Il nostro 2025 è stato scandito dall’uscita di una mole innaturale di musica. E tra quella incontrollabile marea di album che abbiamo amato o detestato, che ci hanno lasciato perplessi, che abbiamo accolto tiepidamente oppure atteso con altrettanta impazienza, ha fatto capolino un progetto capace di alzare drammaticamente il livello della discografica contemporanea. Rosalía e la sua LUX hanno dimostrato cosa significhi negare ogni forma di immediatezza, ogni comfort, ogni promessa di linearità. Ed è proprio qui che le mie impressioni, spaziando tra complessità, impeto e un’importante dose di furia emotiva e creativa, hanno trovato terreno fertile. Il disco è il frutto del duro e lungo lavoro, dello studio e della sperimentazione da parte della cantautrice catalana. È stratificato, pieno di attriti, eccessi, svolte improvvise, una celebrazione dei ruoli femminili che hanno definito il passato (e che in un certo senso continuano a definire, ispirare e influenzare il presente), nonché pieno zeppo di punti interrogativi.
Al di là del suo debutto record in Spagna, Europa e negli Stati Uniti, LUX non è in alcun modo un LP che vive di numeri, quanto della sensazione netta che Rosalía non stia cercando di “fare il compitino”, né di incarnare un nuovo modello di pop. La sua grandezza sta nel mettersi radicalmente in medias res, tra molteplici lingue, tradizioni, culture, ferite, memorie che si sovrappongono senza mai fondersi completamente. Il suo è un eclettismo che premia, perché emotivamente irrequieto, abilissimo nell’evitare ogni estetica levigata e capace di reggersi sulla volontà di lasciare in bella vista tutte le cuciture e le toppe del disco. La materia dell’album si disperde, mantenendo al contempo la sua linearità. Le tracce in cui si articola LUX si muovono alla ricerca di un proprio baricentro: Sexo, Violencia y Llantas apre con un ritmo diretto, quasi urbano, che viene subito smontato da Reliquia, dove la voce diventa uno strumento rituale; Divinize e Porcelana mostrano una produzione decisamente raffinata.
Uno dei pezzi che maggiormente colpisce è Mio cristo piange diamanti, che usa l’italiano prestato perfettamente al melodramma, insieme a Berghain, un’altra gemma che apre le porte al suo nuovo universo che la vede collaborare con Björk e Yves Tumor. La fusione tra l’elettronica e il genere orchestrale (grazie al contributo della London Symphony Orchestra), l’alternanza tra il tedesco, lo spagnolo e l’inglese e collaborazioni di peso non è mera esibizione – è un gesto di rottura. Alla fine LUX restituisce esattamente quello che l’ascoltatore le chiede, confermandosi un’opera impetuosa, emotivamente travolgente, a tratti quasi inafferrabile. La musicista spagnola non produce apertamente un “lascito” inteso come un’opera monumentale e definitiva, ma le sue eccedenze lo rendono uno dei prodotti più radicali del pop attuale. Chiede di essere ascoltato senza scorciatoie e dimostra che la complessità artistica può essere ancora una forma di coraggio artistico. Rosalía ne ha tanto da vendere.

Rosalía
LUX
★★★★★