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L’equilibrio dinamico di Gaia Banfi

Gaia Banfi sembra muoversi in una zona di tensione costante e controllata. Tra compimento e attesa, tra eredità e sottrazione, tra disciplina e istinto. «Sto provando a portare un’esperienza diversa», ci dice

Ho scoperto che in fisica esiste un concetto affascinante: il punto di equilibrio dinamico. È quello stato in cui le forze non si annullano realmente, ma continuano a esercitarsi, eppure il sistema resta stabile. Ecco, Gaia Banfi sembra muoversi proprio lì, in una zona di tensione costante e controllata. Tra compimento e attesa, tra eredità e sottrazione, tra disciplina e istinto.

È una missione, essere Gaia Banfi.
Nel mio piccolo, mi sento una paladina che da appassionata di cantautorato prova a trasmettere nella propria lingua concetti e sfumature.

Eppure stai suonando molto all’estero.
È vero e questo mi rende felice perché evidentemente la lingua non rappresenta una barriera invalicabile per gli ascoltatori stranieri. Certo è che il mio obiettivo resta quello di trasmettere la cultura italiana nei miei live.

Possiamo dire che risuoni con la scena di cui fanno parte Andrea Laszlo De Simone, Ginevra, Emma Nolde, Iosonouncane e Daniela Pes?
Mi fa piacere essere inserita in un filone che in Italia sta provando a combattere una certa pigrizia nel cercare nuove soluzioni artistiche. Sapere che c’è gente che ha piacere di soffermarsi ad ascoltare musica come la mia, che ha bisogno di un po’ più di attenzione, mi gratifica.

Al suo riposo mi sembra un lavoro sulla lentezza e sulla dilatazione, è così?
È una ballad pop molto dilatata che affronta il tema del riposo e della sospensione, sì. È anche un brano sulla morte, ma non contiene dolore. Vuole piuttosto raccontare come qualcosa che è giunto a giusto compimento non sia una conclusione dolorosa ma piuttosto uno slancio per ciò che viene dopo.

Uscendo dall’accezione di lentezza musicale, ed entrando in quella più ampia, credi che oggi un’artista come te abbia il diritto di crescere lentamente?
Non so risponderti con assoluta certezza, ma indubbiamente la crescita lenta nel mio caso rispecchia anche la mia persona. Il fatto che esista gente che si sia incuriosita e che accetti di fare esperienza di un live come il mio, testimonia che una crescita, a prescindere dai ritmi, esiste ed è possibile.

(Dopo le prime battute mi accorgo di quanto Gaia sia in grado di guardare al percorso fatto fin qui con lucida fermezza. In un’industria che misura l’impatto in secondi, lei vuole costruire spazi che chiedono permanenza ndr). Com’è un concerto di Gaia Banfi, spiegato ad un alieno?
È un momento quasi meditativo, dedicato all’ascolto. È una soluzione alternativa al live propriamente detto.

Comporta dei rischi, mettere in piedi uno show così contemplativo?
Io sto provando a portare un’esperienza diversa, anticonvenzionale. Però non so se riuscirò a mostrarla ad una nicchia sempre più ampia oppure no. Non ci penso troppo, onestamente.

Eppure in effetti, involontariamente hai intercettato un bisogno di una fetta di pubblico che cercava proprio questo. A testimonianza che spesso facendo le cose solo per sé si finisce anche per incontrare persone affini.
Assolutamente. Io faccio la musica che mi piace per cui non identifico compromessi in nulla di ciò che realizzo, tuttavia non ti nascondo che riscontrare un certo rispetto nell’ascoltare in silenzio durante l’esecuzione di un brano mi gratifica. A prescindere che sia piaciuto o meno, è un grande riconoscimento.

Gaia Banfi, foto di Gloria Capirossi

(Parlando con Gaia si percepisce una serenità lucida, fatta di coerenza. Non ha paura di citare la morte, e non mi sembra intimidita dal fallimento, purché si fallisca attraverso il perseguimento delle proprie idee. E in tal senso, forse, incide il suo patrimonio genetico: è infatti figlia di Giuseppe Banfi, detto “Baffo”, già tastierista di Biglietto per l’Inferno – progetto prog che affonda le radici nell’Italia di metà anni Settanta ndr.) A tuo padre piace la tua musica?
Non è una domanda banale, nel senso che soprattutto all’inizio era molto critico nei confronti di ciò che facevo. In generale è una persona che dà poco spazio al “mi piace/non mi piace” ma piuttosto si sofferma molto sull’analisi di un brano e questo, quando riguardava i miei lavori, mi comportava un certo disagio. Poi, con La Maccaia, ho percepito che apprezzasse molto di più il mio lavoro e questo mi gratifica. Dal nostro dialogo è nata anche una comprensione maggiore delle mie scelte. Forse un giorno riuscirò a fargli dire che un mio brano è incredibile, meraviglioso, e solo allora mi sentirò completamente realizzata.

Tra i suoi insegnamenti e regali, oltre allo strumento con cui hai prodotto In Luce, c’è qualcosa che riguarda la forma mentis musicale?
Mio padre mi ha trasmesso anzitutto la passione per la musica italiana e non, attraverso ascolti massivi diretti e indiretti durante la mia vita, fin da bambina. Anche l’analisi critica di cui ti parlavo è qualcosa che sento di aver raccolto e fatto mio. Quanto all’organo di In Luce, posso dirti che non ho mai amato molto quello strumento pur avendolo usato spesso negli anni. Lo prestavo ai miei amici che avevano un pianoforte ma non uno strumento più comodo da trasportare.

