Piss in the Wind è un disco che scivola via più di quanto resti addosso. Non perché manchino le idee o la qualità tecnica – anzi, le produzioni sono curate, il songwriting è solido, Joji sa ancora come costruire melodie fragili e riconoscibili – ma perché tutto sembra muoversi dentro una formula già vista, già sentita, già metabolizzata nei dischi precedenti. È come se l’album vivesse in una zona di comfort emotiva e sonora dalla quale Joji non sente davvero l’urgenza di uscire. Il problema più evidente è strutturale: i brani sono quasi tutti troppo brevi, spesso poco più che schizzi, e trasmettono una costante sensazione di “coito interrotto”. Idee che partono bene, trovano subito una comfort zone melodica e poi finiscono prima di svilupparsi davvero.
Ventuno tracce che, sommate, danno comunque l’impressione di un disco corto, quasi timido, come se ogni canzone avesse bisogno di una strofa in più, di un bridge, di un’esplosione emotiva che però non arriva mai. Tutto resta sospeso, accennato, lasciato a metà. Ed è qui che emerge la sensazione più fastidiosa: Piss in the Wind sembra pensato più come una raccolta di contenuti perfetti per il consumo rapido che come un album vero e proprio. Brani brevi, molto ripetitivi, immediatamente riconoscibili, che funzionano benissimo come sottofondo, come clip da TikTok, come mood da playlist. Musica che accompagna, più che musica che chiede attenzione. Non è un difetto in senso assoluto, ma lo diventa quando questa logica finisce per svuotare il disco di un reale percorso emotivo.
Ogni tanto, però, qualcosa si muove. I guizzi più interessanti arrivano soprattutto quando Joji si avvicina a produzioni drum’n’bass lo-fi, più nervose, meno ovvie, che sembrano aprire spiragli diversi rispetto alla solita malinconia ovattata. In quei momenti si intravede un potenziale che però resta isolato, mai davvero approfondito, come se anche lì mancasse il coraggio di spingere fino in fondo. Alla fine Piss in the Wind dà l’impressione di un disco privo di una vera urgenza artistica. Non è un passo falso, ma nemmeno un passo avanti: è una stasi elegante, ben confezionata, che si affida a formule che funzionano senza metterle davvero in discussione. Un album che scorre, si lascia ascoltare, ma che difficilmente resta. E da un artista come Joji, capace in passato di colpire molto più a fondo, questa sensazione di “già visto” pesa più di qualsiasi imperfezione tecnica.