Ci sono film che non ti travolgono con la trama, ma con quello che ti lasciano addosso. Un anno di scuola, il nuovo lavoro di Laura Samani, è uno di questi. È un coming of age che non grida, non cerca mai di stupire, e proprio per questo riesce a essere profondamente vero. La storia è quella di Fred, interpretata da Stella Wendick, costretta a lasciare Stoccolma per seguire il padre a Trieste. Si ritrova catapultata in un ITIS, unica ragazza in una classe di soli maschi. È uno spaesamento totale, che Saimani racconta senza sovraccaricare, lasciando che siano i piccoli gesti, gli sguardi ed i silenzi a parlare. La scelta di Trieste come sfondo non è casuale. Città di confine, da sempre crocevia di popoli, culture e lingue, Trieste diventa qui una metafora perfetta della condizione adolescenziale: un territorio di passaggio dove emozioni, identità e desideri si mescolano senza trovare mai un vero equilibrio.
E così anche Fred: si porta dietro un’educazione diversa, un altro modo di stare al mondo, e all’improvviso si trova in un contesto che non solo non le appartiene, ma che sembra rifiutarla. Il suo essere “altro” diventa qualcosa da giudicare, da etichettare, da tenere a distanza. Laura Samani è bravissima nel restituire questa tensione, senza mai trasformarla in un dramma artificiale. Non ci sono buoni o cattivi. Ci sono solo ragazzi che vivono l’adolescenza, con tutto quello che comporta: insicurezze, gelosie, tradimenti, rabbia e improvvise dolcezze. È un’età fatta di contraddizioni, di primi amori e prime ferite, di libertà che si assaporano e responsabilità che ancora non si comprendono. Il film le raccoglie tutte, queste sfumature, e le lascia lì, sospese. C’è una tenerezza nascosta nei gesti dei ragazzi, che si scontra con altre azioni altrettanto brutali, creando un continuo gioco di contrasti: la stessa Fred, con la sua delicatezza “grezza”, si muove in un ambiente scolastico che normalizza bravate assurde, linguaggio sporco e strutture fatiscenti. E poi c’è la regia, intima e mai invadente, capace di avvicinarsi ai personaggi senza giudicarli, di fermarsi sul dettaglio giusto, di farti sentire la vibrazione di un primo sguardo o il peso di un silenzio.

Le emozioni passano attraverso le immagini, i suoni, persino i rumori. Ogni “prima volta” sembra amplificata, sospesa, fragile. E la colonna sonora, con brani come Fortunello dei Tre Allegri Ragazzi Morti, diventa quasi una voce in più, come se parlasse direttamente a quel caos emotivo che è l’adolescenza. Uscendo dalla sala, mi sono accorto che il film non racconta solo Fred, racconta tutti noi. Rivedi quel momento preciso in cui hai smesso di sentirti al sicuro, in cui hai capito che crescere voleva dire farsi male e fare male, a volte senza volerlo. Ti ricorda la prima volta che ti sei sentito fuori posto, e quella in cui, senza accorgertene, hai iniziato a trovare un tuo posto. Un anno di scuola non ti dà risposte. Ti lascia con addosso una manciata di emozioni che non sai bene come ordinare. Ed è questo il suo pregio più grande: riesce a parlare di un’età confusa con la stessa confusione che la abita.