E poi?
Dopo anni passati a sentirmi dire che questa tastiera aveva dei suoni stupendi, ho valutato l’idea di inserirla nel mio lavoro, anche per una questione affettiva. Vedi, mio padre ha regalato tutti i suoi Moog e strumenti molto costosi per cui questo è l’ultimo cimelio che posso portare nella mia musica. Probabilmente ancora per poco perché ho la sensazione che possa danneggiarsi da un momento all’altro.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai deciso che lo avresti usato?
Tra i preset salvati da mio padre ce n’è uno che si chiama Gaia 99, creato dopo il mio primo anno di vita (1998 ndr.), per cui ho sentito che fosse una sorta di segnale.

Hai una formazione accademica ma si percepisce da parte tua il desiderio di allontanare il rischio di diventare un prodotto delle classi di musica, è così?
Sì, ad un certo punto, dopo un percorso di studi molto approfondito, ho ritenuto giusto assecondare un certo rifiuto verso le regole che avevo appreso. Sia chiaro: non rinnego il mio lavoro come studiosa del jazz in Conservatorio, anzi mi piacerebbe ricominciare ad imparare cose nuove, ma ad un certo punto è importante ricercare sé stessi spogliandosi degli orpelli e della teoria. Se riascolto i miei lavori precedenti e li confronto con La Maccaia sento una voce completamente diversa.

Perché secondo te il Conservatorio lascia poco spazio al lavoro personalizzato?
C’è troppo poco tempo per lavorare in studio sulle proprie idee, ci si sofferma più sulla costruzione di basi solide dal punto di vista tecnico. Ad esempio, io che nel triennio, prima che lasciassi, ho studiato prettamente jazz, come ti dicevo, ho dedicato molto tempo all’improvvisazione e allo scat ma meno alla ricerca personale. E questo mi stava stretto, quindi sono convinta di aver fatto una scelta giusta.

Battiato dice che La voce del padrone non sarebbe mai uscito senza la lettura del libro di Ouspensky sulle dottrine di Gurdjieff (Frammenti di un insegnamento sconosciuto). Chi è il tuo Gurdjieff, se c’è?
In tutta onestà leggo meno di quanto desidererei, sono un po’ pigra (ride ndr.). Anche il cinema è un grande mondo a cui vorrei avvicinarmi. Negli ultimi anni però ho maturato una fascinazione profonda nei confronti della poesia, benché credessi questa forma di scrittura lontana da quella che mi rappresenta come autrice. In particolare mi sorprende come i lavori di Mariangela Gualtieri si leghino così tanto al mio modo di lavorare musicalmente.

E invece, musicisti?
Anche in questo caso devo ammettere che non ascolto molta musica. Ho amato profondamente il lavoro di Bon Iver e dei Radiohead, di cui apprezzo il modo in cui costruiscono la propria identità musicale pur non definendoli come dei punti fermi. In generale non ho dei riferimenti a cui mi ispiro o progetti musicali che studio.

La Maccaia sembra un disco rurale, di provincia, dove c’è più verde che cemento.
Ha suggestioni che raccontano il posto dove vorrei vivere. C’è il mare e la natura. Se è un disco con aspetti che richiamano la provincia, è evidentemente la provincia fuori Bologna, dove mi trovo ora e dove ho scritto quei brani. Non è invece la provincia lecchese, che ho vissuto con un’importante ostilità a cavallo tra l’infanzia milanese e appunto il periodo emiliano.

Gaia Banfi, foto di Gloria Capirossi

(Nei live Gaia è perlopiù sola, al centro di una sorta di architettura attorno al suo corpo. La scena assume i contorni di un laboratorio, di una piccola officina sonora dove ogni potenziometro è parte di una coreografia precisa. Il controllo convive con l’apertura, la struttura con l’abbandono ndr.). Ti piace avere sotto mano tutti i ferri del mestiere, è questo il punto?
Sì, è un po’ lo specchio della mia personalità. Fatta eccezione per i miei pochi fedelissimi, mi piace esprimere tutta la mia passione attraverso degli episodi che risuonano con la sfera nerd. Sono l’amica nerd degli amici nerd e voglio sapere tutto sulla musica. La questione del tour con solo me sul palco è anche perché sono una maniaca del controllo durante le esibizioni, ma l’intenzione è quella di ampliare col tempo la formazione, anche per valorizzare il suono organico del disco. Ho iniziato sola anche perché per un’emergente portarsi dietro una squadra di musicisti in giro per l’Europa non è sostenibile. Ora abbiamo aggiunto un elemento ma resta ancora difficilissimo per me gestire tutti i processi. La solitudine sul palco mi ha permesso di capire fino a che punto potessi arrivare a riprodurre arrangiamenti più complessi.

La sua musica ha qualcosa della marea, me ne rendo conto guardandola rispondere alle mie domande. Il suo è un ritmo lento, ciclico, capace di trasformare il paesaggio senza mai alzare la voce. Insomma, essere Gaia Banfi – per riconnetterci all’inizio della chiacchierata con lei e chiudere il cerchio – sembra una pratica quotidiana di fedeltà: alla lentezza, alla profondità, alla possibilità di crescere secondo un ritmo proprio. In un’epoca che privilegia la superficie, lei lavora per stratificazione, come certi terreni che custodiscono tracce di epoche diverse sotto pochi centimetri di terra.