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I Buzzcocks ora vogliono solo divertirsi

Con “Attitude Adjustment” i Buzzcocks non cercano di reinventarsi, ed è proprio questa la chiave del disco. Sembra piuttosto una vecchia compagnia di amici che si ritrova per il semplice piacere di suonare insieme

A distanza di quattro anni da Sonics In The Soul, i Buzzcocks tornano sulle scene con Attitude Adjustment. La punk band di Manchester ha ormai tagliato il traguardo del cinquantesimo anno di carriera, festeggiandoli a dovere con questi quattordici brani inediti. A primo impatto piacevole, ma non innovativo: bisogna ammettere che ogni singolo componente della band ha fatto il proprio tempo e di certo non è stato semplice andare avanti dopo la scomparsa di Peter Shelley, fondatore e anima del gruppo, nonché voce della Ever Fallen in Love (With Someone You Shouldn’t’ve?) che conosciamo tutti. Tuttavia, ai Buzzcocks non interessa essere innovativi e la chiave di lettura del disco è tutta qui: l’impressione è quella di un vecchio gruppo di amici che torna in sala prove a fare ciò che li rende felici, leggeri e spensierati nonostante gli acciacchi della vita, dell’età e del mondo in generale. Delle tracce presenti, solo una cosa stona davvero, cioè la chiusura in dissolvenza di ogni singolo brano: è davvero necessario? Senza dubbio una scelta stilistica e artistica ma che forse non funziona sempre con tutto.

Ad ogni modo, è un tratto vintage distintivo e un messaggio chiaro su quel che vuole essere l’intento dietro questo disco. Gli argomenti sono adulti, proprio come quelli che facciamo con gli amici quando ci ritroviamo di fronte a un bicchiere di vino in una sera di un weekend libero il più possibile per potersi svagare e tornare a casa tardi: Queen of the Scene apre il disco e l’impressione, tra testi socialmente impegnati contro le apparenze e chitarre tipiche del punk anni Settanta, è quella di un revival involontario. In effetti non è un vero e proprio revival, non sembra così studiato a tavolino e sapientemente confezionato: è la natura vera e propria di chi continua a suonare dopo aver definito un genere assieme a Ramones, Stooges, Television e altri dell’epoca, un qualcosa di assolutamente naturale destinato a vivere per sempre. La protesta musicale continua con Games: “The world is full of crap”, cantano, e mai frase sembra essere più attuale. Pensavi ci fosse un futuro ma è tutto nel passato dicono, e anche se stare perennemente nella propria zona di comfort che ormai è solo un ricordo non va affatto bene, forse a volte è meglio così. Anche Heavy Streets ha un tono molto maturo e riflessivo, ma con un tiro quasi più pop rispetto alle melodie delle canzoni precedenti. In questi quarantatré minuti di disco sono presenti i due intermezzi One Of The Universe che abbracciano la traccia di mezzo, dal titolo All Gone To War: acustica, lenta ed emozionale, tanto delicata quanto brutale nel testo.

La band torna a divertirsi su Just A Dream I Followed, traccia più fresca e innovativa del disco, mentre crea un connubio interessante un po’ Clash, un po’ tipico beat Motown su Break That Ball And Chain. A chiudere c’è The Greatest Of Them All, più lenta, una ballad che riporta alla mente proprio lo scenario con cui si apre il disco: gli amici si ritrovano di fronte al bicchiere di vino e parlano di tutto quello che non va, non tanto per lamentarsi o per trovare una reale soluzione, quanto per solidarietà e sopravvivenza. Esattamente quel che sembra essere l’intento dei Buzzcocks: con questo disco non ci daranno suggerimenti per fare la rivoluzione, né canzoni su cui piangere ed essere inconsolabili dopo ogni disgrazia. Semplicemente sembrano volerci dire “il mondo degli adulti può essere un posto molto brutto alle volte, e questo è il nostro manuale di sopravvivenza”.