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Il britpop secondo Robbie Williams, senza nostalgia

Un ritorno anni Novanta senza nostalgia: “BRITPOP” è Robbie Williams che fa Robbie Williams, con maturità adulta e l’eterna voglia di restare capofila e con la consapevolezza di non dover più dimostrare nulla

È una mezzanotte qualunque, di un freddo venerdì di inizio anno: migliaia di artisti o aspiranti tali qui ed oltreoceano attendono diligentemente in fila il proprio turno di uscita programmata sulle piattaforme musicali. A pochi minuti dall’ora X un crescente brusio si alza tra la folla. La fila va a farsi benedire: un artista non atteso, tale Williams Peter Robert all’anagrafe, spintona colleghi tra una risata ed una battuta, attirando l’attenzione di tutti, per poi conquistare con nonchalance la posizione privilegiata del capofila con annesso dito medio. A mezzanotte BRITPOP, il tredicesimo disco di Robbie Williams, salta fuori in modo del tutto inaspettato, anticipandone di ben tre settimane l’uscita programmata, dopo l’astuto posticipo di ottobre, per evitare che la Swift-concorrenza minasse l’obiettivo di un ennesimo numero uno da record in classifica. Robbie Williams torna finalmente con undici tracce inedite pescando a piene mani dall’onda anni Novanta, ma attenzione, in BRITPOP non c’è posto per la nostalgia. Accantoniamo dunque il lettino dello psicologo rimasto troppo a lungo a favore di telecamera, lasciamo da parte ogni reincarnazione scimmiesca. Riaccendiamo gli amplificatori e lasciamo che l’entertainer faccia il suo lavoro.

Rocket, già noto alle orecchie internazionali da qualche mese, apre il disco con la preziosissima collaborazione di Tony Iommi dei Black Sabbath. “What a time to be alive”, ripete Robbie. Non sappiamo se si parli del 1995, anno in cui furbamente abbandonò la boyband per approdare clandestinamente al Glastonbury in felpa rossa e capello ossigenato (il tutto testimoniato dalla cover del disco), oppure nell’anno in corso con record su record alle spalle. Il fan ventennale muoverà il capo in segno di soddisfacente approvazione per l’opener. Riscaldata l’atmosfera, il disco scorre verso la prima britballad: Williams ci sa ancora fare, abbiamo le chitarre, abbiamo il chorus dall’ondeggiamento facile e un gran richiamo di accendini sventolanti. Ci si accontenta. Forte è la consapevolezza che non avremo una nuova Strong. Se Pretty Face si traveste da estratto di un disco a caso tra Life Thru a Lens e I’ve Been Expecting You (il che non guasta), Bite Your Tongue strizza l’occhio ai Kasabian per un chiaro prestito sonoro. C’è anche Gaz Coombes dei Supergrass che partecipa alla realizzazione di Cocky, traccia gradevole che apre alla vera ballad del disco, All My Life uno di quei pezzi dalla conquista facilissima. Se agli esordi sperava di morire prima di diventare vecchio, ora Robbie fa i conti con il suo passato e spera di non lasciare mai il palco (“I know i’ll die but I’ll never leave the stage”).

Con Human si canta una lettera dal futuro in quattro lunghi (e risparmiabili) minuti, mentre Morrissey è una dedica a quattro mani all’omonimo artista. Ci sono volute due menti, quella di Williams e di Gary Barlow ex collega di boyband, per partorire una traccia del genere. Non è chiaro dove si voglia andare a parare: la canzone a tratti arreca del disagio, in qualunque modo lo si intenda, ma su “I’m a little like you but a lot less worthy” viene naturale condividerne il pensiero. You e It’s Ok Until The Drugs Stop Working fanno ciò che devono per chi non ha grosse pretese nell’essere spettinato a suon di pop britannico mentre Pocket Rocket chiude BRITPOP con una reprise in stile Be Here Now degli Oasis. «BRITPOP è il disco che avrei voluto scrivere e pubblicare dopo aver lasciato i Take That nel 1995», dichiarerà. Che non la prenda male Robbie, ma grazie a Dio, abbiamo Life Thru a Lens. Oggi Robbie Williams non ha nessuna intenzione di guardare nostalgicamente al passato, né tantomeno di sperimentare o stravolgere la sua essenza. Con BRITPOP vuole semplicemente rivivere gli anni Novanta riportandoli nel presente, con la saggezza di oggi e la sfrontatezza di un tempo. L’entertainer vuole ancora divertire e divertirsi. E a noi va bene così.