Nel nome Duedimé c’è già una dichiarazione d’intenti: una frattura che non si nasconde, ma si abita. In questa intervista ci racconta come quella scissione, nata anche dal confronto con i disturbi alimentari e con un periodo depressivo, sia diventata nel tempo un equilibrio consapevole, mai definitivo ma fertile. La parte che la trascinava verso il fondo non è più un nemico da combattere, bensì una voce da comprendere, una presenza da accompagnare. Il suo percorso attraversa studio rigoroso, anni di conservatorio affrontati da pendolare, levatacce e sacrifici, ma anche un’urgenza espressiva rimasta intatta, libera dalle gabbie della tecnica.
Il nome Duedimé contiene già una frattura: due anime che convivono. Questa dualità è un equilibrio conquistato o più una tensione che rimane aperta?
Direi entrambe. Sicuramente ho conquistato un equilibrio quando ho capito che la parte di me che mi portava verso il fondo non doveva essere la mia peggior nemica ma che avrei dovuto provare a farmela amica, a comprenderla, ad affrontarla con coraggio, non ad odiarla. È questo che, con il tempo, con l’impegno e con tante ricadute, mi ha permesso di uscire dai disturbi alimentari e dallo stato depressivo nel quale mi trovavo. Resta, però, comunque una frattura aperta perché la vita è fatta di tante sfide e ci si trova continuamente di fronte a nuovi dolori in cui quella parte riaffiora sempre un po’ ma diciamo che oggi so come aiutarla. In più, quando ho scelto questo nome, l’ho esteso al mio lavoro, al fatto di sentirmi cantautrice, certo, ma anche cantante/corista e mi piacciono entrambe le dimensioni così come ho esteso questo nome al mio modo di scrivere canzoni, alcune profonde e riflessive e altre ironiche e pungenti come avrete modo di sentire in futuro.
Dopo un percorso accademico così strutturato, quanto è stato complesso disimparare per tornare a un’urgenza più istintiva?
A dire la verità, credo di aver sempre scisso le due cose quasi inconsapevolmente perché ho sempre studiato tanto e mi è sempre piaciuto ma, quando ho scritto qualcosa, non ho mai pensato di applicare delle regole studiate e strutturate. Ho sempre avvertito l’urgenza di dire certe cose, di tirarle fuori così come le sentivo, fragili, scomposte, imperfette. D’altronde i miei insegnanti mi hanno sempre detto che la tecnica si impara e poi si dimentica proprio per dire che, una volta imparata, bisogna applicarla naturalmente, senza pensarci troppo perché diventa qualcosa di automatico, come respirare.
La tecnica per te è una casa o un confine da attraversare ogni volta?
Direi entrambe, per essere coerente con il mio nome ahahah sicuramente è una casa, un’alleata ecco. Solo se si è sicuri di quello che si sta facendo, se si ha la consapevolezza, si può pensare di essere naturali e di trasferire qualcosa a chi ci ascolta. Per quanto mi riguarda, è la tecnica al servizio delle emozioni e non il contrario. È un mezzo potente per veicolare quello che si sente in maniera autentica. Comunque mi piace superarmi ogni volta e continuare a studiare quindi, in questo senso, più che un confine la vedo come un nuovo inizio ogni giorno.
Ti capita mai di sentire che una canzone “funziona” emotivamente proprio quando tradisce le regole apprese?
Assolutamente sì. Sempre per il principio secondo il quale la tecnica si impara e poi si dimentica, penso che alla fine non ci siano regole ferree, schemi ben precisi in cui incasellare perfettamente tutto perché noi stessi siamo imperfetti, pieni di fratture. Altra cosa che mi hanno insegnato è che il maestro più importante e severo è l’orecchio. Bisogna sentire quello che si studia teoricamente per capire e per constatare che, a volte, anche qualcosa che non risponde perfettamente alle regole, per l’orecchio funziona e non bisogna sottovalutarlo, ovviamente nei limiti. Credo di aver avuto dei buoni insegnanti ahahah
Venire da una regione che sfugge alla definizione di epicentro musicale ha rappresentato un limite per te, all’inizio? Ha influenzato il tuo modo di stare nel mondo artistico?
