The Smashing Machine è il nuovo film “solista” del regista Benny Safdie, che insieme al fratello Josh ha diretto alcuni dei film più interessanti degli ultimi anni. In Good Time, uscito nel 2017, i due fratelli hanno rilanciato la carriera di Robert Pattinson, all’epoca ancora legato all’immagine di Edward Cullen, mentre in Uncut Gems, distribuito da Netflix nel 2019, Adam Sandler ha sorpreso pubblico e critica con un’interpretazione drammatica più che memorabile. In The Smashing Machine, Benny Safdie costruisce la narrazione intorno a Dwayne Johnson, in arte The Rock, ribaltando in senso drammatico l’immagine divistica di un’altra icona del box office. Johnson si cala quindi nei panni di Mark Kerr, un lottatore realmente esistente di arti marziali miste: talmente forte da non essere mai stato battuto, Kerr subisce un trauma nel momento in cui sperimenta la prima sconfitta, che lo getta in una spirale discendente.
La vita di Kerr e della compagna Dawn, interpretata da Emily Blunt, inizia a mostrare i suoi lati oscuri, tra problemi di tossicodipendenza e squilibri sempre più inarrestabili, ormai non più coperti dalla patina scintillante delle costanti vittorie. Dwayne Johnson regala al pubblico un’interpretazione ineccepibile, intensa ma mai sopra le righe, nella quale è evidente l’incredibile lavoro che l’attore svolge sul proprio corpo e sulla propria immagine divistica. Emily Blunt risulta altrettanto convincente nel ritratto di Dawn, vera e propria coprotagonista della pellicola: il film, nonostante si collochi a pieno titolo nel genere “sportivo”, ha infatti al centro la vita della coppia e il complesso rapporto tra i due personaggi. Nelle scene – comunque numerose – che ritraggono la vita sportiva di Kerr, il regista si ricollega alla New Hollywood, da sempre la primaria fonte di ispirazione dei fratelli Safdie: Mark Kerr non può non far pensare a Rocky Balboa, che nel primo film della saga è ritratto principalmente in situazioni domestiche, ma il principale punto di riferimento è Jake LaMotta, interpretato da Robert De Niro nel capolavoro di Scorsese Toro scatenato. Come LaMotta, Kerr è un personaggio ambiguo e pieno di ombre, la cui sete di gloria è oggetto di empatia ma anche di critica da parte del regista.

L’influenza del cinema statunitense degli anni Settanta, in The Smashing Machine, non presenta però la profonda rielaborazione che i fratelli Safdie avevano attuato in Good Time e Uncut Gems, caratterizzati da una regia iperdinamica e da un tappeto sonoro a tratti addirittura urticante. Nel film di Benny Safdie, lo stile sperimentale portato avanti insieme al fratello incontra la dimensione domestica del film Netflix, andando a creare un prodotto sicuramente ben confezionato, ma decisamente meno interessante dei punti di riferimento dai quali discende. Sarebbe in ogni caso memorabile che un festival come quello di Venezia, dove è stato presentato, solitamente collegato a opere autoriali più o meno seriose, premiasse un attore come Dwayne Johnson, riconoscendogli il merito di un’interpretazione che non ha nulla da invidiare a quelle di colleghi decisamente più blasonati.