Search Menu
Search

“Sirat” di Oliver Laxe non offre risposte e non concede tregua

“Sirat” di Oliver Laxe parte come road movie e si trasforma in un’esperienza estrema: un attraversamento morale e sensoriale dove la ricerca diventa perdita e il movimento stesso si fa condanna

Nella tradizione islamica, il Sirat è il ponte sottilissimo come un capello che separa il Paradiso dall’Inferno, e che ogni anima deve attraversare dopo la morte. Un passaggio precario e irreversibile, dove basta un passo falso per precipitare. È esattamente questa la traiettoria del film di Oliver Laxe, che costruisce il suo racconto come un attraversamento morale, fisico e sensoriale. Il film si presenta inizialmente come un road movie: Luis, insieme al figlio Esteban, si mette in viaggio con un obiettivo chiaro – la ricerca della figlia scomparsa. È una spinta narrativa forte, riconoscibile, a tratti persino rassicurante. Ma Sirat è un film che lavora per sottrazione e per scarto continuo. Poco alla volta, sotto il peso degli eventi, quell’obiettivo si sfalda, perde centralità, fino a diventare quasi un’eco lontana. Ciò che resta è il percorso stesso. Ed è qui che il film compie la sua mutazione più radicale.

La strada che Luis ed Esteban percorrono smette di essere una via di salvezza e si trasforma in una vera e propria discesa all’inferno: una sequenza di morti improvvise, scioccanti, spesso prive di un senso narrativo o morale. Morti che arrivano senza preavviso e senza consolazione, come se il film volesse privare lo spettatore di ogni appiglio razionale. A un certo punto, Sirat abbandona qualsiasi illusione di controllo. Da lì in poi non esiste più un “prima” a cui tornare: ci si ritrova in un inferno in terra, soli, circondati esclusivamente dalla polvere. Ogni passo, ogni esitazione, ogni millimetro conquistato può avere conseguenze catastrofiche. È un cinema che mette in scena l’insicurezza assoluta dell’esistere, dove il movimento stesso diventa un rischio. Dentro questo paesaggio ostile si muovono uomini e donne che cercano disperatamente di evadere dalla realtà. Lo fanno scegliendo un mondo dai tratti quasi post-apocalittici, che rappresenta per loro l’unica possibilità di smettere di pensare, di ascoltare, di sentire il peso del mondo. È il mondo dei rave, della musica techno, di corpi che ballano come se non ci fosse un domani: un rifugio che è al tempo stesso fuga e condanna.

Lo scollamento più affascinante del film sta proprio qui: nel contrasto tra la musica onnipresente, travolgente e ipnotica, e le motivazioni intime che spingono Luis ed Esteban a partire. La musica non accompagna il dolore, lo ignora, lo anestetizza. In questa frattura emotiva Sirat trova una delle sue intuizioni più potenti: ballare non come atto di libertà, ma come sospensione temporanea dell’angoscia. La regia di Laxe è grandiosa nel senso più fisico del termine. Il deserto, la polvere, i corpi, il suono: tutto concorre a creare un’esperienza che non cerca mai la bellezza fine a se stessa, ma una forma di verità sensoriale. Il suono, in particolare, non è un semplice accompagnamento, ma una forza narrativa autonoma, capace di guidare, confondere e travolgere lo spettatore. Sirat è un film che non offre risposte e non concede tregua. Come il ponte da cui prende il nome, chiede di essere attraversato con la consapevolezza che qualcosa, dall’altra parte, andrà inevitabilmente perduto.