Sicuramente il Molise è molto piccolo e offre poche opportunità a livello musicale anche se credo ci sia molto potenziale perché ci sono musicisti bravissimi in tutti i generi ma sì, mi ha condizionata nel senso che, sin da bambina, i miei genitori mi hanno portata in giro per l’Italia per fare concorsi e per farmi abituare a stare sul palco dato che sono sempre stata molto emotiva, per fare esperienza e imparare ma, soprattutto, appena terminato il liceo scientifico, ho cominciato praticamente a vivere sui treni per studiare e ho affrontato cinque anni di conservatorio da pendolare prendendo il treno, con due coincidenze, alle cinque del mattino quasi tutti i giorni. Se mi fossi trasferita, sicuramente avrei avuto più comodità e opportunità ma non ne avevo la possibilità per vari motivi e, ti dirò, sono contenta così perché tutto questo mi ha resa più forte e mi ha abituata alla resistenza, al sacrificio per qualcosa in cui ho sempre creduto fortemente. Ad oggi mi sposto continuamente, senza problemi e senza paura e, chissà, magari un giorno la vita mi porterà stabilmente altrove.

Pensi che oggi l’algoritmo condizioni anche il modo in cui un artista scrive, prima ancora di pubblicare?
Io spero vivamente di no. Se si scrive pensando all’algoritmo cosa ci può essere di vero? Dove finisce quell’urgenza per cui si è cominciato a mettere nero su bianco? Io, nel mio piccolo, non ci penso e non ci ho mai pensato. Però, certo, vedo una grande attenzione all’algoritmo soprattutto tra i giovanissimi, non tutti ovviamente, ma credo anche che questo poi sia evidente nel risultato finale. A mio parere, la verità si vede e si sente al pari della finzione.
C’è una parte di te che la musica ha salvato e una che ha reso più fragile?
La musica mi ha sempre salvato. Sembra una frase fatta ma è così. Quando ho scritto, in Non farò a meno della vita, “poi mi dico che le ossa non riescono a cantare”, l’ho scritto perché, quando avevo smesso di mangiare, sono arrivata al punto di non riuscire più a tirare fuori la voce, non ne avevo la forza. È stato questo che mi ha spinto, molto lentamente, a ricominciare a mangiare e a vivere. La fragilità, poi, c’è sempre e anche un po’ la paura di non riuscire a raggiungere tutti i miei obiettivi ma non direi che la musica stessa mi abbia resa più fragile. Piuttosto direi che lei ha accolto la mia fragilità senza vergogna e le ha dato voce.
Cosa succede quando non scrivi: è un vuoto repulsivo o una preparazione?
Questa domanda fa male ahahah perché quando non riesco a scrivere per un po’ di tempo mi arrabbio con me stessa, mi chiedo perché non arrivi quel momento assurdo e quasi magico allo stesso tempo in cui prendo il mio diario, mi siedo al pianoforte e tutto trova senso in poche ore. Però credo che sia una preparazione, credo che la mia mente e il mio corpo stiano assimilando vita per poi elaborarla piano piano quindi mi ripeto che non devo avere fretta, che forse tutto ha un senso e arriverà. Se non vivo, non scrivo.
Essere una donna che fa musica in Italia è più complicato oppure hai la sensazione che il gap sia ormai praticamente azzerato?
Io mi auguro che il gap sia quasi azzerato. Credo che le donne si stiano affermando sempre di più nella musica, senza paura. Purtroppo dico “quasi” perché leggo ancora commenti di uomini ma, ancora di più, di donne che criticano altre donne su aspetti che, alla fine, non c’entrano nulla con la musica stessa ma solo con il contorno. Ho l’impressione che a volte si guardi solo l’immagine di una donna senza neanche ascoltare la musica che sta proponendo, giudicando a priori, senza considerare che, spesso, è l’immagine a voler già dare un messaggio sulla canzone solo che non si ha quella curiosità di andare oltre quello che si vede. Ecco, questo mi intristisce molto e un po’ mi spaventa. Il fermarsi alla superficie.
A tal proposito, quanto il corpo entra in gioco nel modo in cui una donna viene legittimata artisticamente?
Io credo che il corpo sia uno strumento potente per esprimere qualcosa nel senso che io lo vedo come un’opera d’arte. Il movimento delle braccia, giusto per fare un esempio, può esprimere apertura, chiusura, dolcezza, sensualità, mancanza così come le altre parti del nostro corpo. Il problema è vedere spesso il marcio, spesso la malizia nel corpo di una donna e non la libertà di voler dire qualcosa. Se lo fa un uomo è un figo, è “un uomo”, appunto. È questa la tendenza che, a mio parere, va scardinata. Ascolta quello che ho da dire, le parole che ho scritto, la musica che ho scelto e poi vedi tutto il resto. Certo, l’immagine arriva prima, è più immediata ma dovremmo allenarci ad andare oltre perché magari poi tutto trova un senso e il cerchio si chiude.