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“The Mountain” è il viaggio spirituale dei Gorillaz

Nel 2024 Damon Albarn e Jamie Hewlett perdono i padri. Da quel vuoto nasce il viaggio in India e il cuore di “The Mountain”: una riflessione sulla morte intesa non come fine, ma come inizio di un nuovo percorso

«Stavo pensando a una cosa», mi disse mio fratello a metà concerto, «un concerto dei Gorillaz è in sostanza un concerto in cui Damon Albarn chiama i suoi migliori amici a suonare con lui, solo che, coincidenza, i suoi migliori amici sono anche fra i musicisti migliori del pianeta». Non so quanto i gin tonic fossero partecipi nella composizione di quella frase, ma non credo ci fosse modo migliore di descrivere quel concerto al Primavera Sound nel 2022: una festa fatta da un brillante musicista e dai suoi amici, bravi tanto quanto lui. Da quella serata colorata e infinita sono ormai passati alcuni anni e qualcosa di tragico è accaduto: nel 2024, nel giro di dieci giorni, sia Damon Albarn che Jamie Hewlett, la mente grafica del progetto Gorillaz, perdono i rispettivi padri. I due partono allora per l’India, per elaborare il lutto o forse per cercare un significato più grande dietro quanto accaduto, e questo viaggio diventerà il punto di partenza e il cuore pulsante di questo disco. “You know the hardest thing is to say goodbye to someone you love”. Questa è la frase chiave intorno alla quale ruota tutto, recitata nel brano similmente battezzato The Hardest Thing e poi ripresa più volte nel successivo Orange County, il brano centrale dell’album.

Proprio Orange County si sviluppa lungo un motivetto fischiettato in maniera quasi spensierata, come se l’importanza esistenziale di domande come “C’è qualcosa dopo?”, “Come farò a riprendermi da tutto questo?”, “Perché succede ora, perché a me?”, dovesse trovare il proprio contraltare nella leggerezza filosofica e musicale orientale. Nell’induismo la morte non è la fine ma un passaggio: il Sé non muore, ritorna sotto altre forme in un ciclo perenne. The Mountain è tutto qui, una riflessione sulla morte intesa non come fine, ma come inizio di un nuovo percorso, come trasformazione, come la scalata di una montagna. Dal punto di vista prettamente musicale Albarn, per sua ammissione, usa i Gorillaz come un glorioso cavallo di Troia per spingersi nei posti dove, da solo, non sarebbe mai arrivato. Le influenze indiane percorrono il disco dall’inizio alla fine, dall’omonimo intro saturo di sitar fino al conclusivo The Sad God, dove la circolarità del tema, vita, morte, ritorno, si chiude su sé stessa.  Ciò che si trova in mezzo è quanto di più vario si possa incontrare in un disco di musica leggera: ventitrè artisti che salgono e scendono dal palco, ognuno portando il proprio mondo. Alcuni lo fanno dall’aldilà, ad esempio Mark E. Smith, la cui voce risuona nel brano più spigoloso del lotto, Delirium, e Tony Allen, che rivive nella già citata The Hardest Thing, come se Albarn avesse voluto ricordare ancora una volta che anche chi non c’è più è in grado di trasmettere emozioni. 

Si passa dal trip-hop oscuro di The God of Lying, cantata insieme agli IDLES, a vere e proprie suite come The Manifesto, dove cantato, reggaeton e rap si sovrappongono senza soluzione di continuità grazie al giovanissimo Trueno e alle rime postume di Proof, fino all’arabica Damascus, che sfrutta le potenzialità danzerecce di Omar Souleyman e la penna tagliente di Yasiin Bey. Il miracolo che riesce a compiere Albarn, ancora una volta, è tenere tutto questo insieme, coeso, perfettamente legato, senza che nulla sembri accidentale o fuori posto. Il risultato finale è un disco monumentale, quindici brani per oltre un’ora di musica che vola e attraversa un catalogo musicale variegato ma organico, esorcizzando la morte e facendola apparire per quello che forse è, una rinascita, un ulteriore passo verso l’illuminazione. La festa di cui parlavamo all’inizio non si è per niente esaurita, si è solo fermata un momento a riflettere sui grandi interrogativi che la maturità, prima o poi, ci sbatte in faccia. E in fondo è proprio questo il messaggio più silenzioso e potente di The Mountain: chi non c’è più non scompare davvero, perché continua a vivere in chi rimane nella voce di chi canta, nella mano di chi suona, nel ricordo di chi ascolta. In questo senso, non morirà mai del tutto.