Partiamo dalla fine: L’agente segreto è un gran film e il suo legame con Io sono ancora qui, il capolavoro di Walter Salles uscito lo scorso anno con protagonista la straordinaria Fernanda Torres, non è un limite e neanche un difetto. La dittatura militare brasiliana è infatti un periodo storico che permette di raccontare numerose storie riguardanti dissidenti politici costretti alla clandestinità o all’esilio, con toni particolarmente adatti al linguaggio cinematografico. Mentre Salles prende ispirazione da una storia vera, Kleber Mendonça Filho scrive e dirige una credibile storia di finzione, ambientandola sullo sfondo di un contesto storico realistico e cupo. Bastano i primi dieci minuti per catapultarci in un mondo nel quale il Carnevale funge da maschera: dietro i colori e la musica si nascondono l’indifferenza verso un cadavere ormai in putrefazione, le azioni di una polizia corrotta e la vicenda di una persona che, all’apparenza, sembra intraprendere un lungo viaggio in auto per andare a visitare il figlio, accudito dai suoceri.
Wagner Moura interpreta un docente universitario vedovo di mezza età, costretto a nascondersi non solo per le sue idee politiche di sinistra, ma anche da sicari mandati da un imprenditore che lo vuole vedere morto, per attriti risalenti a quando il protagonista ricopriva il ruolo di responsabile di un dipartimento di ricerca all’avanguardia. La storia di Marcelo (il suo vero nome, si scoprirà, è Armando) si inserisce all’interno di un intreccio di sottotemi: dalla rete di solidarietà internazionale – che vede ai vertici due donne, l’anziana e combattiva Dona Sebastiana, organizzatrice di una struttura che accoglie anche rifugiati dell’Angola, e la testa di ponte politica Elza – fino a un microcosmo nel quale polizia corrotta e ricchi imprenditori non si fanno problemi a utilizzare sicari o indigenti per togliere di mezzo chi si oppone ai loro obiettivi. In questo mondo trova spazio anche il gigante Udo Kier che, nel suo ultimo ruolo, interpreta un ebreo tedesco sopravvissuto all’Olocausto, scambiato per un ex gerarca nazista. Un ruolo chiave è ricoperto anche dai media. L’estetica – dagli arredamenti alla grana della pellicola – e lo stile di narrazione si ispirano alla cinematografia degli anni Settanta, e non è un caso che Lo squalo di Spielberg venga citato più volte. La sottotrama nella quale la protagonista è una gamba pelosa azzannata dal pesce predatore si riferisce in realtà a una storia vera: uno stratagemma mediatico utilizzato per nascondere sulla stampa le sommarie esecuzioni di omosessuali e dissidenti.

Un dettaglio che descrive alla perfezione il livello di “corruzione delle menti” esercitato dalla propaganda militare attraverso la carta stampata. Il titolo è volutamente fuorviante: nella storia ambientata negli anni Settanta non esiste alcun agente segreto. Marcelo è soltanto un uomo disperato che attende un passaporto, unica via di fuga per proseguire la carriera accademica all’estero. Il vero “agente segreto” si scopre solo nel corso del film: una studentessa universitaria di storia che rivive, attraverso l’ascolto di registrazioni audio, il racconto che vediamo su schermo. La narrazione prende una piega attesa nei contenuti ma inaspettata nello sviluppo, nel finale del film, e da sola vale il costo del biglietto. L’agente segreto è l’ulteriore conferma della crescita del cinema non statunitense e anglofono. Un film in cui viene costruito nel dettaglio un micromondo nel quale l’apparente tranquillità – scandita da momenti all’apparenza lenti e superflui – viene interrotta da attacchi di panico. Un’alternanza di emozioni che trova piena giustificazione in un lungo ultimo atto costruito con maestria, sia nella scrittura sia nella recitazione dei personaggi principali e secondari.