Ci sono ritorni che fanno rumore e altri no. Quello degli Arctic Monkeys appartiene alla seconda categoria: non annuncia rivoluzioni, non promette strappi, non chiede attenzione a voce alta. Dopo quattro anni, lontano dalle nuove uscite, la band di Sheffield è tornata con Opening Night, un singolo che sembra voler ricordare una cosa semplice e ormai rara: la musica può ancora prendersi il suo tempo, anche quando nasce da un’urgenza. Un ritorno discografico che si inserisce in un progetto collettivo a sostegno di War Child, l’organizzazione umanitaria che fornisce aiuti immediati, istruzione, supporto specialistico per la salute mentale e protezione ai bambini colpiti dai conflitti in tutto il mondo. Il singolo sarà parte di HELP(2) in uscita il prossimo 6 marzo, progetto corale pensato come seguito di HELP del 1995, uno dei dischi di beneficenza più importanti degli ultimi decenni.
L’album mette insieme alcune delle voci più significative del panorama musicale contemporaneo: Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg e Young Fathers. Guidato idealmente dallo spirito dell’originale, curato da Brian Eno, HELP(2) va oltre la musica: la direzione visiva è affidata al regista premio Oscar Jonathan Glazer, insieme alla compositrice Mica Levi, seguendo il concept By Children, For Children. Come accadde trent’anni fa, tutte le registrazioni sono avvenute in una sola settimana, nel novembre 2025, negli storici Abbey Road Studios, con James Ford alla produzione.

Con Opening Night gli Arctic Monkeys confermano la loro anima rock, quella che in AM aveva trovato una sintesi quasi perfetta, e suonano con una consapevolezza diversa, più adulta. L’attacco elettronico, freddo e geometrico, richiama inevitabilmente i Kraftwerk, per poi sciogliersi in una chitarra melodica che introduce la voce di Alex Turner che, in alcuni passaggi, sembra guardare all’ultimo David Bowie, più per attitudine che per imitazione: controllata, misurata, carica di un’eleganza quasi trattenuta. Le chitarre hanno un ruolo centrale, costante e mai invadente, come un filo che tiene insieme passato e presente. Il brano non cerca l’effetto immediato, non punta al colpo a sorpresa: preferisce costruire, accompagnare, restare. Ed è forse proprio qui che sta la sua forza. Gli Arctic Monkeys si mostrano integri nella loro identità, ma con una luce nuova, più sobria, più consapevole.