Search Menu
Search

Gli U2 conservatori e progressisti di “Easter Lily”

C’è una linea sottile che separa il controllo dall’anima. In “Easter Lily” gli U2 ci camminano sopra, tra richiami al passato e tentativi di rottura. Il risultato è un EP che cresce col tempo, soprattutto quando smette di voler essere impeccabile

Ottobre 2010. Prova a immaginarti un quindicenne che entra per la prima volta dentro un concerto vero, di quelli che ti segnano e restano addosso per sempre. Sul palco ci sono gli U2, a Roma non si parla d’altro da settimane, e al centro dello Stadio Olimpico svetta quell’enorme struttura a 360 gradi che tutti chiamano The Crawl, l’artiglio. Quel quindicenne ero io. E lì, in mezzo a luci, riverberi e una quantità quasi illegale di adrenalina, è successo qualcosa di molto semplice da dire e molto difficile da gestire: mi sono innamorato. Un amore che nel tempo ha costruito dei bias belli solidi, di quelli che ogni volta che torno a vederli dal vivo mi fanno perdere completamente lucidità. Poi però c’è lo studio. E lì le cose cambiano. Lì si ragiona, si analizza, si prende distanza. Ed è proprio in quello spazio che negli anni gli U2 si sono presi parecchie legnate dal sottoscritto: su questo magazine, nei pub, nei gruppi WhatsApp alle due di notte. Ovunque. Eppure c’è da ammettere subito una cosa: negare che Easter Lily sia un passo avanti rispetto a Days of Ash (che avevo accolto con una certa tiepidezza) sarebbe poco onesto. Non è un capolavoro, ma è un progetto che ha una traiettoria chiara. Parte da una zona molto riconoscibile e, pezzo dopo pezzo, prova a spostarsi altrove. E allora la domanda viene da sé: dove sta la comfort zone e dove iniziano le deviazioni? Nei primi quattro brani, ossia Song for Hal, In a Life, Scars e Resurrection Song, siamo dentro un territorio che conosciamo bene.

La chitarra di The Edge disegna le sue solite architetture a delay, ampie, ariose, quasi atmosferiche. La batteria di Larry Mullen Jr. recupera certe tensioni marziali, quel modo di spingere in avanti che richiama gli U2 più ispirati. Tutto funziona, tutto è riconoscibile. Il punto è un altro: il lavoro ingegneristico sul suono. Siamo immersi in un ecosistema pop molto rifinito, levigato fino all’eccesso. E comprendo senza fatica anche il perché: una band di questo livello deve suonare bene ovunque, su qualsiasi impianto, in qualsiasi contesto. Però questa ossessione per l’intellegibilità – quella voce sempre perfettamente davanti, quelle medio-alte che bucano tutto – finisce per lucidare troppo i brani. È come se ogni traccia venisse ripulita fino a perdere un po’ della sua parte più ruvida, quella che di solito ti fa restare. E qui non è nemmeno solo colpa loro: è proprio il sistema produttivo contemporaneo che funziona così. Talmente tanto che, se prendessi un pezzo di The Unforgettable Fire o di The Joshua Tree, probabilmente oggi suonerebbe altrettanto plasticoso. Le canzoni, quindi, non sono deboli. È il vestito che a volte stringe troppo. Dentro questo equilibrio un po’ forzato, però, qualcosa si muove. Il basso di Adam Clayton, per esempio: spesso resta in secondo piano, ma quando emerge, come in Scars, costruisce un groove espressivo e vivo seppur mai rivoluzionario. È proprio lì che si crea un incastro con la batteria che funziona davvero, uno di quei momenti in cui ti accorgi che il corpo reagisce con un riflesso incondizionato. C’è poi un dettaglio che ho apprezzato molto: da Scars fino a Easter Parade i brani si legano tra loro in una soluzione di continuità che fa bene al cuore. È un flusso, un’onda che si carica e si riversa nel pezzo successivo. Non è una novità assoluta, ma è uno di quegli espedienti che, quando funziona, ti porta dentro senza che tu te ne accorga.

Ed è proprio con Easter Parade che qualcosa cambia davvero. Qui si entra nella seconda parte dell’EP, quella più interessante. Gli U2 mollano la presa sulla forma classica e iniziano a sporcarsi un po’ le mani: synth analogici saturi, timbri più abrasivi, una tessitura sonora meno accomodante. Il finale al pianoforte riporta per un attimo a certe suggestioni di The City of Blinding Lights, mentre il richiamo al Kyrie eleison aggiunge una dimensione quasi liturgica e sospesa. Ma il punto più alto è COEXIST (I Will Bless the Lord at All Times?). Un brano che si svuota progressivamente: parte come una costruzione minimale e finisce per togliere quasi tutto: restano poche stratificazioni leggere, qualche pad etereo, quasi pennellato e soprattutto la voce. Una voce che smette di essere performance (come lo è stata quasi integralmente nei brani precedenti) e diventa presenza. Il finale è bellissimo proprio per questo: la musica si ritira, resta il respiro di Bono, la voce che si lascia strappare dopo una prova di potenza appena conclusa. Poi, quasi fuori posto, arriva qualche colpo di chitarra, come un frammento lasciato lì per sbaglio sulla take. E invece no. È proprio quel piccolo errore apparente che ti riporta dentro la stanza, che rompe l’illusione e ti mette in fase col brano restituendo umanità. L’unica cosa che conta.