prossimo album è Scheletri.
Cosa significa per te mettere a nudo i propri scheletri? È più un atto di coraggio o una condanna?
Credo che sia un po’ entrambe le cose. Oltre a questa chiave, il titolo è Scheletri perché in questo album si arriva all’osso, fino in fondo in modo semplice e diretto. È un disco pensato live, più diretto di Natura Docet, ma sempre pensato perché chi ascolta non si annoi nel sentire troppe cose simili. Cerco sempre di variare molto, ma è chiaro che in una parola, questo disco è rock.

Hai aperto concerti di artisti come Cristiano Godano e i Perturbazione. Cosa hai imparato osservando dal vivo il modo in cui altri affrontano il proprio repertorio?
Sinceramente è sempre bello conoscere artisti con più esperienza e più trascorsi alle spalle. Quello che mi piace di più è capirne gli aspetti umani. Siamo tutti artisti, saliamo su un palco e proviamo, attraverso parole e musica a far riflettere le persone, ognuno a modo nostro. È lo spessore umano che a me interessa.
Il tuo sound alterna eleganza e rabbia, intimità e potenza. Quanto è difficile per te trovare il punto d’equilibrio tra vulnerabilità e impatto?
È un esercizio continuo che forma i dischi e i live. Non ti dico altro perché hai riassunto bene la mia idea di musica. È un equilibrio continuo che scompare e cresce allo stesso tempo ed è una ricerca infinita.
Ti è mai capitato di sentire il bisogno di “disimparare” qualcosa per ritrovare autenticità?
Mettiamola così, quando si ha una certa inclinazione a capire le persone e magari si è voluto prima di tutto arrivare in fondo a se stessi senza sconti e senza limiti, si raggiunge una consapevolezza che ti riempie di soddisfazione, ma al contempo talvolta ti toglie la sorpresa. Quindi, anche se una persona raggiunge delle solide certezze e una consapevolezza ferma su molte cose, ogni tanto è bello anche buttarsi, essere stupidi, farsi male anche, perché no?