Un certo Italo Calvino chiamava leggerezza la capacità di togliere peso al mondo senza mai svuotarlo di senso. Questo è proprio ciò che connota l’arte più grande e complessa da realizzare: dare peso attraverso la leggerezza. La storia è disseminata di tentativi di mettere tutto questo in pratica, ma i molteplici fallimenti sono testimonianza del fatto che, quando si entra in contatto con qualcosa che ci lascia un senso di leggerezza ma ci riempie di emozioni, la percezione di aver assistito ad una sorta di miracolo è limpida. La musica di Lucia sembra rispondere proprio a questa definizione: nasce da un’infanzia piena di suoni, da una adolescenza segnata dalla balbuzie e da una voce che, contro ogni previsione, ha imparato a diventare casa. Oggi i suoi brani hanno la grazia delle immagini che sanno farsi racconto, e Emisfero è un nuovo capitolo in cui la leggerezza non è mai fragilità e nemmeno frivolezza, ma precisione emotiva in grado di restare dentro e di germogliare nell’ascoltatore col passare del tempo.
Sei cresciuta in una casa piena di vinili e musica. C’è un ricordo domestico, una scena di infanzia, che senti ancora oggi dentro le tue canzoni?
Ricordo che da bambina, ogni domenica, mio padre mi svegliava con una canzone diversa e mi raccontava la storia di chi la cantava. Credo sia iniziato tutto da lì.
Ho letto che la balbuzie ha segnato la tua adolescenza. Cosa ti ricordi delle prime volte in cui la musica è riuscita a farti sentire “intera” e non “diversa”?
È successo durante una festa tra compagni di scuola, dove c’era un karaoke. Ho preso il microfono e ho cantato. In quel momento, per la prima volta mi sono sentita forte e apprezzata.
Cantare è stato il tuo rifugio, uno spazio vivo dove esprimersi: oggi che la musica per te è un lavoro, è ancora così o è diventato qualcosa di leggermente diverso?
Per me la musica è e sarà sempre un rifugio. È il mio posto sicuro, quello in cui posso esprimere davvero le mie emozioni e sentirmi capita, senza filtri.
Quando ti senti più vulnerabile: mentre scrivi, mentre registri in studio o quando il brano esce e non è più solo “tuo”?
Credo quando il brano esce. In quel momento non mi appartiene più del tutto e ho paura che possa non piacere, mi spaventa un po’ l’opinione degli altri.
Descrivi la tua scrittura come intima e cinematografica: da dove nasce questa esigenza di trasformare i dettagli emotivi in scene quasi “visive”?
Amo ogni forma d’arte, assorbo tutto come una spugna. Mi piace l’idea che chi ascolta possa “immaginare” ciò che dico, non solo sentirlo.
A tal proposito, ami il cinema? Quali sono i film o le serie tv a cui sei più legata?
Amo il cinema e sono ossessionata dalle serie tv, penso di averle viste tutte! Nei giorni liberi mi chiudo in casa e li passo a guardare film e serie. I miei film preferiti sono gli Harry Potter e gli Hunger Games. Le mie serie della vita sono il Trono Di Spade e, ovviamente, Glee, che ha segnato profondamente la mia adolescenza.
Da dove è nata la prima scintilla di “Emisfero”: una frase, una melodia, un’immagine vissuta in quel viaggio in Grecia?
Ci pensavo da tempo a scrivere un brano felice per la persona che amo. Non saprei dire esattamente il momento in cui è nato, è arrivato da sé. È stato naturale, come se fosse già lì.
Di solito scrivi di getto dopo aver vissuto qualcosa di forte oppure lasci maturare le emozioni che hai dentro e ti approcci alla scrittura solo in un secondo momento?
Dipende. La mia scrittura non segue una logica precisa: a volte inizio parlando di qualcosa e poi il brano mi porta altrove. È come se fosse lui a scegliere la direzione.
Qual è la frase del brano che senti più tua in questo momento della tua vita.
Fuori c’è una vita che ci aspetta. Perché è esattamente quello che stiamo vivendo: stiamo costruendo la nostra vita insieme, passo dopo passo.

Com’è stato lavorare con Manuel Finotti su questo singolo? Cosa ha colto di te che altri, magari, non avevano ancora visto o valorizzato?
Io, Manuel e Laura ormai siamo molto amici, sono anche venuti da me in Sicilia. Sono persone veramente splendide, con cui riesco a essere davvero me stessa. Questa fiducia ci permette di lavorare in totale serenità.
A proposito di scelte musicali, ho apprezzato molto due aspetti del brano: l’utilizzo di un lungo riverbero che compare dopo la parola “sempre”, come a rimarcare che l’eternità dei legami affettivi esiste, e poi la parte finale della canzone in cui la chitarra si abbassa per lasciare spazio alla tua voce che all’ultimo respiro diventa sola e asciutta. Mi racconti da dove nascono queste scelte?
La parola “sempre” voleva evocare proprio quello, un sentimento vivo che non si spegne e la forza del nostro legame. In molti dei miei brani mi piace molto chiudere lasciando spazio alla mia voce, perché la parola finale resti impressa.
Se potessi parlare alla Lucia che iniziava a cantare per trovare un posto nel mondo, cosa le diresti oggi, dopo tutto questo percorso?
Le direi che sono fiera di lei, perché è riuscita a raccontare, attraverso le sue canzoni, chi è davvero. E che quel posto nel mondo, alla fine, lo ha trovato dentro la sua voce.